Mentre migliaia di coloni chiedono di occupare anche la Striscia di Gaza, in Cisgiordania quattro palestinesi vengono uccisi durante l’assalto al villaggio di Tel. Due episodi che raccontano un’unica strategia: l’espansione degli insediamenti nei territori occupati.
C’è un filo che unisce la manifestazione dei coloni israeliani al confine con Gaza e il sangue versato poche ore dopo nel villaggio palestinese di Tel, in Cisgiordania. Non è soltanto il calendario. È un progetto politico che, sempre più apertamente, punta all’espansione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati.
Nei giorni scorsi migliaia di coloni, accompagnati da ministri e parlamentari della maggioranza guidata da Benjamin Netanyahu, hanno manifestato chiedendo il ritorno degli insediamenti ebraici nella Striscia di Gaza, smantellati nel 2005. La mobilitazione, promossa dal movimento dei coloni Nachala, è stata sostenuta da esponenti dell’estrema destra di governo, che parlano apertamente della necessità di “ricolonizzare” Gaza una volta conclusa l’offensiva militare.
Poche ore dopo, la tensione si è spostata in Cisgiordania.
Secondo testimoni palestinesi, un gruppo di coloni armati ha fatto irruzione nel villaggio di Tel, a sud-ovest di Nablus, penetrando tra abitazioni e terreni agricoli. Gli abitanti si sono radunati per impedire l’attacco. Ne sono seguiti scontri che, secondo numerose testimonianze raccolte sul posto, hanno visto intervenire anche soldati israeliani e guardie degli insediamenti.
Il ministero della Salute palestinese ha confermato la morte di quattro uomini: i fratelli Ibrahim Hussein Ali Saifi e Jawad Hussein Ali Saifi, il loro cugino Farouq Adnan Ali Saifi e il parente Imran Ahmed Ali Saifi. Altre quattro persone sono rimaste ferite, tre delle quali in condizioni critiche.
Le menzogne israeliane
Secondo l’esercito israeliano, alcuni coloni stavano effettuando un’escursione quando sarebbero stati attaccati. Durante gli scontri un palestinese avrebbe sottratto l’arma a una guardia dell’insediamento, uccidendola e ferendo altre persone, prima di essere abbattuto da un soldato israeliano. L’esercito sostiene che le morti degli altri tre palestinesi siano ancora oggetto di indagine.
Di tutt’altro tenore la ricostruzione fornita dal governatore di Nablus, Ghassan Daghlas, secondo cui i coloni avevano preso d’assalto il villaggio tentando di incendiare case e terreni agricoli, aprendo il fuoco contro gli abitanti intervenuti per difendere le proprie abitazioni.
Testimoni riferiscono inoltre che, terminati gli scontri, le forze israeliane hanno scortato i coloni fuori dall’area, chiuso i posti di blocco attorno a Nablus e successivamente fatto irruzione anche nell’ospedale specializzato della città, entrando nel pronto soccorso e aggredendo personale sanitario.
La risposta: altra occupazione
Nelle ore successive gli attacchi dei coloni si sono estesi ad altri villaggi nei pressi di Nablus e Qalqilya, con incendi di automobili, terreni agricoli e nuove aggressioni contro residenti palestinesi.
Parallelamente sono arrivate le dichiarazioni dei principali esponenti dell’estrema destra israeliana.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha invocato una risposta militare ancora più dura, sostenendo che i villaggi di Tel, Burin e Beit Furik dovrebbero subire la stessa sorte dei campi profughi di Nablus e Tulkarm, devastati dalle operazioni militari israeliane.
Ha inoltre annunciato che proporrà al governo la costruzione di un nuovo insediamento nei pressi del luogo degli scontri.
Ancora più esplicite le parole del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, secondo il quale i villaggi palestinesi dovrebbero diventare “come Beit Hanoun”, la città nel nord della Striscia quasi completamente distrutta durante la guerra.
«Per ogni ebreo ucciso, il nemico deve subire la perdita di terre e case.»
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha quindi riunito il gabinetto di sicurezza annunciando il rafforzamento della presenza militare israeliana in Cisgiordania con l’invio di altre cinque compagnie dell’esercito.
Un’escalation che dura da anni
La violenza dei coloni non rappresenta un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più vaste.
Secondo il ministero della Salute palestinese, almeno 87 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano in Cisgiordania dall’inizio del 2026; 21 di queste vittime sarebbero state uccise direttamente dai coloni.
La Commissione palestinese per la Colonizzazione e la Resistenza al Muro segnala una crescita costante degli omicidi attribuiti ai coloni: undici nel 2024, quattordici nel 2025 e già ventuno nei primi sette mesi del 2026.
Le aggressioni comprendono sparatorie, incendi dolosi, distruzione di raccolti, pestaggi, vandalismi e sfollamenti forzati di intere comunità rurali.
Oltre la cronaca
Guardare separatamente ciò che accade a Gaza e ciò che accade in Cisgiordania rischia di impedire una comprensione più ampia della fase che sta attraversando il conflitto.
Da una parte un movimento di coloni che manifesta pubblicamente per tornare a occupare la Striscia di Gaza; dall’altra un’accelerazione degli attacchi contro villaggi palestinesi in Cisgiordania e dichiarazioni di ministri che collegano apertamente la sicurezza israeliana all’espansione territoriale degli insediamenti.
In questo quadro, gli scontri di Tel non appaiono come un episodio isolato, ma come uno dei tasselli di una trasformazione politica e territoriale che rischia di rendere sempre più lontana qualsiasi prospettiva di una pace fondata sul diritto internazionale e sulla coesistenza tra due popoli.
La marcia dei coloni verso Gaza
Nei giorni precedenti agli scontri di Tel, migliaia di coloni israeliani hanno partecipato a una manifestazione promossa dal movimento Nachala, chiedendo il ritorno degli insediamenti ebraici nella Striscia di Gaza.
Alla mobilitazione hanno aderito ministri e parlamentari della coalizione di governo, tra cui Itamar Ben Gvir, rilanciando l’idea che, dopo la guerra, Israele debba ricostruire colonie permanenti anche nella Striscia.
Per molti osservatori si tratta di un segnale politico importante: la prospettiva dell’espansione degli insediamenti non riguarda più soltanto la Cisgiordania, ma viene ormai apertamente estesa anche a Gaza, riaprendo uno scenario che sembrava definitivamente chiuso con il disimpegno israeliano del 2005.







