Domenica aggredisce tre persone. Venerdì sera viene trovato impiccato nella cella del carcere di Reggio Emilia. In mezzo ci sono cinque giorni, un arresto, una notte in una cella di sicurezza, la custodia cautelare e soprattutto una storia di sofferenza psichica che non era affatto sconosciuta.
Mena Istafanous aveva ventisei anni. La sera di domenica 27 settembre, a Reggio Emilia, aveva aggredito con un cacciavite una donna in un distributore di benzina. Poi aveva investito con l’auto altre due persone intervenute per soccorrerla. Nessuno dei tre feriti è risultato in pericolo di vita. Un’ora dopo il giovane era stato fermato dalla polizia.
Un fatto gravissimo. E proprio per questo bisogna raccontare fino in fondo anche quello che è successo dopo.
Mena non era sconosciuto ai servizi sanitari. L’Ausl aveva confermato che aveva iniziato un percorso al Centro di salute mentale di Reggio Emilia. La famiglia aveva cominciato a notare un disagio già nell’estate del 2025. Successivamente il ragazzo si era rivolto al medico di base, poi a uno psichiatra e infine, a metà luglio 2026, al Centro di salute mentale.
Secondo quanto riferito dal suo avvocato, manifestava idee persecutorie: pensava che qualcuno lo seguisse, che colleghi di lavoro lo perseguitassero, che fossero arrivati perfino a casa sua.
Il 5 agosto non si era presentato a un successivo appuntamento. Aveva trovato lavoro. La famiglia aveva inoltre scoperto che non stava seguendo regolarmente la terapia farmacologica e lo aveva invitato a riprendere i contatti con il servizio.
C’era stato anche un episodio precedente, nell’aprile scorso, in un ostello: una denuncia per tentata rapina, danneggiamento e aggressione, nata ancora una volta dentro una convinzione persecutoria, quella che gli fossero stati sottratti cento euro.
Nel caso di Mena Istafanous, dunque, i segnali esistevano. Ed erano già arrivati ai servizi sanitari.
Dopo l’arresto il giovane appariva ancora confuso. Lo riferiva il suo legale. Mercoledì 30 settembre il gip convalida l’arresto e dispone la custodia cautelare in carcere. Mena non risponde alle domande. Intanto gli investigatori hanno già escluso la pista del terrorismo e l’attenzione si concentra proprio sulle sue condizioni psichiatriche.
Poi arriva venerdì 2 ottobre. Intorno alle 20 Mena Istafanous viene trovato impiccato nella sua cella nel carcere di Reggio Emilia. Cinque giorni dopo l’aggressione. È qui che la cronaca deve smettere di limitarsi alla conta dei morti.
Una persona può essere responsabile di un gesto terribile e allo stesso tempo essere affidata allo Stato perché ne garantisca custodia, cure e sopravvivenza. La pena, e ancor più la custodia cautelare di chi non è stato condannato, non comprendono il diritto dello Stato a voltarsi dall’altra parte. Occorre sapere che cosa sia accaduto in quei cinque giorni. Quando Mena è entrato in carcere, chi ha valutato il suo stato psichico?I sanitari conoscevano il percorso già avviato al Centro di salute mentale? È stata valutata la possibilità di un gesto autolesivo? Era sottoposto a una particolare sorveglianza? Quali cure gli sono state somministrate? Quali informazioni sono passate dal servizio territoriale al carcere?
E soprattutto: davanti a un ragazzo arrestato dopo un episodio di violenza apparentemente senza movente, già seguito dalla salute mentale, descritto come confuso e con precedenti idee persecutorie, il carcere ordinario era davvero l’unica risposta immediatamente disponibile?
Non sono domande per assolvere Mena. Sono domande per capire perché oggi Mena sia morto. Il Garante regionale delle persone private della libertà, Roberto Cavalieri, ricorda che è già il secondo suicidio del 2026 nelle carceri dell’Emilia-Romagna riguardante una persona con patologie psichiatriche accertate. Nella regione si contano inoltre altri quattro suicidi accertati e quattro decessi sui quali sono ancora in corso verifiche dell’autorità giudiziaria.
Il problema però supera Reggio Emilia. Secondo Antigone, nei primi sette mesi del 2026 almeno trentotto persone si erano già tolte la vita nelle carceri italiane. Il sovraffollamento reale sfiorava il centoquaranta per cento. Autolesionismo, isolamento e sofferenza psichica sono ormai elementi strutturali del sistema penitenziario. E allora smettiamola di chiamare tutto questo emergenza.
Un’emergenza arriva improvvisamente. Questa invece la conosciamo da anni. Conosciamo il sovraffollamento. Conosciamo la carenza di personale sanitario. Conosciamo la quantità di persone con disturbi psichici rinchiuse negli istituti. Conosciamo i suicidi. Ogni volta si apre un’indagine, arriva un comunicato, qualcuno promette attenzione. Poi si ricomincia a contare.
Mena Istafanous ha ferito tre persone e avrebbe dovuto risponderne davanti alla giustizia. Ma venerdì sera non è arrivato davanti a nessun giudice. È arrivato a un cappio. E uno Stato che prende in custodia una persona prende in custodia anche la sua vita. Non è una concessione umanitaria. È il minimo che possa pretendere una democrazia.
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