Ambiente

TERRA BRUCIATA | La guerra continua anche quando smettono di sparare

Boschi cancellati, pascoli minati, uliveti bruciati. Dal Caucaso al Libano, i conflitti distruggono le condizioni per tornare a vivere. E nei negoziati sulla biodiversità il recupero dei territori devastati resta ai margini.


Un cessate il fuoco non disinnesca le mine, non ripulisce le falde, non restituisce un bosco. La guerra può finire nei comunicati e continuare nella terra: nei pascoli abbandonati, negli ulivi bruciati, nell’acqua che deve essere controllata prima di poterla usare. Anche quando si smette di sparare, tornare a casa non significa poter ricominciare.

Il reportage di Stella Paul, pubblicato il 26 ottobre, parte da una foresta interrotta. Nella riserva di Shikahogh, nell’Armenia meridionale, vicino al confine con l’Azerbaigian, la giornalista osserva versanti spogli dove dovrebbe esserci una copertura boschiva continua. Fra gli alberi e le montagne compaiono postazioni militari, strade, lavori di scavo.

È un territorio che ospita il leopardo del Caucaso, la capra del Bezoar, l’orso bruno e numerose specie di uccelli. Un ambiente attraversato da animali che si muovono fra Armenia, Azerbaigian e Iran. I confini tracciati dagli uomini diventano barriere anche per loro.

Le autorità locali armene attribuiscono parte dei disboscamenti alle forze azere, accusate di avere aperto strade e realizzato installazioni militari. L’estensione di questi interventi non è stata verificata indipendentemente. La giornalista riferisce anche di tagli e movimenti di terra visibili sul versante armeno, vicino alle postazioni.

Dall’Azerbaigian arrivano altre accuse: esponenti di una coalizione ambientalista contestano all’Armenia l’inquinamento dei fiumi transfrontalieri legato alle attività minerarie. L’accesso limitato alle aree contese e l’assenza di un monitoraggio ambientale condiviso rendono difficile verificare molte delle denunce. Anche la tutela del territorio finisce dentro lo scontro politico.

Due mucche su una mina, un allevamento che chiude

La storia di Vladik Agatelyan, allevatore di 60 anni, spiega cosa significhi vivere su quel confine. Racconta che una mina ha ucciso due delle sue mucche. Ha smesso di allevare bovini. Altri continuano, evitando però i pascoli vicini alla foresta.

Alla perdita di reddito la famiglia ha risposto come poteva: sua moglie ha iniziato a insegnare in una scuola del villaggio. Un piccolo stipendio per compensare un’attività agricola diventata troppo pericolosa.

È così che la militarizzazione modifica un territorio anche senza un bombardamento quotidiano. Restringe i percorsi, rende inaccessibili i pascoli, interrompe il lavoro. La paura di una mina basta ad abbandonare un terreno.

Lo stesso accade alla ricerca. Lo zoologo Harut Marzynyan, impegnato nel monitoraggio della fauna della riserva, racconta che l’insicurezza ostacola sopralluoghi e rilevazioni. Strade e infrastrutture militari possono frammentare gli habitat e isolare le popolazioni animali. Ma proprio dove servirebbe raccogliere dati, diventa difficile entrare.

Il danno ambientale viene così accompagnato da un’altra perdita: la possibilità di conoscerlo, misurarlo e documentarlo.

Il Libano degli ulivi bruciati

Dal Caucaso il reportage si sposta in Libano. George Mitri, professore di Scienze ambientali all’Università di Balamand, riferisce che oltre 11mila ettari sono stati interessati da incendi legati al conflitto fra Israele e Hezbollah. Altre migliaia di ettari, aggiunge, hanno subito danni provocati da esplosioni, attività militari e perdita di vegetazione.

Jen Maman, rappresentante di Greenpeace, indica almeno 65mila ulivi bruciati nelle recenti ostilità nel Libano meridionale, sulla base delle valutazioni dell’organizzazione e delle ricerche dei suoi partner.

Un uliveto distrutto significa raccolti perduti e anni di lavoro cancellati. Ripiantare non restituisce subito una produzione, un reddito, l’autonomia di una famiglia. Se poi il terreno è disseminato di ordigni o presenta rischi di contaminazione, il recupero richiede verifiche e interventi prima ancora delle nuove colture.

Maman richiama anche i rischi connessi all’impiego del fosforo bianco e riferisce di indagini che hanno rilevato concentrazioni elevate di fosforo e metalli pesanti in alcune aree colpite. Per stabilire estensione, origine e conseguenze della contaminazione servono accertamenti scientifici.

La distruzione attraversa agricoltura, allevamento, pesca, risorse idriche. Arriva fino alla disponibilità di cibo. La separazione fra emergenza ambientale ed emergenza umanitaria, su questi territori, dura poco.

Ricostruire richiede più di una ruspa

Mitri indica un primo lavoro indispensabile: documentare. Immagini satellitari, fotografie, indagini sul campo, analisi scientifiche. Servono per individuare i danni, progettare il recupero e sostenere eventuali richieste di responsabilità e risarcimento.

Poi occorrono ecologi, idrologi, esperti del suolo, tossicologi. E le persone che abitavano quei luoghi, capaci di riconoscere cambiamenti che possono sfuggire alle rilevazioni: una sorgente alterata, una specie scomparsa, un pascolo diventato impraticabile.

Bonificare e sminare, ripristinare gli habitat, controllare l’acqua, sostenere chi ha perso il proprio lavoro: tutto questo fa parte della ricostruzione. Misurarla soltanto in edifici e chilometri di asfalto significa lasciare fuori ciò che rende abitabile un territorio.

Per distruggere si finanzia, per riparare si rimanda

È qui che il reportage arriva al nodo politico. Alla Cop17 sulla biodiversità si discute di come finanziare gli impegni internazionali per la natura. Eppure il recupero degli ecosistemi devastati dalla guerra resta marginale nel confronto sui finanziamenti.

Sminare costa. Bonificare costa. Ricostruire una foresta e seguire per anni la qualità di un terreno richiede risorse, personale, continuità. Lasciare questi interventi senza strumenti adeguati significa scaricare la devastazione sulle comunità che l’hanno subita.

I governi che finanziano operazioni militari e forniture di armi devono rispondere anche di questo orizzonte: che cosa resterà da bere, da coltivare, da abitare. La protezione della biodiversità entra direttamente nelle decisioni sulla guerra, nelle responsabilità di chi distrugge e nelle condizioni degli accordi di pace.

A Shikahogh un allevatore ha rinunciato alle sue mucche. Nel Libano meridionale gli ulivi bruciati non daranno il prossimo raccolto. La guerra continua anche così: una famiglia torna e scopre che la casa è ancora in piedi, ma la terra intorno non le permette più di vivere.


Fonte: Stella Paul, «How Conflict Brings Biodiversity to the Brink», Ips, 26 ottobre 2026.


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