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LA MENTE È GIÀ PRONTA | Youssef Siher e il processo che corre più dell’inchiesta

Gli accertamenti sui dispositivi sono ancora in corso. I complimenti dei ministri sono già arrivati. Nel caso di Youssef Siher, la politica ha trovato una conclusione mentre l’inchiesta sta ancora cercando.


Il trentenne è indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso del mezzo informatico. Gli investigatori gli attribuiscono un ruolo nella gestione della pagina Instagram del Movimento 17 ottobre. Sono state eseguite perquisizioni, la sua posizione è al vaglio della procura di Milano. Questo è il punto di partenza documentato. Un’accusa grave, che richiede accertamenti altrettanto rigorosi.

Nella comunicazione politica, però, siamo già oltre. Piantedosi celebra l’individuazione della presunta «mente». Crosetto si congratula per aver trovato l’ideatore e dedica un commento alle sue collaborazioni professionali: giornali, istituti di ricerca, frequentazioni intellettuali. Il curriculum entra così nel discorso sull’indagine, pur senza dimostrare alcuna responsabilità.

È questo il passaggio che merita attenzione. Se un giovane vive ai margini, il suo comportamento può essere usato per denunciare il fallimento dell’integrazione. Se studia, scrive e collabora con un istituto di ricerca, quelle esperienze possono diventare il bersaglio: gli è stata offerta un’opportunità, ed ecco il risultato. Con questa logica, qualsiasi biografia può essere trasformata in un’aggravante politica.

La parola decisiva resta «mente». Una parola comoda, capace di suggerire una struttura, una gerarchia, qualcuno che ordina e altri che eseguono. Offre un volto alla paura e una spiegazione immediata a giornate che avrebbero bisogno di essere ricostruite.

Gestire una pagina, convocare una manifestazione, pubblicare messaggi, istigare specifici reati e dirigere materialmente delle violenze sono però condotte differenti. Per attribuirle servono elementi distinti: chi ha scritto cosa, quando, rivolgendosi a chi, con quali conseguenze. Mettere tutto sotto la stessa etichetta rende il titolo più semplice. La comprensione dei fatti ne esce peggio.

C’è anche un dato temporale da tenere fermo. Secondo le ricostruzioni pubblicate, la pagina al centro dell’indagine è nata dopo le proteste della scorsa settimana. L’eventuale ruolo nelle mobilitazioni successive e un’eventuale responsabilità negli scontri precedenti richiedono quindi verifiche separate. La cronologia conta, soprattutto quando il racconto pubblico tende a riunire tutto in un’unica regia.

Siher può diventare così il personaggio attraverso il quale suggerire un sospetto più ampio: sull’attivismo per la Palestina, su chi racconta il Medio Oriente, sulle realtà con cui ha lavorato. È il rischio della colpa per frequentazione. Un’indagine individuale finisce per proiettare la propria ombra su persone e ambienti ai quali non viene contestato nulla.

Per scriverne seriamente bisogna resistere alla fretta di completare il personaggio. Ricostruire i messaggi contestati, verificarne l’attribuzione e il contesto, cercare la versione dell’interessato e della difesa. E continuare a seguire il procedimento quando sarà meno redditizio di una fotografia accompagnata dalla parola «mente».

Perché il processo mediatico ha questo vantaggio: può emettere una sentenza senza assumersi l’obbligo di tornare a controllarla.

I dispositivi sono ancora da esaminare. Il curriculum è già diventato un capo d’accusa nel tribunale della politica.



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