Una bambina di quattro anni muore a Palermo. La diagnosi definitiva non c’è ancora: la Procura ha disposto l’autopsia e i campioni sono stati inviati all’Istituto superiore di sanità. Ma il sospetto dei medici è difterite. Una parola che molti italiani sotto i cinquant’anni probabilmente hanno incontrato soltanto sui libri, insieme alla poliomielite, ai sanatori, ai bambini nei polmoni d’acciaio e a un pezzo di storia della medicina che credevamo archiviato. La bambina non era vaccinata. Un cuginetto della stessa età, ricoverato con sintomi simili, era invece vaccinato e non risulta in condizioni gravi.
È per questo che il 21 agosto l’Istituto superiore di sanità ha pubblicato una scheda intitolata «Difterite, cosa sapere». Non un improvviso interesse estivo per una malattia dimenticata, dunque, ma una risposta alla morte avvenuta poche ore prima a Palermo. L’Iss ricorda che la difterite è un’infezione molto contagiosa provocata soprattutto dal Corynebacterium diphtheriae. Il pericolo non è soltanto il batterio: alcuni ceppi producono una tossina capace di danneggiare tessuti e organi. Nella gola possono formarsi membrane spesse che ostacolano la respirazione; la tossina può raggiungere cuore, reni e sistema nervoso. Anche con le cure la malattia può essere mortale.
C’è però un numero che racconta meglio di qualsiasi definizione quello che abbiamo dimenticato. All’inizio del Novecento in Italia si registravano fra ventimila e trentamila casi di difterite infantile ogni anno e circa millecinquecento morti. La vaccinazione fu resa obbligatoria nel 1939 e cominciò a diffondersi realmente nel dopoguerra. Da allora la curva precipitò. Fra il 1990 e il 2000 furono segnalati appena cinque casi. Il ministero della Salute ha indicato il 1996 come ultimo caso registrato in Italia.
L’ultimo decesso documentato è ancora più impressionante: 1991. Morì una bambina non vaccinata. Se gli esami confermeranno che la piccola morta a Palermo aveva davvero la difterite, saranno trascorsi trentacinque anni. Due bambine, a una generazione di distanza. E in mezzo una malattia che la medicina non ha sconfitto inventando una cura miracolosa, ma impedendo che i bambini la prendessero.
Quando il successo cancella la memoria
Qui comincia la storia più interessante. Perché i vaccini hanno un difetto politico e culturale quasi paradossale: quando funzionano molto bene eliminano dalla nostra esperienza proprio ciò che dovrebbe convincerci a usarli.
Nessun genitore di oggi ha memoria di classi scolastiche decimate dalla difterite. Nessuno vede normalmente un bambino soffocare per le membrane che gli chiudono la gola. Non conosciamo quasi più famiglie segnate dalla poliomielite. Abbiamo perso la percezione della malattia mentre abbiamo mantenuto, ingrandito e moltiplicato quella dei possibili effetti avversi della vaccinazione.
Il risultato è un capovolgimento della percezione del rischio. Il vaccino è davanti agli occhi perché deve essere scelto, prenotato, somministrato. La malattia invece non si vede più. E ciò che non si vede finisce per sembrare impossibile. Fino al giorno in cui ritorna.
Ottantacinque per cento
La vicenda di Palermo obbliga anche a guardare i numeri evitando la scorciatoia del «genitore irresponsabile». Le responsabilità individuali esistono, ma una politica sanitaria non può limitarsi a giudicarle dopo che un bambino è morto.
Gli ultimi dati completi pubblicati dal ministero della Salute sulle vaccinazioni effettuate entro i ventiquattro mesi mostrano che nel 2024 la copertura nazionale contro la difterite era del 94,46 per cento. In Sicilia era appena l’85,13 per cento. Non una piccola oscillazione statistica: più di nove punti sotto la media nazionale e molto lontano dal livello del 95 per cento assunto come riferimento per mantenere coperture elevate nella popolazione.
Repubblica ha raccolto in queste ore la denuncia di Claudio Costantino, presidente siciliano della Società italiana di igiene: allo Zen, il quartiere palermitano dal quale proveniva la bambina, il presidio vaccinale che esisteva prima del Covid non sarebbe stato riaperto. È un dettaglio che sposta immediatamente il discorso. Se vogliamo capire perché un bambino non viene vaccinato, dobbiamo cercare certamente le convinzioni dei genitori, ma anche sapere quanto è distante un ambulatorio, se i servizi funzionano, se pediatri e scuole riescono a intercettare chi resta fuori e quanto lo Stato sia presente nei quartieri più fragili.
L’autismo che non c’entra
Secondo quanto riferito dai familiari ai sanitari e riportato da diverse fonti giornalistiche, i genitori della bambina avrebbero rifiutato le vaccinazioni perché convinti che l’autismo comparso in un loro parente fosse stato provocato da un vaccino. È una circostanza che dovrà essere ricostruita con precisione nell’inchiesta e sulla quale è bene evitare processi sommari a una famiglia che ha appena perso una figlia.
Ma sul piano scientifico non esiste un’ambiguità equivalente.
L’ipotesi di una relazione fra vaccini e autismo nasce soprattutto dal famoso articolo pubblicato nel 1998 da Andrew Wakefield sul vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. Quel lavoro si rivelò gravemente scorretto, The Lancet lo ritirò e Wakefield fu radiato dall’ordine professionale britannico. Da allora decine di studi su popolazioni enormemente più vaste non hanno trovato un rapporto causale fra vaccinazioni e disturbi dello spettro autistico. Nel dicembre 2025 anche il comitato mondiale dell’Oms per la sicurezza dei vaccini, dopo aver riesaminato trentuno studi pubblicati fra 2010 e 2025, ha ribadito che non esiste alcun nesso causale tra vaccini e autismo.
C’è persino un cortocircuito nel racconto di Palermo che merita di essere chiarito. Il vaccino normalmente chiamato «trivalente», Mpr, protegge da morbillo, parotite e rosolia. Non è il vaccino contro la difterite. La protezione antidifterica nei bambini viene somministrata all’interno delle combinazioni previste dal calendario vaccinale, a partire dall’esavalente nei primi mesi di vita. Una paura nata attorno a un vaccino può dunque trasformarsi nel rifiuto degli altri vaccini e lasciare un bambino esposto a una malattia completamente diversa. È così che la disinformazione produce effetti reali anche quando parte da una premessa falsa.
Non era scomparsa dal mondo
Difterite dimenticata non significa difterite estinta. L’Europa lo sa bene. Nel 2022 si verificò un forte aumento dei casi nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo. Nel 2023 l’Ecdc ne registrò 216 considerando i diversi ceppi tossigeni monitorati; nel 2024 i casi furono 151. Fra il 2020 e il 2024 ne sono stati notificati complessivamente 862. Germania e Francia hanno registrato nel 2024 i numeri più elevati. Nei casi per i quali era conosciuto lo stato vaccinale, quasi due terzi delle persone risultavano non vaccinate o con vaccinazione incompleta o non documentata. Questo non significa che l’Italia sia davanti a un’epidemia. Sarebbe irresponsabile dirlo. Un singolo caso sospetto non autorizza alcun allarme nazionale e sarà necessario attendere gli esami dell’Iss per stabilire definitivamente la causa della morte della bambina di Palermo. Significa però un’altra cosa: il batterio non ha firmato nessun trattato di resa. È ancora presente nel mondo e circola occasionalmente anche in Europa. Ciò che lo tiene lontano dalle terapie intensive non è la sua scomparsa biologica, ma la nostra protezione collettiva. Quando quella protezione si indebolisce, il passato dispone ancora delle chiavi per rientrare.
Non basta dire «no vax»
È facile raccontare questa storia dividendola fra persone razionali e persone ignoranti. È anche rassicurante. Consente allo Stato, alla medicina, alla scuola, all’informazione e perfino a noi giornalisti di uscire dall’inquadratura. Ma se in una regione la copertura antidifterica dei bambini scende all’ottantacinque per cento, il problema non può essere soltanto una famiglia. Bisogna chiedersi quanta parte abbiano avuto gli anni del Covid e la demolizione della fiducia nelle istituzioni; quanto abbia pesato una comunicazione sanitaria spesso oscillante tra paternalismo e silenzio; quanto abbiano lavorato gli algoritmi che premiano paura, scandalo e complotto; quanto pesino servizi territoriali insufficienti e disuguaglianze sociali. E bisogna domandarsi perché una menzogna scientifica nata quasi trent’anni fa, smentita da montagne di studi, continui ad avere più forza narrativa di milioni di bambini vaccinati che semplicemente non si ammalano.
Perché questo è il problema della prevenzione: il suo successo non fa notizia.
La bambina che non prende la difterite non compare al telegiornale. Il bambino che non resta paralizzato dalla poliomielite non ha un titolo. La donna che non sviluppa un tumore provocato da un’infezione prevenibile non saprà mai di essere stata salvata. La prevenzione produce soprattutto assenze. E le assenze si dimenticano.
Trentacinque anni dopo
Nel 1991 una bambina italiana non vaccinata morì di difterite. Per trentacinque anni quella morte è rimasta quasi sola nelle statistiche di una malattia che credevamo consegnata alla storia. Adesso a Palermo un’altra bambina è morta e i medici sospettano la stessa infezione. Prima di stabilire definitivamente che cosa sia accaduto bisognerà aspettare l’autopsia, gli esami dell’Istituto superiore di sanità e il lavoro della magistratura. Bisognerà capire anche se la malattia sia stata riconosciuta tempestivamente e se qualcosa, durante i primi accessi in ospedale, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi. La madre della bambina contesta pubblicamente l’operato dei sanitari e ricorda che, allo stato attuale, quella di difterite resta una diagnosi sospetta. È giusto ricordarlo. Ma qualunque sia la conclusione giudiziaria, una questione è già davanti a noi.
La scienza non ci ha promesso un mondo nel quale le malattie spariscono per sempre. Ci ha consegnato strumenti per impedirgli di ucciderci come facevano prima. Vaccini, prevenzione, medicina territoriale, sorveglianza epidemiologica, informazione.
Sono conquiste fragili perché devono essere ripetute a ogni generazione. Quando smettiamo di ricordare perché le abbiamo costruite, cominciamo a smontarle. E allora il passato non ritorna. Siamo noi ad andargli incontro.
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