Ondula il governo meloni, vacilla la tregua a Gaza. Donald Trump ha minacciato Hamas: “Se non libererà tutti gli ostaggi israeliani entro sabato a mezzogiorno “si scatenerà l’inferno”. L’avvertimento è stato lanciato lunedì sera, durante la firma di una serie di ordini e azioni esecutive. L’accordo per il cessate il fuoco a Gaza, ha detto ancora il presidente americano, dovrebbe essere cancellato se Hamas non libererà tutti gli ostaggi ancora detenuti entro sabato a mezzogiorno. Il capo della Casa Bianca ha però aggiunto che la decisione finale spetta a Israele. “Parlo per me stesso. Israele può decidere”, ha detto. Intanto è arrivata la conferma che uno degli ostaggi che si riteneva fosse ancora nelle mani di Hamas, l’86enne Shlomo Mansour è morto: è stato ucciso durante l’assalto del 7 ottobre.
Trump ha parlato anche della Cisgiordania sostenendo che non c’è “alcun piano” per ricollocare i palestinesi della Cisgiordania. “E’ diverso” da Gaza, ha affermato il presidente dicendosi convinto che una volta che i palestinesi saranno spostati dalla Striscia per consentire la ricostruzione, poi “non vorranno tornare indietro”.
Due termini compaiono sempre più frequentemente sulla stampa statunitense: “crisi costituzionale”. Si verifica quando uno dei poteri dello Stato non rispetta le decisioni di un altro potere nell’ambito della sua giurisdizione. Il tema centrale riguarda le sentenze di un tribunale federale, che sono vincolanti, ma che l’Amministrazione Trump ha scelto di non rispettare. Un tribunale del Rhode Island ha stabilito che l’Amministrazione dovesse riprendere i pagamenti federali, come previsto da una precedente sentenza. Tuttavia, la Casa Bianca non ha dato seguito alla decisione.
La reazione di JD Vance ed Elon Musk è stata: e che problema c’è se un giudice non vede rispettata la propria sentenza?
Il Vicepresidente degli Stati Uniti ha dichiarato che è illegale e illegittimo per un giudice ordinare a un generale come condurre la guerra, così come lo sarebbe se si esprimesse nei confronti del Procuratore Generale limitandone i poteri investigativi. “I giudici non sono autorizzati a controllare il potere esecutivo.” In sostanza, secondo l’Amministrazione, le decisioni della magistratura non devono ostacolare l’azione del governo. Il Vicepresidente ha anche condiviso un post di un docente di Harvard secondo cui i giudici starebbero interferendo con atti legittimi dello Stato.
La posizione di Elon Musk non è diversa da quella di Vance. Ha chiesto l’impeachment del giudice federale che ha bloccato l’accesso del DOGE al sistema dei pagamenti del Dipartimento del Tesoro e ha condiviso un post in cui si esorta Trump a ignorare le sentenze della magistratura. “È eccezionalmente miope, ipocrita e pericoloso. Nel nostro sistema, il modo in cui ti opponi a sentenze che non ti piacciono è tramite l’appello.” In effetti, l’Amministrazione ha presentato ricorso contro diverse sentenze a lei sfavorevoli. In uno dei documenti di appello, la Casa Bianca cita la separazione dei poteri per sostenere che le corti federali non dovrebbero impedire ai funzionari del Dipartimento del Tesoro di accedere ai database dell’agenzia.
In questo caso specifico, Trump ha definito il giudice una “disgrazia”, ma non ha affermato che la sentenza debba essere ignorata, bensì che il processo di appello sarà lungo.
L’ultimo Presidente che non rispettò un ordine di un tribunale fu Abraham Lincoln durante la Guerra Civile, quando sospese l’habeas corpus. La Corte Suprema stabilì che il governo non potesse detenere persone senza giusta causa, ma Lincoln continuò comunque.
Anche Richard Nixon valutò l’ipotesi di ignorare la sentenza della Corte Suprema che lo obbligava a consegnare le registrazioni sul caso Watergate, salvo poi rispettarla. Finora, le sentenze dei tribunali contro l’Amministrazione Trump sono state provvisorie, in attesa di un verdetto definitivo. Alcune potrebbero essere ribaltate, specialmente perché alla Corte Suprema diversi giudici hanno adottato una visione più ampia dei poteri esecutivi.
La Corte penale internazionale, il principale tribunale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, ha confermato di avere aperto un’indagine interna sul governo italiano per via della sua decisione di liberare quasi subito Njeem Osama Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica che era stato arrestato il 19 gennaio a Torino. Per Almasri c’era un mandato d’arresto internazionale emesso dalla stessa Corte: la decisione del governo di Giorgia Meloni di non applicare il mandato era stata subito molto discussa e criticata, anche dalla stessa Corte con un comunicato ufficiale.
Ora la Corte ha fatto un passo oltre e ha aperto un’inchiesta sul governo. In gergo tecnico si parla di una «procedura di mancato rispetto» dello statuto che regola il rapporto fra la Corte e gli Stati che vi hanno aderito. All’articolo 86 infatti lo statuto prescrive che gli Stati membri «cooperano pienamente con la Corte nelle inchieste ed azioni giudiziarie che la stessa svolge».

È la prima volta che viene aperta un’inchiesta nei confronti di un paese europeo per non avere cooperato nell’arresto di una persona ricercata dalla Corte penale internazionale. Ed è anche la prima volta che una questione simile riguarda «una persona che non ricopre un incarico politico di alto livello, in assenza di potenziali ostacoli relativi a una immunità diplomatica», ha notato il ricercatore Luca Poltronieri Rossetti in un articolo di qualche giorno fa sul blog specializzato EJIL: Talk! in cui ipotizzava l’apertura di un’indagine nei confronti dell’Italia.
In estrema sintesi, la Corte contesta al governo italiano la mancata cooperazione nell’arresto di Almasri e il suo immediato trasferimento in Libia, un paese che peraltro non aderisce allo statuto che regola la Corte penale internazionale, sottoscritto a Roma nel 1998.
La Corte accusa Almasri di vari crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal febbraio del 2015 in poi nella prigione libica di Mitiga, compresi omicidio, tortura, stupro, persecuzione, detenzione inumana. È accusato di aver commesso questi crimini personalmente, di averli ordinati e di esserne responsabile perché compiuti da altri membri della sua milizia.
Il mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti era stato emesso il 18 gennaio, un giorno prima del suo arresto a Torino, dove Almasri era andato a seguire una partita di calcio. Almasri è stato arrestato il 19 gennaio e poi rilasciato. Finora il governo italiano ha dato spiegazioni piuttosto confuse e contraddittorie sulle ragioni di questa scelta.
Durante un intervento alla Camera la settimana scorsa il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto sostanzialmente che il mandato emesso dalla Corte conteneva varie irregolarità e discrepanze formali, da cui non si capiva esattamente se Almasri fosse davvero pericoloso e se il mandato d’arresto avesse basi solide. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, seduto accanto a Nordio, ha riferito invece che Almasri era così pericoloso che il governo ha subito deciso di allontanarlo dal territorio italiano.
Il governo insomma si rifiuta di motivare la liberazione di Almasri con una cosiddetta “ragion di Stato”, o comunque di presentarla come una scelta politica, come invece è l’ipotesi più realistica: l’Italia ha infatti ottimi rapporti con le milizie che controllano il territorio libico, a cui dal 2017 ha affidato il compito di impedire con la violenza le partenze di migranti via mare.






