Dai droni iraniani ai vecchi rapporti con Israele, dal ritiro americano al mito di Kobane: il popolo curdo torna al centro della guerra degli altri. E costringe anche la sinistra europea a fare i conti con le proprie semplificazioni.
Due droni esplosivi sono arrivati dall’Iran e hanno puntato al cuore del potere curdo iracheno: l’ufficio personale di Masrour Barzani, primo ministro del Governo regionale del Kurdistan, e l’abitazione di Waysi Barzani, suo fratello e responsabile dell’apparato di sicurezza e intelligence. Non sono state segnalate vittime. Ma sarebbe un errore misurare la gravità dell’attacco contando i morti. Secondo la Direzione generale antiterrorismo curda, si trattava di Hadid 110 lanciati dal territorio iraniano. Il bersaglio era l’enclave sulle colline sopra Erbil dove vive e lavora una parte della famiglia Barzani: non una postazione sperduta al confine, ma uno dei centri simbolici e materiali del potere curdo. Il messaggio è difficile da equivocare: nessuno è abbastanza protetto.
Il Kurdistan iracheno dice di voler restare fuori dalla guerra regionale, ma la guerra è già entrata in Kurdistan. Erbil ospita da anni organizzazioni dell’opposizione curda iraniana, alcune armate, che Teheran considera separatiste e una minaccia alla propria integrità territoriale. Con l’allargamento del conflitto è cresciuto il timore iraniano che Stati Uniti e Israele possano usare la questione curda per aprire un fronte interno alla Repubblica islamica. Non è una paura inventata: alcuni dirigenti curdo-iraniani hanno auspicato apertamente una collaborazione con Israele. Capire le ragioni di sicurezza di Teheran, però, non significa riconoscerle il diritto di bombardare il territorio di un altro Stato. Spiegare non significa giustificare.
IL KURDISTAN CHE AVEVAMO IN TESTA
Per una parte della sinistra europea Kurdistan non è mai stata soltanto una parola geografica. È Kobane, le combattenti curde, la resistenza all’Isis, il Rojava, l’autonomia delle donne, il confederalismo democratico, il tentativo di costruire una società laica e pluralista in mezzo a guerre, nazionalismi e fondamentalismi. Con tutte le enormi differenze storiche, qualcosa del rapporto sentimentale avuto per decenni con Cuba: la speranza che da qualche parte fosse ancora possibile dimostrare che un mondo diverso può esistere. Non c’è niente da deridere in quella speranza. La cerchiamo anche noi. Il problema comincia quando la speranza diventa una cartolina.
“I curdi”, infatti, non sono un soggetto politico unico. Il Pkk non è il Pyd siriano; le Ypg non sono il Partito democratico del Kurdistan dei Barzani; il Pdk non è l’Unione patriottica del Kurdistan dei Talabani; ancora differenti sono le organizzazioni curdo-iraniane. Ci sono socialisti e conservatori, femministe e strutture patriarcali, guerriglieri e petrolieri, autonomisti e indipendentisti. Il Kurdistan iracheno dei Barzani soprattutto non è il Rojava: è un sistema molto più conservatore, familiare e oligarchico, legato al petrolio e intrecciato da decenni con Stati Uniti, Turchia e potenze regionali.
Ed è qui che una parte della sinistra occidentale perde la bussola. I curdi sono stati eroi quando resistevano all’Isis, per qualcuno traditori quando alcune leadership hanno cercato protezione a Washington, di nuovo vittime quando Donald Trump li ha abbandonati davanti alla Turchia. Oggi, mentre alcune organizzazioni curdo-iraniane guardano a Israele e Teheran colpisce oltre confine, arriva spesso il silenzio. Prima gli eroi, poi i traditori, poi ancora gli eroi. Infine l’imbarazzo. Forse il problema non sono i curdi. Sono le nostre caselle.
CHAPEAU ALLE DONNE, SENZA SANTIFICARLE
C’è un’immagine alla quale non abbiamo intenzione di rinunciare: le donne curde che presero le armi contro l’Isis quando il Califfato avanzava e il mondo scopriva gli stupri, la schiavitù sessuale delle yazide, i matrimoni forzati e un sistema nel quale anche il corpo e la maternità delle donne potevano essere messi al servizio di un progetto politico e religioso. Chapeau. Non perché quelle combattenti fossero personaggi di una favola, ma perché in quelle condizioni combatterono.
Anche dall’altra parte sarebbe però troppo semplice costruire un unico ritratto della “donna dell’Isis”. Ci furono militanti consapevoli, propagandiste e reclutatrici, ma anche ragazze reclutate giovanissime, vittime di tratta, matrimoni forzati, violenza sessuale e bambini nati sotto il Califfato che non avevano scelto nulla. Dopo la sconfitta dell’Isis la storia non è diventata pulita. Nei campi e nelle strutture di detenzione del nord-est siriano controllati dalle autorità curde e dalle forze a guida curda sono state documentate detenzioni arbitrarie e indefinite, condizioni disumane, torture e violenze. Tra i detenuti c’erano anche persone che dell’Isis erano state vittime. Le liberatrici potevano diventare carceriere, un sistema nato dalla necessità di difendersi poteva produrre ingiustizia. Non cancella Kobane. Ci obbliga a guardarla da adulti: una causa giusta non rende automaticamente giusto tutto ciò che viene fatto in suo nome.
ISRAELE NON HA SCOPERTO OGGI I CURDI
L’interesse israeliano per il Kurdistan non nasce con questa guerra. I rapporti risalgono almeno agli anni Sessanta e Settanta e furono molto più concreti di una simpatia politica. Nel quadro della cosiddetta “dottrina della periferia”, Israele cercava alleanze con popoli e Stati non arabi ai margini del mondo arabo e stabilì rapporti con il movimento di Mustafa Barzani, padre di Massoud e nonno dell’attuale primo ministro Masrour.
Documenti statunitensi successivamente declassificati mostrano che nel marzo 1970 rappresentanti israeliani discussero con Idriss Barzani la fornitura di armamenti. Alla richiesta che fossero curdi a utilizzare gli eventuali mezzi ricevuti, gli israeliani accettarono di addestrarli. Le ricostruzioni storiche documentano inoltre consiglieri, forniture e cooperazione nel campo dell’intelligence. C’era anche l’Iran, ma era quello dello scià Mohammad Reza Pahlavi: il Savak collaborava con Israele e il territorio iraniano serviva anche al passaggio degli aiuti destinati ai curdi iracheni.
È uno dei cortocircuiti della storia. Mezzo secolo fa Iran e Israele cooperavano per sostenere i curdi contro Baghdad. Oggi la Repubblica islamica considera i rapporti tra curdi e Israele una minaccia alla propria sicurezza. Cambiano i regimi, cambiano le alleanze. La geografia resta. E resta una costante: i curdi, abbastanza importanti da essere cercati quando servono e abbastanza deboli da essere abbandonati quando non servono più. La tragedia curda è spesso questa: essere abbastanza forti da essere utili alle potenze, ma non abbastanza forti da poterne fare a meno.
Per questo anche l’attuale avvicinamento tra alcuni settori curdi iraniani e Israele va letto senza ingenuità. Per Teheran esiste una minaccia politica reale, ma non per questo esiste un diritto a bombardare Erbil. E per i curdi resta una domanda antica: quanto conviene diventare ancora una volta lo strumento della strategia di una potenza esterna? Se Israele immagina la questione curda come leva per indebolire l’Iran dall’interno, il conto rischiano di pagarlo per primi proprio i curdi.
L’OMBRELLO AMERICANO SI CHIUDE
A rendere tutto più pericoloso c’è il progressivo ridimensionamento della presenza statunitense in Iraq e il ritiro delle batterie Patriot dalla base vicina all’aeroporto di Erbil. Per anni la presenza americana è stata contemporaneamente garanzia e maledizione: protezione contro i nemici esterni, ma anche ragione per trasformare la regione in bersaglio. Adesso la protezione diminuisce e i bersagli restano.
Il ritiro americano dalla maggior parte dell’Iraq è previsto entro il 30 settembre. Nella stessa data, almeno sulla carta, le milizie irachene dovrebbero consegnare le armi e sciogliersi. La seconda prospettiva appare assai meno credibile della prima: quelle formazioni hanno costruito negli anni potere militare, economico e politico e alcune loro componenti sono profondamente inserite nelle istituzioni. Il Kurdistan rischia così di trovarsi esattamente nel mezzo: meno protetto dagli americani, esposto alle milizie, minacciato dall’Iran e corteggiato da Israele.
QUANDO IL PETROLIO NON PROTEGGE PIÙ
La guerra intanto è già entrata nella vita quotidiana. Impianti petroliferi e del gas sono stati ripetutamente presi di mira, la produzione è stata interrotta o ridotta e a Erbil si sono viste lunghe file ai distributori. È una delle immagini più assurde della crisi: la scarsità di carburante nel cuore di una delle regioni petrolifere più importanti del mondo. Il petrolio, che avrebbe dovuto garantire autonomia e prosperità, è diventato esso stesso un bersaglio.
Le esportazioni sono vitali per le casse del Governo regionale. Alla fragilità economica si aggiunge quella politica, segnata dalla competizione tra il Pdk dei Barzani e il Puk dei Talabani, dal clientelismo e dalle divisioni interne. Dietro le bandiere restano gli stipendi, la benzina, l’elettricità, il lavoro. E le persone.
LA GEOPOLITICA COME TIFO
Forse è questo che la vicenda curda dovrebbe insegnare soprattutto a noi, alla sinistra europea. Abbiamo una necessità quasi sentimentale di trovare nel mondo qualcuno che incarni le nostre speranze: Cuba ieri, il Chiapas, Kobane, il Rojava. È una necessità umana prima ancora che politica, il bisogno di continuare a credere che un’altra organizzazione della società sia possibile. Non dobbiamo vergognarcene. Dovremmo invece diffidare del momento in cui la speranza si trasforma in tifo.
Succede allora che l’Iran debba essere o una teocrazia da distruggere oppure un eroico baluardo dell’antimperialismo; che i curdi siano rivoluzionari se combattono l’Isis, traditori se parlano con Washington, vittime quando li bombarda Ankara e sospetti se cercano l’appoggio israeliano. Ma il mondo non funziona così. Capire le ragioni di sicurezza dell’Iran non significa giustificare i droni iraniani. Condannare quei droni non significa arruolarsi con Trump o Netanyahu. Raccontare l’oligarchia dei Barzani non significa abbandonare il popolo curdo. Denunciare gli abusi nei campi dei prigionieri dell’Isis non cancella il coraggio delle donne che combatterono a Kobane. Non servono popoli perfetti per difendere il diritto dei popoli a non essere bombardati.
TERRA DI MEZZO
Due droni arrivati sulle colline di Erbil raccontano perfettamente dove si trova oggi il Kurdistan iracheno. L’Iran lo considera una possibile retrovia dei propri nemici. Israele guarda a settori curdi come potenziali alleati contro Teheran. Gli Stati Uniti riducono il proprio ombrello. Le milizie irachene restano armate. I gruppi curdo-iraniani aspettano di capire se questa guerra possa diventare la loro occasione. I Barzani cercano contemporaneamente protezione, autonomia e relazioni con tutti.
In mezzo ci sono milioni di persone che non possono spostare il Kurdistan da dove la storia e la geografia lo hanno messo. Forse dovremmo smettere di chiedere loro di essere i rivoluzionari che avevamo immaginato oppure i traditori che abbiamo deciso di condannare. Possiamo continuare a cercare un mondo migliore. Anzi, dobbiamo. Ma un mondo migliore comincia forse proprio quando smettiamo di dividere gli esseri umani tra popoli amici e popoli nemici. Perché quando le grandi potenze definiscono una terra “strategica”, troppo spesso significa soltanto che qualcun altro dovrà viverci sotto i droni.
FONTI ESSENZIALI
- Al-Monitor, 17 agosto 2026: attacco con droni contro Masrour Barzani e Waysi Barzani; contesto regionale e gruppi curdo-iraniani.
- U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, documento 267 (1970): cooperazione israeliana con i curdi iracheni, forniture e disponibilità ad addestrare personale curdo.
- Amnesty International, 2024: detenzioni arbitrarie, torture e condizioni disumane nel sistema di detenzione del nord-est della Siria per persone legate o presuntamente legate all’Isis.
- Fonti istituzionali del Governo regionale del Kurdistan e cronache internazionali sugli attacchi alle infrastrutture energetiche e sul ridimensionamento della presenza statunitense.
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