Politica

COCCODRILLO | Matteo Salvini è vivo e sta bene. Purtroppo per lui anche l’archivio

Dalla Padania all’Italia, dall’euro a Putin, dalle accise al Papeete, dai migranti al Metropol, fino a Vannacci e al Ponte. Quasi trent’anni di parole, retromarce e promesse raccontate mettendo Salvini davanti a Salvini.


Matteo Salvini è vivo, sta bene ed è vicepresidente del Consiglio. Questo dunque non è un coccodrillo nel significato tradizionale del termine. È soltanto un anticipo: quasi trent’anni di vita politica hanno già prodotto materiale sufficiente per cominciare a scriverlo.

L’ultima cartolina arriva da Venezia. Salvini guarda una Mostra del cinema attraversata dalla guerra di Gaza, dalle manifestazioni per i palestinesi e dagli artisti che prendono posizione e conclude che è stata «tutto fuorché un festival del cinema». Ricorda il 7 ottobre, invoca «equilibrio» e arriva alla «caccia agli ebrei». Domani dirà qualcos’altro. È uno dei vantaggi di Matteo Salvini: per raccontarlo spesso non occorre interpretarlo. Basta aspettare.

QUANDO ERA COMUNISTA. PADANO

Nel 1997 il futuro leader della destra nazionalista partecipava alle elezioni del cosiddetto Parlamento della Padania nella lista dei Comunisti Padani. Non era comunista nel significato corrente della parola: era già leghista. Ma era dentro un progetto politico fondato sulla Padania separata dall’Italia. Anni dopo sarebbe diventato vicepresidente del Consiglio della Repubblica italiana. Gli archivi, qualche volta, hanno il gusto della commedia.

PRIMA IL NORD. POI SERVE ANCHE IL SUD

La Lega nella quale cresce Salvini parla di indipendenza, secessione, «Roma ladrona» e contrapposizione tra Settentrione e Mezzogiorno. Nel 2009 Salvini partecipa a Pontida al coro sui napoletani «colerosi» e «terremotati». Nel 2014, però, nasce Noi con Salvini per conquistare il Centro-Sud. Per governare l’Italia servivano anche gli italiani che abitavano sotto il Po. Il partito perderà progressivamente il Nord dal nome e dalla propria geografia politica. Evoluzione, redenzione o marketing: non abbiamo bisogno di scegliere.

FUORI DALL’EURO. ANZI NO

Aprile 2014: «Chi vota per il Carroccio lo fa per uscire dall’Euro». Negli stessi mesi Salvini invita a preparare il «dopo euro». Dicembre 2019: «Nessuna uscita dall’Euro o dall’Europa». Non abbiamo corretto una virgola.

LE ACCISE DEL PRIMO CONSIGLIO DEI MINISTRI

Primo marzo 2018, tre giorni prima delle elezioni: Salvini promette di abbassare subito il prezzo della benzina intervenendo sulle accise «durante il primo Consiglio dei ministri». Diventa vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Le accise sopravvivono. Nel marzo 2026, di nuovo vicepresidente del Consiglio e questa volta ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, propone ancora «un intervento sulle accise». Sono resistenti, le accise italiane. Soprattutto ai primi Consigli dei ministri.

IL MIGRANTE, PERSONAGGIO FISSO

Nella comunicazione salviniana la nazionalità diventa spesso parte della spiegazione politica del reato. Nigeriano, marocchino, tunisino, romeno, clandestino, richiedente asilo: il singolo fatto di cronaca viene usato per raccontare l’immigrazione intera. Quando l’autore è davvero straniero, la provenienza viene sottolineata. Il problema nasce quando la sentenza politica arriva prima degli accertamenti.

LA «BESTIA» POI ASSOLTA

Estate 2018. Mohamed Chajar, cittadino marocchino, viene accusato di violenza sessuale su una diciassettenne a Castellaneta Marina. Salvini usa il caso per spiegare che nel suo decreto sicurezza «bestie come lui» saranno rimandate rapidamente nel loro Paese. Chajar passa quasi quattro mesi in carcere. Poi viene assolto con formula piena perché il fatto non sussiste; l’assoluzione viene chiesta dallo stesso pubblico ministero. La sentenza arriva dopo. La definizione di «bestia» era arrivata molto prima.

REMIGRARE L’ITALIANO

Giugno 2026. A Reggio Emilia viene ucciso il pizzaiolo Raffaele Stipa. Le prime informazioni indicano il presunto assassino come straniero e alcuni esponenti della Lega trasformano immediatamente il caso in un argomento a favore della «remigrazione». Poi l’uomo ricercato viene identificato: Andrea Pellati, italiano, nato e residente a Reggio Emilia. I comunicati vengono ritirati. Non era cambiato il morto, non era cambiato l’omicidio, non era cambiata la violenza. Era cambiata soltanto la nazionalità del presunto assassino.

PUTIN VALEVA DUE MATTARELLA

Nel 2015 Salvini definisce la Russia «molto più democratica dell’Unione europea di oggi», indossa al Parlamento europeo una maglietta con il volto di Vladimir Putin e, qualche mese dopo, scrive: «Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin». Quella maglietta avrebbe avuto una seconda vita.

IL METROPOL

Mosca, hotel Metropol, 18 ottobre 2018. Gianluca Savoini, già portavoce di Salvini e presidente dell’associazione LombardiaRussia, l’avvocato Gianluca Meranda e l’ex bancario Francesco Vannucci incontrano tre interlocutori russi. Una registrazione documenta una trattativa commerciale su prodotti petroliferi pensata per ricavare risorse destinate alla Lega. Nella richiesta di archiviazione la Procura di Milano parlerà di tre «mediatori italiani legati alla Lega» mossisi con l’obiettivo di ottenere somme per il «finanziamento del partito politico» e riterrà «verosimile» che Salvini fosse a conoscenza delle trattative. Gli stessi magistrati precisano però di non aver trovato elementi concreti di una sua partecipazione personale. Salvini non viene indagato; non emerge prova di passaggi di denaro e nel 2023 l’inchiesta viene archiviata. Restano la trattativa, la registrazione e il contesto politico nel quale si svolse.

LA MAGLIETTA TORNA

Marzo 2022. La Russia ha invaso l’Ucraina. Salvini arriva a Przemyśl, in Polonia, vicino al confine, dichiarando di voler portare aiuti. Il sindaco Wojciech Bakun lo accoglie mostrando proprio una maglietta con Putin e lo invita ad andare al confine per condannarlo. Salvini risponde di essere lì per portare aiuti e pace. Pochi giorni dopo Bakun lo definirà un «ipocrita». Ci sono momenti nei quali la satira dovrebbe limitarsi a prendere appunti.



PAPEETE, PIENI POTERI E NIENTE ELEZIONI

Agosto 2019. Salvini è ministro dell’Interno, vicepresidente del Consiglio e la Lega vola nei sondaggi. Dal Papeete Beach prepara la rottura con il governo Conte; pochi giorni dopo apre la crisi e chiede agli italiani «pieni poteri». Vuole le elezioni. Le elezioni non arrivano: nasce il Conte II e Salvini passa dal Viminale all’opposizione. Aveva chiesto pieni poteri. Non riuscì neppure a ottenere il voto.

IL CITOFONO

Gennaio 2020, campagna elettorale in Emilia-Romagna. Salvini si presenta al Pilastro di Bologna e, davanti alle telecamere, suona al citofono di una famiglia chiedendo se lì abiti uno spacciatore. Negli anni successivi l’inchiesta sul narcotraffico nel quartiere porterà effettivamente a processi e condanne che coinvolgeranno anche persone appartenenti a quella famiglia, ma non il ragazzo indicato da Salvini davanti alle telecamere. Resta dunque la scena di un ex ministro dell’Interno che trasforma un’accusa rivolta a una persona precisa in spettacolo elettorale. La giustizia ha tribunali. La propaganda aveva trovato il campanello.

NUTELLA SOVRANISTA

Giugno 2019: fotografia con piadina alla Nutella e «Viva la Romagna». Dicembre: Salvini scopre che nella Nutella ci sono nocciole turche e annuncia che non la mangerà più. Peccato che la produzione italiana non basti a coprire il fabbisogno industriale della Ferrero. Persino il sovranismo, qualche volta, dovrebbe leggere l’etichetta prima di fare colazione.

COVID: «IO DO LA MANO»

Luglio 2020. L’Italia è appena uscita dalla prima devastante ondata di Covid. Durante un’iniziativa al Senato Salvini rifiuta la mascherina nonostante gli inviti dei funzionari e dice: «Mi autodenuncio, io do la mano». Non serve aggiungere molto. A volte l’archivio conserva non soltanto le parole. Conserva anche la data.

LA FORNERO CHE NON SE NE VA

Poche promesse hanno accompagnato Salvini quanto il superamento della legge Fornero. Arrivano Quota cento, formule temporanee, nuovi governi e infine quello guidato da Giorgia Meloni, con Salvini di nuovo vicepresidente del Consiglio. Quota 41 generalizzata non diventa la nuova regola e l’impianto della riforma Fornero resta. Elsa Fornero è andata in pensione dall’università. La sua legge molto meno.

SCIOPERARE, MA QUANTO DICE IL MINISTRO

Da Masaniello invoca i forconi. Da ministro dei Trasporti Salvini blocca le città con i trattori degli agricoltori che non aderiscono a Coldiretti per sfidare Lollobrigida, ma poi interviene più volte sulla durata degli scioperi degli operai. Nel dicembre 2024 firma un’ordinanza per ridurre da ventiquattro a quattro ore uno sciopero Usb. Il Tar del Lazio la sospende, non ravvisando le condizioni necessarie per la precettazione. Salvini aveva paventato il caos. Il giorno dello sciopero l’Ansa registra pochi disagi nelle grandi città.

IL PONTE E LE SCADENZE CHE SI ALLONTANANO

Il Ponte sullo Stretto è diventato il monumento politico del Salvini ministro delle Infrastrutture: annunci, date, cantieri imminenti, apertura promessa. Poi arrivano rilievi, passaggi contabili, rinvii e rimodulazioni. Nel 2026 Salvini cambia registro e dice di non voler più dare «scadenze mensili». È una frase piccola, ma racconta bene la distanza tra il calendario della propaganda e quello delle opere pubbliche. Sul tentativo di collegare il Ponte anche alla mobilità militare europea si sono costruite barzellette; il governo ha poi precisato che l’opera non viene classificata come infrastruttura militare per aggirare le procedure ambientali.

ANAS, VERDINI E IL MINISTERO

A fine 2023 un’inchiesta sulle commesse Anas porta ai domiciliari Tommaso Verdini, fratello della compagna di Salvini, e coinvolge anche Denis Verdini. L’indagine riguarda appalti in un settore che ricade nell’area del ministero guidato da Salvini. Nelle intercettazioni compaiono riferimenti alla Lega e al ministero; sono parole degli indagati, non prove di un coinvolgimento del ministro. Salvini dice di non sapere nulla e annuncia querele contro chi lo chiama in causa. Anche qui non serve forzare: basta registrare la singolare prossimità tra relazioni personali, appalti pubblici e competenze istituzionali, tenendo distinti i fatti dalle responsabilità penali.

TRUMP, NOBEL A SCADENZA

Febbraio 2025. Salvini guarda Donald Trump e dice che, se riuscirà a mettere al tavolo Putin, Zelensky, Netanyahu e i Paesi arabi, «gli diamo il Nobel per la Pace». Giugno 2026, dopo lo scontro tra Trump e Giorgia Meloni: gli chiedono se gli darebbe ancora il Nobel. Risposta: «Buon lavoro». In politica internazionale anche i Nobel hanno una data di scadenza.

VANNACCI, L’UOMO CHE DOVEVA PORTARE VOTI

Roberto Vannacci doveva essere una delle intuizioni di Salvini. Lo candida alle Europee, lo porta nella Lega e ne fa un vicesegretario. Il generale porta voti e occupa televisioni. Poi se ne va, fonda Futuro Nazionale e nel giugno 2026 un sondaggio YouTrend per Sky Tg24 lo colloca al 5,9 per cento, appena sopra la Lega al 5,8. Luca Zaia liquida l’operazione con poche parole: imbarcare Vannacci «è stato un errore». Il generale che Salvini aveva portato dentro casa era diventato abbastanza grande da uscire e mettersi davanti alla porta.

E ADESSO PONTIDA

Dietro Salvini, ormai, non ci sono soltanto gli avversari. Ci sono i suoi. Zaia, Fontana, Fedriga e una parte del mondo leghista chiedono una scossa, più Nord, territori e amministratori. A settembre c’è Pontida: lo stesso prato della Padania, dei cori contro Roma e delle vecchie liturgie del Carroccio. Salvini ci arriva dopo aver trasformato la Lega in partito nazionale, inseguito Putin, Trump e Vannacci, promesso il Ponte e visto i consensi scendere fino a contendere pochi decimali proprio alla creatura politica uscita dal suo partito. Potrebbe dover spiegare soprattutto una cosa molto semplice: dove è finita la Lega.

E così torniamo a Venezia. Salvini può criticare registi, manifestanti, festival e applausi. Il problema è che dietro di lui rimane sempre qualcuno: Matteo Salvini. Quello dei Comunisti Padani e quello del nazionalismo italiano; quello dell’uscita dall’euro e quello che non vuole uscirne; quello delle accise cancellate subito e quello che otto anni dopo propone ancora di tagliarle; quello che trasforma la nazionalità di un criminale in una teoria sull’immigrazione e vede evaporare la teoria quando il presunto assassino è italiano; quello di Putin, del Papeete, del citofono, della Nutella, della Fornero, del Ponte, di Trump e di Vannacci.

Cambiare idea non è una colpa. Può essere persino una qualità, quando cambiano i fatti o quando si riconosce un errore. Il problema nasce quando ogni nuova certezza viene proclamata con la stessa assolutezza della precedente, dimenticando che la precedente sosteneva spesso il contrario.

Non occorre insultarlo. Sarebbe persino poco elegante e, soprattutto, guasterebbe il divertimento. Abbiamo deciso quindi di fare una cosa molto più ingiusta. Prenderlo sul serio. E aspettare. Intanto, il coccodrillo è pronto.



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