Un medico entra in una stanza d’ospedale. Prima ancora di chiedersi se sia bravo, se conosca la diagnosi, se sappia curare la persona che ha davanti, qualcuno comincia a domandarsi se sia ebreo o arabo. È questo il confine che una parte della politica israeliana sta mettendo in discussione. Ed è un confine che l’Europa conosce molto bene.
La polemica è esplosa attorno al Rambam Health Care Campus di Haifa, dopo le accuse rivolte al personale arabo che aveva assistito alcuni soldati israeliani feriti nel sud del Libano. Tra le contestazioni c’era anche il fatto che durante il turno gli operatori parlassero arabo. La direzione dell’ospedale ha verificato quanto accaduto e ha respinto le accuse di trattamento inappropriato. Il caso, però, era ormai diventato politico.
Il ministro della Difesa Israel Katz ha chiesto un’indagine. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha parlato della necessità di verificare persino l’eventuale esistenza di comportamenti dettati da motivazioni nazionalistiche.
Poi la polemica ha superato il singolo episodio.
L’ex deputata del Likud Osnat Mark ha invocato una maggiore «ebraicizzazione» delle professioni sanitarie, dai medici agli infermieri fino ai farmacisti, lamentando una presenza araba tale da far sembrare, a suo giudizio, di trovarsi a Ramallah.
Il deputato Moshe Saada ha a sua volta contestato l’accesso dei cittadini arabi alle professioni mediche e il riconoscimento di percorsi universitari palestinesi. Il paradosso è che senza medici, infermieri e farmacisti arabi la sanità israeliana avrebbe enormi difficoltà a funzionare.
Nel 2023 i cittadini arabi rappresentavano circa un quarto dei medici e degli infermieri occupati in Israele, oltre un quarto dei dentisti e quasi la metà dei farmacisti. Negli ospedali lavorano fianco a fianco con colleghi ebrei e curano pazienti ebrei e arabi, civili e militari.
Proprio per questo la vicenda del Rambam ha provocato una reazione importante all’interno dello stesso sistema sanitario israeliano. Il direttore generale del ministero della Salute, Moshe Bar Siman-Tov, dopo aver incontrato personale e famiglie dei soldati feriti, ha sostenuto pubblicamente l’ospedale e denunciato la «retorica razzista» contro i lavoratori arabi. L’Associazione medica israeliana ha espresso pieno sostegno ai medici arabi.
Il professor Fouad Azem, medico arabo israeliano, ha ricordato qualcosa di ancora più elementare: in decenni di lavoro ha curato migliaia di coppie ebree e arabe. Davanti a un arresto cardiaco, ha scritto, nessuno dovrebbe chiedersi quale sia la nazionalità della mano che pratica la rianimazione.
Eppure proprio quella domanda sta entrando nel dibattito politico.
L’Europa conosce già questa domanda
Ogni conflitto ha la propria storia e ogni persecuzione deve essere giudicata nel proprio contesto. Equiparare automaticamente l’Israele di oggi alla Germania nazista sarebbe storicamente sbagliato e finirebbe persino per indebolire ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi. Ma è quasi impossibile non ricordare cosa avvenne in Germania quando l’origine del medico cominciò a determinare chi potesse curare.
Non cominciò con Auschwitz.
Dopo l’arrivo al potere di Hitler nel 1933, l’esclusione dei medici ebrei procedette attraverso provvedimenti amministrativi, limitazioni professionali, espulsioni dalle organizzazioni sanitarie e progressiva separazione dal sistema medico tedesco.
Nel 1938 arrivò il salto definitivo.
Il ministero dell’Interno del Reich revocò le licenze dei medici considerati ebrei con effetto dal 30 settembre. Più di tremila medici persero il diritto di esercitare. Soltanto 709 ottennero un’autorizzazione speciale a continuare a lavorare, essenzialmente per assistere pazienti ebrei. Non potevano neppure presentarsi normalmente come medici: il regime impose loro la denominazione degradante di Krankenbehandler, qualcosa come «curatori dei malati».
Il Centro per la ricerca sull’antisemitismo della Technische Universität di Berlino conserva e studia la documentazione di quella progressiva esclusione.
Il 17 ottobre 1938 una circolare indirizzata agli organismi medici del Reich spiegava senza troppi giri di parole quale fosse la logica della separazione: l’obiettivo non poteva essere avere pazienti ebrei nelle sale d’attesa dei medici tedeschi.
Prima venne dunque stabilito chi poteva essere medico. Poi chi poteva curare chi.
Naturalmente Haifa nel 2026 non è Berlino nel 1938. I medici arabi israeliani continuano a lavorare negli ospedali, l’Associazione medica li difende e lo stesso ministero della Salute ha reagito contro gli attacchi razzisti. Sono differenze enormi e vanno dette.
Ma la storia non serve soltanto quando si è già arrivati alla fine della storia. Serve soprattutto quando riconosciamo l’inizio di un meccanismo.
Il medico arabo che cura il soldato israeliano
Per decenni Israele ha indicato proprio gli ospedali come uno degli esempi più riusciti di convivenza tra cittadini ebrei e palestinesi. Dentro una sala operatoria le appartenenze continuano a esistere, naturalmente, ma dovrebbero diventare irrilevanti rispetto alla persona stesa sul tavolo. È questo che rischia di rompersi.
La questione non è sostenere che domani Israele impedirà ai medici arabi di curare pazienti ebrei. Non esiste oggi un provvedimento del genere e affermarlo sarebbe falso. Il problema è precedente: qualcuno ha cominciato a considerare legittimo porre la domanda.
Può un medico arabo essere pienamente affidabile quando cura un soldato israeliano? Sono troppi gli arabi negli ospedali? Bisogna «ebraicizzare» la medicina? Quando domande costruite sull’origine etnica diventano argomento politico, il problema non riguarda più soltanto i medici palestinesi. Riguarda la medicina.
Perché un ospedale può sopravvivere alle differenze linguistiche, religiose e nazionali. Non può sopravvivere facilmente alla convinzione che il sangue di chi cura debba corrispondere al sangue di chi viene curato. Nel 1938 l’Europa scoprì dove poteva condurre quella strada. Proprio Israele, nato anche dalle ceneri di quella persecuzione, dovrebbe avere più memoria di chiunque altro per riconoscerne il principio e fermarsi molto prima della fine.
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