Uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche, dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e dell’Università di Firenze invita a ripensare la prevenzione. Oltre alla terapia per evitare l’ictus, servono un controllo rigoroso dei fattori di rischio vascolare e una maggiore attenzione alla salute cognitiva.
Proteggere il cuore non basta. Per difendere anche il cervello degli anziani serve un cambio di prospettiva nella prevenzione.
È questo il messaggio che emerge da una ricerca coordinata dall’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), insieme all’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e all’Università di Firenze. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica EP Europace, lancia un segnale importante per milioni di persone affette da fibrillazione atriale: anche quando la terapia anticoagulante viene seguita correttamente, il rischio di sviluppare un declino cognitivo rimane significativamente elevato.
La fibrillazione atriale è l’aritmia cardiaca più frequente nella popolazione anziana. Provoca un battito irregolare del cuore e aumenta il rischio di formazione di coaguli che possono raggiungere il cervello causando un ictus. Per questo motivo gli anticoagulanti rappresentano uno dei pilastri della prevenzione e hanno consentito, negli ultimi anni, di ridurre in modo significativo gli eventi tromboembolici.
Lo studio italiano racconta però una realtà più complessa.
I ricercatori hanno seguito pazienti anziani con fibrillazione atriale già in terapia anticoagulante, osservando che il deterioramento cognitivo continua a manifestarsi con una frequenza molto superiore rispetto alla popolazione generale. L’incidenza osservata è di circa quattordici nuovi casi ogni cento persone seguite per un anno, un valore all’incirca doppio rispetto a quello registrato negli anziani senza questa patologia.
La ricerca suggerisce quindi che prevenire l’ictus, pur essendo fondamentale, non è sufficiente a preservare la salute del cervello.
Le altre malattie fanno la differenza
Gli studiosi hanno individuato alcuni fattori che aumentano ulteriormente il rischio.
Tra questi figurano la cardiopatia coronarica, un precedente ictus e il diabete mellito. Tutte condizioni che danneggiano progressivamente il sistema vascolare e che, sommate alla fibrillazione atriale, sembrano accelerare il deterioramento delle funzioni cognitive.
Accanto a questi elementi emerge però anche un dato incoraggiante.
Le persone con un livello di istruzione più elevato e con migliori prestazioni cognitive all’inizio dello studio hanno mostrato una maggiore capacità di resistere al declino. È la conferma di quella che i neurologi definiscono “riserva cognitiva”: leggere, studiare, mantenere una vita sociale attiva, coltivare interessi e continuare a stimolare il cervello rappresentano una forma di protezione che accompagna, ma non sostituisce, le cure mediche.
La prevenzione cambia prospettiva
Secondo gli autori della ricerca, la gestione della fibrillazione atriale dovrebbe quindi compiere un ulteriore passo avanti.
Alla prevenzione del rischio tromboembolico occorre affiancare il controllo rigoroso della pressione arteriosa, del diabete, del colesterolo e degli altri fattori di rischio cardiovascolare, oltre a programmi di valutazione periodica delle funzioni cognitive.
In altre parole, non basta evitare l’ictus. Occorre prendersi cura dell’intero invecchiamento cerebrale.
Questa indicazione assume un valore particolare in un Paese come l’Italia, dove l’invecchiamento della popolazione procede rapidamente e le malattie neurodegenerative rappresentano una delle principali sfide per il Servizio sanitario nazionale.
Una questione di qualità della vita
La medicina moderna ha imparato a far vivere le persone più a lungo. La sfida dei prossimi anni sarà farle vivere anche meglio.
Conservare memoria, autonomia, capacità di orientarsi, riconoscere i propri familiari, leggere un giornale o continuare a partecipare alla vita sociale vale quanto ridurre il rischio di un ricovero ospedaliero.
Per questo la ricerca del Cnr non riguarda soltanto cardiologi e neurologi. Riguarda milioni di famiglie italiane che ogni giorno convivono con la fragilità dell’età avanzata.
La salute del cuore e quella del cervello viaggiano insieme. Prendersi cura dell’una significa, sempre di più, prendersi cura anche dell’altra. È questa la sfida che la medicina dell’invecchiamento è chiamata ad affrontare.
Cinque segnali da non sottovalutare
È normale dimenticare qualche nome o un appuntamento occasionale. Diverso è quando le difficoltà diventano frequenti o interferiscono con la vita quotidiana.
Tra i campanelli d’allarme che meritano un confronto con il medico ci sono:
- perdita di memoria sempre più frequente;
- difficoltà a orientarsi in luoghi conosciuti;
- problemi nel trovare le parole durante una conversazione;
- riduzione dell’attenzione e della capacità di organizzare attività semplici;
- cambiamenti insoliti del carattere o del comportamento.
Questi sintomi non significano necessariamente demenza, ma una valutazione precoce può consentire di individuare e trattare tempestivamente molte condizioni.
In presenza di questi segnali è consigliabile rivolgersi al medico di famiglia, che potrà valutare l’opportunità di una visita neurologica o geriatrica.
Fonti: Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Azienda ospedaliero-universitaria Careggi, Università di Firenze, EP Europace.







