
L’arte è una cosa profondamente umana. Siamo noi a prendere un dolore, una paura, una memoria e trasformarli in qualcosa che un altro possa vedere, ascoltare, capire. O, semplicemente, da cui possa lasciarsi emozionare senza comprenderlo fino in fondo razionalmente.
Un quadro, una fotografia, una poesia, una scena di teatro possono avere un linguaggio universale e portare l’esperienza di una persona dentro lo sguardo, e perfino dentro la sensibilità, di un’altra. E qualche volta, quando la politica, la guerra o la repressione restringono lo spazio delle persone, l’arte prova ad allargarlo di nuovo.
Iraq, cinque chilometri di vestiti contro la violenza
A Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno, Tara Abdullah ha raccolto abiti appartenuti a donne vittime di violenza e li ha cuciti insieme fino a creare un’installazione lunga circa cinque chilometri. Il suo Feminine Project nasce andando casa per casa, ascoltando testimonianze e raccogliendo indumenti. Esporli nello spazio pubblico, in una società dove — racconta l’artista — perfino la biancheria femminile viene spesso nascosta quando viene stesa all’aperto, significa rendere visibile ciò che dovrebbe restare invisibile: la violenza, ma anche l’esistenza e la voce delle donne. Una parte dell’opera venne strappata e bruciata. Abdullah continuò.
In un progetto successivo trasformò migliaia di testimonianze in un messaggio diffuso contemporaneamente attraverso 66 altoparlanti in quattro città e tre località della provincia. Anche lo strumento era parte del messaggio: usare nello spazio pubblico un mezzo normalmente dominato dalla voce maschile per far ascoltare la voce delle donne. Arrivarono proteste, accuse religiose e interrogatori. Lei continua a definire l’arte «l’unica arma che non ferisce e non uccide».
Palestina, Gaza sale sul palco
A Ramallah l’ASHTAR Theatre lavora da decenni perché i palestinesi possano raccontarsi con la propria voce. Dopo la guerra del 2008-2009 nacquero i Gaza Monologues: trentatré ragazzi e ragazze scrissero ciò che avevano visto, perso e temuto. Il 17 ottobre 2010 quei testi furono rappresentati contemporaneamente in decine di Paesi e in molte lingue, e negli anni successivi continuarono a viaggiare sui palcoscenici del mondo. Gaza smette così, almeno per il tempo di uno spettacolo, di essere soltanto un numero di morti, una cartina militare o un comunicato: torna ad avere una voce, un volto, desideri e paure.
Il teatro non cancella l’occupazione e non ferma le bombe, ma impedisce che un’intera popolazione venga ridotta alla sola parola “vittime”. Per ASHTAR l’arte è anche formazione, sostegno psicosociale e possibilità professionale per i giovani. Iman Aoun, cofondatrice e direttrice artistica, la considera uno dei pochi linguaggi ancora capaci di raggiungere il mondo quando gli altri sembrano non bastare.
Myanmar, una telecamera contro l’oblio
In Myanmar un documentarista, poeta e artista multimediale continua a lavorare sotto la giunta militare senza poter usare il proprio nome. Non sa quando le sue immagini potranno essere viste, né se troveranno subito qualcuno disposto a mostrarle. Ma continua a filmare perché, dice, questo è un momento storico e deve essere documentato. È un gesto semplice e insieme enorme: lasciare una prova mentre qualcuno tenta di cancellarla.
Le dittature non cercano soltanto il silenzio del presente. Cercano anche di stabilire quale versione dei fatti sopravviverà. Una fotografia, una registrazione, una poesia o un film diventano allora qualcosa di più di un’opera: un pezzo di memoria sottratto a chi vorrebbe possedere anche il racconto. Non necessariamente per oggi. Forse per domani.
Amazzonia, il diritto di raccontarsi
Nell’Amazzonia brasiliana le comunità indigene affidano a fotografie, racconti e film la memoria degli anziani e la difesa della foresta. Il progetto Tales of Resistance, legato al lavoro di Treesistance, prova soprattutto a rovesciare un’abitudine secolare: arrivare dall’esterno, fotografare, studiare e poi raccontare gli altri. Qui si tenta il contrario. Le comunità decidono che cosa raccontare, quali immagini conservare e quali parole lasciare ai figli.
Non vogliono essere soltanto oggetto dello sguardo altrui, ma autrici della propria rappresentazione. E questo cambia anche il modo in cui una comunità guarda se stessa: non soltanto vittima della deforestazione, degli incendi o della violenza, ma soggetto capace di difendere la propria terra e il proprio futuro. Non a caso in quelle comunità si preferisce parlare di resistência più che di attivismo: la difesa della foresta non è una campagna che comincia e finisce, ma una necessità che passa da una generazione all’altra. Ogni resistenza consuma energie; l’arte è uno dei modi attraverso cui quell’energia viene rinnovata.
Creare o distruggere
Sono storie lontanissime: Iraq, Palestina, Myanmar, Amazzonia. Eppure raccontano la stessa cosa. L’arte non ferma un carro armato, non impedisce a una ruspa di entrare nella foresta, non abbatte una dittatura e non ferma da sola la violenza contro una donna. Ma può impedire che chi possiede il carro armato, la prigione, la ruspa o la forza fisica possieda anche il racconto. È forse per questo che l’arte dà tanto fastidio ai regimi, ai fanatici, ai censori e a tutti quelli che preferiscono esseri umani ridotti a numeri, categorie o nemici: restituisce un volto, un nome, una storia.
Gli animali non dipingono Guernica, non scrivono poesie, non costruiscono teatri. Ma, per fortuna, non costruiscono neppure eserciti, non progettano bombardamenti e non inventano campi di prigionia. L’essere umano possiede entrambe le possibilità: creare e distruggere. Forse l’arte esiste proprio nel punto in cui scegliamo quale delle due alimentare.
A Sulaymaniyah sono vestiti cuciti insieme. A Ramallah ragazzi su un palco. In Myanmar una telecamera nascosta. In Amazzonia la voce di un anziano affidata a chi verrà dopo. Piccole cose, viste da lontano. Ma le guerre, le dittature e la violenza hanno sempre avuto paura delle piccole cose che continuano a parlare. Perché quando l’arte colpisce non lascia un corpo a terra. Lascia memoria. E qualche volta è proprio dalla memoria che ricomincia la resistenza.
Fonti
• IPS – Iraq: “Art Is the Only Weapon That Doesn’t Hurt or Kill”, settembre 2026.
• CIVICUS Lens – Palestina: intervista a Iman Aoun, ASHTAR Theatre.
• CIVICUS Lens – Myanmar: “This Is a Historic Moment and It Needs to Be Recorded”.
• IPS – Brasile: “Resistance Is Intergenerational and Art Is How Energy Gets Renewed”, settembre 2026.
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