A seguito della notizia della presa della città di el-Fasher, nel Nord Darfur, dopo un assedio durato cinquecento giorni, è grande la preoccupazione per le oltre 260 mila persone rimaste intrappolate nella città con rischio crescente di atrocità e violenze etniche.

“In questi giorni arrivano notizie drammatiche da el-Fasher che, dopo mesi di assedio, è caduta nelle mani delle Forze di supporto rapido – racconta Matteo D’Alonzo, direttore programma di EMERGENCY in Sudan –. Le testimonianze che ci arrivano parlano di violenze diffuse, esecuzioni, saccheggi e migliaia di persone intrappolate senza acqua, cibo o assistenza sanitaria. È una tragedia dentro la tragedia di un conflitto che oramai dura da oltre due anni.”
Attualmente trenta milioni di persone in Sudan (metà della popolazione) hanno bisogno di aiuti umanitari. La metà sono bambini.
“EMERGENCY è presente nel Darfur meridionale, a Nyala, con un ospedale pediatrico con degenza. Anche qui la situazione resta gravissima – prosegue D’Alonzo –. Dall’inizio della guerra la città è martoriata da violenze, mancanza di elettricità, scarsità di acqua pulita e di cibo. Nel nostro centro pediatrico ogni giorno vediamo tantissimi bambini, molti dei quali malnutriti o con patologie aggravate dalle condizioni di vita. Ogni ricovero racconta quanto profonda sia la crisi umanitaria che sta affrontando il Sudan.”
Anche nella capitale Khartoum che ad aprile era stata riconquistata dall’esercito governativo (SAF) la situazione resta tesa. Qui EMERGENCY, rimasta per tutta la durata del conflitto anche nei mesi di assedio, è presente con il Centro Salam di cardiochirurgia e un ambulatorio con reparto pediatrico.“Nei giorni scorsi l’aeroporto, che era prossimo alla riapertura, è stato nuovamente bombardato da droni – prosegue D’Alonzo –. Abbiamo sentito notizie della presa della città di Barra, che dista circa quattro ore di auto dalla zona più a ovest della città di Khartoum. Tutto questo alimenta il timore che la guerra possa estendersi ancora e riportare il Paese indietro, proprio mentre si sperava in qualche segnale di tregua. A Port Sudan invece in questi due anni si sono riversate le centinaia di migliaia di profughi in fuga e lo abbiamo visto anche nell’alto numero di visite nel nostro ospedale pediatrico. Nei mesi scorsi anche lì, dove la guerra non era mai arrivata, si sono verificati duri attacchi con droni”.
“Garantire assistenza sanitaria gratuita significa anche proteggere la dignità delle persone e ricordare questo è importante che dietro i numeri e le statistiche ci sono vite reali che non possono essere dimenticate”, conclude D’Alonzo.

EMERGENCY è presente in Sudan dal 2004, e non ha mai lasciato il Paese dall’inizio del conflitto. Attualmente è presente a Khartoum con il Centro Salam di cardiochirurgia e con un ambulatorio e un reparto pediatrico; con un centro pediatrico a Port Sudan, nello stato del Mar Rosso. A Nyala, in Sud Darfur con un centro pediatrico; ad Atbara nel nord-est del Paese, a Kassala, vicino al confine con l’Eritrea, e a Gedaref, a sud-est con degli ambulatori cardiologici.
“La scorsa settimana a El Fasher avrebbero potuto morire più persone, e lo dico senza esagerare, di quante ne siano morte negli ultimi due anni a Gaza”, afferma Nathaniel Raymond , direttore esecutivo dell’Humanitarian Research Lab di Yale.
El Fasher, capitale del Darfur settentrionale e una delle ultime roccaforti dell’esercito sudanese nella regione, è stata conquistata la scorsa settimana dalle Forze di supporto rapido (RSF) del paese, lasciando una scia di sangue che Raymond e il suo team affermano essere visibile dallo spazio. “Stanno [RSF] uccidendo chiunque si muova”.
L’esperta del Sudan e consulente senior del PAEMA Shayna Lewis parla invece dei molti pregiudizi su questo genocidio e sui responsabili. “C’è una sorta di falsa falsità qui, secondo cui le RSF sarebbero peggiori delle Forze Armate sudanesi. Sono due facce della stessa medaglia, ed entrambi questi gruppi hanno condotto una guerra contro il popolo sudanese”.





