L’ipotesi di richieste di “pizzo” avanzate dall’agente di polizia al pusher che nell’ultimo periodo avrebbero portato a dissapori e tensioni. È uno dei temi su cui stanno lavorando gli investigatori della Squadra Mobile di Milano nell’indagine coordinata dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola sulla morte di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo durante un controllo anti-spaccio, dall’assistente capo Carmelo Cinturrino.
Il poliziotto è ora indagato per omicidio volontario, accusa sempre più solida e che ha trovato riscontri anche negli interrogatori resi giovedì in Questura dai suoi quattro colleghi, ai quali sono stati contestati il favoreggiamento e l’omissione di soccorso.
Cinturrino avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga ad Abderrahim Mansouri: è emerso dal racconto di alcuni conoscenti della vittima, ora al vaglio degli inquirenti. Qualcuno avrebbe anche quantificato le richieste che sarebbero state di duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Il 28enne avrebbe confidato a una cerchia di persone, alcune delle quali sentite nell’inchiesta, che a un certo punto avrebbe respinto le richieste di Cinturrino e da quel momento avrebbe iniziato ad avere paura del poliziotto, ora indagato per omicidio volontario.
“A caldo, subito dopo quanto avvenuto a Rogoredo, Matteo Salvini aveva perso un’altra occasione per tacere ed emesso la sua sentenza: ‘Un poliziotto si difende, il balordo muore, io sto con il poliziotto’.
Oggi davanti alle notizie di nuovi, importanti risvolti nell’inchiesta in corso a Milano il leader della Lega ha azionato la solita retromarcia vuota, tanto quanto gli slogan lanciati a caldo. Qualunque persona seria è sempre dalla parte della legalità e al fianco del prezioso lavoro svolto dalle forze dell’ordine. Noi del M5S pensiamo sia il caso di farlo dando loro stipendi adeguati, più personale, dotazioni tecniche migliori, un’età pensionabile ragionevole.
Ma l’Italia è uno stato di diritto, nessuno è al di sopra della legge ed è giusto che la magistratura, in piena autonomia, accerti la verità. È fondamentale capire cosa è accaduto veramente nel boschetto di Rogoredo. Per Salvini, invece, vale sempre il proverbio secondo cui un bel tacer non fu mai scritto”. Così la vicecapogruppo del M5S al Senato Alessandra Maiorino.
Dagli interrogatori svoltisi presso la Questura di Milano, che hanno visto protagonisti i quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, si rafforza l’ipotesi di omicidio volontario a carico dell’assistente capo di 42 anni. L’agente è accusato di aver sparato e ucciso il 28enne Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo lo scorso 26 gennaio.
Davanti al PM Giovanni Tarzia, gli altri agenti indagati hanno fornito precisazioni cruciali che hanno modificato sensibilmente le loro versioni precedenti. Ne è emerso un quadro di gestione “opaca” delle operazioni antidroga da parte del 42enne. L’elemento più inquietante riguarda l’arma della vittima: l’ipotesi degli inquirenti è che la pistola a salve ritrovata accanto a Mansouri possa essere stata posizionata sul luogo del delitto solo successivamente, non essendo mai stata impugnata dal giovane.
Tutti e quattro i poliziotti hanno risposto alle domande degli investigatori della Squadra Mobile in interrogatori proseguiti fino a tarda sera. L’avvocato Massimo Pellicciotta, legale di una poliziotta, ha riferito che la sua assistita “si è difesa dalle contestazioni puntualizzando la sua posizione”. L’avvocato Antonio Buondonno, che assiste altri due agenti impegnati nel fermo di un pusher bengalese poco prima della sparatoria, ha confermato che i suoi clienti “hanno offerto precisazioni” determinanti. L’avvocato Matteo Cherubini ha parlato di posizione “chiarita” anche per il quarto agente, colui che si trovava accanto all’assistente capo al momento dello sparo.

Il presunto inquinamento delle prove e i ritardi
Secondo le accuse originali – basate su analisi di telecamere, telefoni, rilievi della Scientifica e testimonianze – i quattro avrebbero aiutato il collega a “eludere le investigazioni”. In particolare, avrebbero omesso di segnalare la presenza di testimoni sul luogo del delitto e avrebbero fornito versioni false sui propri movimenti e sulle condotte dei soggetti presenti.
Pesantissima è anche la contestazione sui soccorsi: gli agenti non avrebbero allertato immediatamente l’autorità sanitaria mentre Mansouri giaceva a terra agonizzante, accumulando un ritardo superiore ai venti minuti.
La scelta dei poliziotti di non avvalersi della facoltà di non rispondere sembra aver ribaltato parte dello scenario. Dai verbali odierni si delineerebbe una gestione definita “marcia” di alcune operazioni condotte dall’assistente capo, oltre a rapporti pregressi e forti tensioni tra il 42enne e la vittima.


