Diritti

OBIEZIONE | Emergency porta in Parlamento il diritto di dire no alla guerra

Una legge di iniziativa popolare per chi non vuole partecipare con il proprio corpo ma anche con il proprio lavoro alla produzione, al commercio e alla movimentazione delle armi. L’iniziativa nasce dalla campagna R1PUD1A e rimette l’articolo 11 della Costituzione dentro il dibattito sul riarmo europeo.


Non soltanto rifiutarsi di prendere un fucile. Anche rifiutarsi di costruirlo, progettarlo, venderlo o contribuire con il proprio lavoro alla macchina che lo porta sul campo di battaglia.

Emergency ha annunciato al Festival in corso a Reggio Emilia una proposta di legge di iniziativa popolare per riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra. Si chiama “Io obietto la guerra” e nasce nell’ambito della campagna R1PUD1A, costruita intorno all’articolo 11 della Costituzione.

La proposta vuole garantire a cittadine e cittadini la possibilità di dichiararsi obiettori non soltanto nell’eventualità di un ritorno del servizio militare obbligatorio, ma anche rispetto al proprio lavoro: progettazione e produzione degli armamenti, commercio e movimentazione delle armi e degli strumenti destinati ai conflitti.

È probabilmente questo il passaggio politicamente più importante dell’iniziativa. L’obiezione uscirebbe dalla caserma ed entrerebbe nelle fabbriche, negli uffici tecnici, nella logistica e nei diversi settori civili coinvolti nella filiera militare.

«Con la proposta di legge di iniziativa popolare, Emergency chiede al Parlamento di istituire, per tutte le cittadine e tutti i cittadini, il diritto di dichiararsi obiettrici e obiettori di coscienza alla guerra», ha spiegato Simonetta Gola, direttrice della Comunicazione dell’organizzazione.

L’obiettivo dichiarato è consentire a una persona di sottrarsi alla partecipazione alla produzione della guerra senza pagarne le conseguenze sul piano professionale o penale.

La questione arriva mentre in Europa cresce la spesa militare, diversi governi discutono nuove forme di servizio militare e il riarmo è diventato uno degli assi della politica comunitaria. In questo contesto Emergency prova a porre una domanda diversa: quali diritti conserva chi non vuole partecipare a quella scelta?

L’Italia ha conosciuto una lunga storia di obiezione di coscienza al servizio militare. La legge 230 del 1998 riconosceva espressamente ai cittadini contrari all’uso delle armi la possibilità di adempiere agli obblighi di leva attraverso un servizio civile sostitutivo. Con la sospensione della leva obbligatoria e il successivo riordino della materia quel sistema è venuto meno. La proposta annunciata da Emergency punta ora a costruire una tutela nuova e più estesa, pensata anche per una società nella quale la partecipazione alla guerra passa attraverso industrie, tecnologia, ricerca e logistica.

La legge è stata elaborata con la collaborazione del magistrato ed ex presidente di sezione della Corte di Cassazione Domenico Gallo, della costituzionalista Alessandra Algostino e dell’avvocata Veronica Dini.

Dietro c’è una mobilitazione che Emergency porta avanti dal novembre 2024. Secondo i dati dell’organizzazione, alla campagna R1PUD1A hanno partecipato più di 650 Comuni, 1.500 scuole e centinaia di biblioteche, cinema, teatri, festival e associazioni. Circa 250 mila persone hanno inoltre sostenuto la richiesta al governo italiano di sospendere la collaborazione militare con Israele.

Nelle prossime settimane Emergency pubblicherà il testo e le modalità per partecipare alla raccolta delle firme. Solo allora sarà possibile entrare nel merito articolo per articolo e capire fin dove arriveranno concretamente le tutele previste per lavoratrici e lavoratori.

Ma la questione politica è già sul tavolo: mentre governi e istituzioni discutono di quanti miliardi spendere, quali armi produrre e quanti cittadini preparare alla guerra, qualcuno ha cominciato a chiedere che venga riconosciuto anche il diritto di non parteciparvi.



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