Diritti

SEGRETO DI STATO | Dodici anni a una giornalista russa. Ma non è dato sapere esattamente perché

Dodici anni di carcere per tradimento. Un processo celebrato a porte chiuse. Le accuse sottratte allo sguardo pubblico. E una domanda che, a distanza di mesi dalla sentenza, resta senza una risposta verificabile: che cosa ha fatto Vasilisa Shishkina per meritare dodici anni di prigione?

È da questa domanda che parte la denuncia del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), che il 12 agosto ha chiesto alle autorità russe di chiarire le circostanze del processo e della condanna della giornalista della Buriazia.

Shishkina è una giornalista con una lunga esperienza nella stampa regionale, redattrice del quotidiano Nomer Odin. Il 21 maggio la Corte Suprema della Buriazia l’ha condannata a dodici anni di carcere per tradimento. La sentenza è stata successivamente confermata da un tribunale di Novosibirsk. Ma il processo si è svolto a porte chiuse e, secondo quanto riferito dal suo avvocato Vasily Dubkov, non sono stati resi pubblici elementi sufficienti per comprendere con precisione quali comportamenti abbiano portato a un’accusa tanto grave.

Ed è proprio qui che la vicenda smette di riguardare soltanto Vasilisa Shishkina. Perché una condanna può essere discussa, contestata o persino difesa. Una condanna che non può essere conosciuta diventa invece impossibile da sottoporre al controllo dell’opinione pubblica.

Secondo Evgeny Smirnov, avvocato del progetto russo indipendente per i diritti umani Perviy Otdel, il procedimento sarebbe legato all’attività giornalistica di Shishkina e alla pubblicazione di articoli per una testata considerata dalle autorità russe «indesiderabile». È un’affermazione importante, ma va maneggiata con la cautela necessaria: Smirnov parla dall’esilio, non ha indicato pubblicamente il nome della testata e lo stesso Cpj precisa di non essere riuscito a verificare indipendentemente questa ricostruzione.

C’è però un altro elemento riportato da media indipendenti: dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina del 2022, Shishkina si era occupata delle condizioni degli uomini mobilitati provenienti dalla Buriazia e delle presunte violazioni dei loro diritti.

La giornalista è detenuta a Novosibirsk dal 17 luglio 2025. Per molto tempo sulla vicenda è calato quasi il silenzio. Secondo una fonte vicina al caso citata dal Cpj, anche la famiglia avrebbe preferito mantenere riservati molti particolari nella speranza che questo potesse contribuire a ottenere una pena meno pesante.

Non è accaduto. Shishkina è stata condannata a dodici anni, la pena minima prevista per il reato contestato.
«Le autorità russe dovrebbero spiegare immediatamente perché Vasilisa Shishkina è stata processata e condannata», afferma Carlos Martínez de la Serna, direttore dei programmi del Cpj, chiedendo più in generale a Mosca di smettere di utilizzare accuse politicamente motivate per mettere a tacere la stampa.

La Procura della Repubblica di Buriazia, contattata dal Cpj, non ha risposto.

Ed è forse questo il punto sul quale vale la pena fermarsi, senza bisogno di trasformare la vicenda nell’ennesimo esercizio di propaganda sulla Russia. Uno Stato può avere segreti. Può perseguire il tradimento e tutelare informazioni la cui diffusione rappresenti realmente un pericolo per la sicurezza nazionale. Ma quando a essere condannata a dodici anni è una giornalista e persino i fatti alla base della condanna rimangono segreti, il segreto di Stato finisce per coprire anche il potere che giudica.

E allora la domanda torna inevitabilmente al punto di partenza: che cosa ha fatto Vasilisa Shishkina? Fino a quando le autorità russe non lo renderanno comprensibile e verificabile, quella domanda riguarderà non soltanto una donna rinchiusa in un carcere di Novosibirsk, ma la libertà di tutti quelli che in Russia continuano a cercare notizie e a pubblicarle.



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