Le parole del generale di brigata Frank Piper risuonano come un colpo di tuono in un cielo già carico di tempesta: “La Germania ha bisogno di proprie armi nucleari”. Non è più l’ipotesi di un think tank o la provocazione di un editorialista. È un alto ufficiale tedesco che, con la freddezza della pianificazione strategica, mette nero su bianco ciò che fino a ieri era un tabù intoccabile.
Tecnicamente, Piper non ha torto. La Germania ha la tecnologia, le competenze e la capacità industriale per portare avanti l’insensato progetto. In tre anni, forse meno, Berlino potrebbe dotarsi dell’arma atomica. Ma il punto non è il “come”, bensì il “perché” e il “che prezzo”. Perché ciò che viene presentato come una naturale, quasi inevitabile, soluzione di deterrenza europea è in realtà il sintomo più grave di una malattia politica: l’idea che la pace si difenda solo moltiplicando la capacità di distruggere.
Una Germania nucleare non sarebbe semplicemente un paese con un arsenale in più. Sarebbe una mutazione genetica dell’intero progetto europeo. L’Unione Europea è nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale con un patto implicito: mettere in comune il carbone e l’acciaio, gli strumenti della guerra, per renderla materialmente impossibile. La potenza tedesca è stata per settant’anni una potenza economica e civile, volutamente autolimitata in campo militare. L’atomica tedesca cancellerebbe questa identità in un sol colpo.
Si dice che il mondo sia cambiato, che con l’aggressione russa in Ucraina le vecchie certezze sono crollate, ed è vero. Ma la risposta non può essere quella di inseguire una sovranità militare che riporta l’Europa indietro di un secolo, all’epoca degli equilibri del terrore e delle sfere d’influenza. Si evoca sempre più spesso una “deterrenza nucleare europea” come soluzione naturale. Ma mentre si parla di questa architettura comune, le frizioni tra Parigi e Berlino si fanno sempre più profonde. Ed è qui che l’ipocrisia si svela. Come si può costruire una difesa comune su un’arma la cui decisione finale d’uso è per definizione nazionale e solitaria?
La Francia ha sempre tenuto la sua force de frappe sotto stretto controllo nazionale. Una Germania con la bomba farebbe lo stesso. La fiducia reciproca, già fragile sui temi di bilancio o di politica energetica, reggerebbe il peso di una condivisione del pulsante nucleare? È più probabile il contrario: l’atomica tedesca, lungi dall’unire, dividerebbe l’Europa in modo irreversibile. Inizierebbe una nuova corsa agli armamenti interna al continente, con Polonia e Paesi Baltici a chiedersi se l’ombrello tedesco sia davvero aperto anche per loro.
Siamo di fronte al fallimento della politica. La risposta alla crisi della sicurezza non è più cercata nella diplomazia, nel disarmo controllato, nella costruzione di fiducia, ma nell’ennesimo balzo in avanti della macchina militare-industriale. Il riarmo tedesco, già annunciato con i cento miliardi di euro della Zeitenwende, non basta più. Si cerca ora l’estremo, l’assoluto, ciò che non ammette replica: la bomba.
È la logica perversa della sicurezza assoluta, che pretende di eliminare ogni rischio e finisce per crearne di nuovi e più spaventosi. Cosa ci insegna la storia dell’era nucleare? Che gli arsenali non hanno portato la pace, ma l’incubo permanente dell’annientamento. Hanno trasformato i cittadini in ostaggi e la politica in una partita a scacchi giocata sulla pelle dell’umanità. Una Germania nucleare non sarebbe più sicura, diventerebbe un bersaglio di primissimo ordine. Il suo territorio, il cuore pulsante dell’economia europea, sarebbe perennemente nel mirino di chiunque sia in grado di minacciarla.
La sicurezza vera non sta nel possesso dell’arma assoluta, ma nella capacità di rendere quella arma inutile, di superare la logica per cui la pace si regge sulla paura reciproca. Parlare di bomba atomica tedesca significa arrendersi all’idea che la guerra sia lo stato naturale delle cose. Significa dimenticare che l’Europa è nata per superare proprio questo incubo. Se Berlino dovesse davvero percorrere questa strada, non avrebbe vinto la sfida della sicurezza. Avrebbe perso la sua anima, e con essa, l’idea stessa di un futuro comune. Di fronte al “re nudo” della potenza atomica, la ragione e la speranza devono trovare un’altra strada. Quella del disarmo graduale ma concreto, della conferma che la forza dell’Europa non sta nel suo martello bellico, ma nella sua capacità di essere un ponte tra i popoli, non un bunker.


