Politica

URNE BIODEGRADABILI | Se uno vale uno pe’ finta. Che senso ha votare per un marziano che ci capisce meno di te. Meglio allora la dittatura del proletariato. Se siete d’accordo mettete un like

La democrazia rappresentativa occidentale è ancora la migliore forma di governo? Dopo gli ultimi eventi, dalla Palestina al Venezuela per arrivare alla situazione interna negli Usa e alla folle corsa al riarmo in Europa c’è più di qualche dubbio

Per decenni, la democrazia rappresentativa, il sistema in cui i cittadini eleggono delegati che decidono in nome e per conto degli elettori, è stata celebrata come il coronamento del governo liberale. Oggi, tuttavia, quella stessa forma di governo sembra vivere una profonda crisi di legittimità. Dai palazzi del Congresso americano alle aule del Parlamento europeo, si moltiplicano i segnali di sfiducia, astensionismo record, polarizzazione estrema, ascesa di movimenti populisti e un diffuso senso di disillusione. E’ il caso, pertanto, di interrogarsi se il modello rappresentativo occidentale sia ancora la “migliore” forma di governo, esaminando le criticità strutturali, sottolineando i punti di forza e riflettendo sulle possibili vie di riforma.

La diagnosi è ormai condivisa da molti osservatori. Il circuito rappresentativo, un tempo cuore del governo parlamentare, è percepito come lento, opaco e inefficace rispetto alla velocità della società digitale. Lo scontento si manifesta nell’alta astensione elettorale, che evidenzia la distanza tra elettori ed eletti. I partiti tradizionali, intermediari tra società e istituzioni, si sono indeboliti o hanno perso identità, lasciando un vuoto che spesso viene riempito da leadership personalistiche o da movimenti “disintermediati”. I dati la misurano con precisione. Secondo il Centre for the Future of Democracy di Cambridge, la percentuale di cittadini insoddisfatti del funzionamento della propria democrazia è passata dal 47,9 per cento a metà anni novanta al 57,5 per cento alla vigilia della pandemia.

Un’indagine Ipsos del 2025, in nove paesi occidentali, mostra che la soddisfazione per lo stato della democrazia è inferiore al 50 per cento quasi ovunque, con picchi particolarmente bassi in Francia, Croazia e Stati Uniti. Il sostegno normativo alla democrazia come “migliore forma di governo” rimane alto a livello globale, ma nei paesi avanzati si è eroso. Negli USA, la quota di chi la considera preferibile a qualsiasi altra è scesa dal 94 per cento del 2006 al 71 per cento del 2019. In Europa, solo il 57 percento dei giovani tra i 16 e i 26 anni la ritiene la migliore opzione, mentre il 21 per cento accetterebbe un regime autoritario a determinate condizioni.

Le piattaforme digitali offrono l’illusione di una partecipazione diretta, ma spesso frammentano il discorso pubblico e acuiscono la polarizzazione. Esse non riescono più a selezionare e coordinare le domande sociali, lasciando che queste si disperdano in mille rivoli improvvisati. C’è poi un paradosso della rappresentanza. Il meccanismo che affida a una maggioranza elettorale la decisione su scelte che riguardano tutti i cittadini viene sempre più messo in discussione. La precarizzazione, le disuguaglianze e la percezione che la politica non sia in grado di governare i processi globali alimentano il distacco.

Nonostante le evidenti difficoltà, il modello rappresentativo conserva pregi fondamentali che ne spiegano la longevità. Esso garantisce stabilità e continuità a differenza della democrazia diretta, che può essere volatile, il sistema rappresentativo permette di mediare interessi contrastanti e costruire compromessi duraturi. Protegge le minoranze attraverso il parlamento e le garanzie costituzionali, evita la “tirannia della maggioranza” che può derivare da decisioni puramente plebiscitarie. Consente una deliberazione informata, i rappresentanti (in teoria) hanno il tempo e le competenze per analizzare questioni complesse, mentre il cittadino comune è spesso distratto dai bisogni quotidiani. È scalabile essendo l’unico modello praticabile in società di milioni di persone, dove la partecipazione diretta di tutti è materialmente impossibile. In altre parole, la democrazia rappresentativa non è solo un metodo per esprimere preferenze, ma un sistema di mediazione istituzionale che trasforma le domande particolari in interesse generale. Questo valore di mediazione è ciò che la distingue da forme plebiscitarie o autoritarie. Ma è davvero così? Ognuna di queste affermazioni alla prova dei fatti viene vanificata da comportamenti scorretti e da politiche contraddittorie dei valori che ne formerebbero la base ideale.

I dubbi sono ampliati dalle forme alternative sperimentate o proposte come tali. Iniziando dalla democrazia diretta/partecipativa dove l’uso più frequente di referendum, iniziative popolari o assemblee cittadine dovrebbero bilanciare e condizionare l’attività degli eletti. Tuttavia, questi strumenti, se non ben calibrati, possono produrre decisioni impulsive, aumentare i costi, ritardare l’azione amministrativa e favorire chi dispone di più risorse.

La “E‑democracy” vaticinato da movimenti con il M5S dove l’uso delle Ict, acronimo di “Information and Communication Technology” dovrebbero avvicinare i cittadini alle decisioni. Ma le esperienze finora mostrano più ombre che luci, rischiando di accentuare la frammentazione e la manipolazione informativa. C’è chi vaneggia addirittura di sistemi a sorteggio (democrazia deliberativa) con la selezione casuale di cittadini per assemblee rappresentative (come le giurie). Questo approccio promette, secondo i promotori, di ridurre la distanza tra governanti e governati, ma richiede un contesto sociale e culturale preparato, altrimenti può degenerare in populismo. E poi c’è la tecnocrazia, la delega di decisioni tecniche a esperti indipendenti. Sebbene in alcuni ambiti possa migliorare l’efficienza, mina il principio democratico di accountability e non risolve il problema della legittimità politica. In Italia ogni qualvolta la classe politica non riesce ad esprimere una maggioranza coesa ci si è affidati ai cosiddetti “governi tecnici” affidati ai cosiddetti esperti primo tra tutti Mario Monti e si è visto come è andata.

Nessuna di queste alternative, da sola, sembra in grado di sostituire completamente il modello rappresentativo. Piuttosto, si prospetta una “nuova declinazione” della democrazia rappresentativa che integri elementi partecipativi, migliori la qualità dell’informazione e riformi i partiti. Ma la cura è più difficile della diagnosi. Le riforme necessarie (una legge elettorale che renda più affidabile la selezione della classe politica, un’organica riforma dei partiti, meccanismi partecipativi che incanalino le istanze sociali, un rafforzamento dei cosiddetti “corpi intermedi”) si scontrano con un paradosso, chi dovrebbe attuarle (i partiti politici come sono ora) ne è spesso il principale ostacolo. Tuttavia, alcuni esperimenti locali (ad esempio in Toscana) mostrano che è possibile innovare dal basso, combinando rappresentanza e partecipazione. La democrazia rappresentativa occidentale non è più l’unico modello possibile, né è immune da gravi difetti. La sua crisi è reale e profonda. La questione, però, non è se abbandonarla, ma come rinnovarla.

Il futuro potrebbe vedere un modello ibrido: una democrazia rappresentativa arricchita da strumenti partecipativi ben disegnati, da una rinnovata educazione civica, da un uso critico della tecnologia e da partiti che tornino a fare da tramite tra società e istituzioni. Questo passaggio richiederà un impegno collettivo e una volontà riformatrice che oggi sembra mancare. Ma se la democrazia rappresentativa saprà evolversi, potrebbe uscire dalla crisi più robusta e legittima di prima. In caso contrario, il rischio è che la sfiducia apra la strada a soluzioni autoritarie semplificate, che promettono efficienza a scapito della libertà. L’esempio più fulgido al momento è quello cinese. I risultati ottenuti dagli ultimi sette piani quinquennali sono sotto gli occhi di tutti ma sono ottenuti a scapito di alcune fondamentali libertà liberali e con uno sforzo sociale ormai sconosciuto alle opulenti popolazioni di Europa e Usa. La posta in gioco, dunque, non è solo la forma di governo, ma la qualità stessa della nostra convivenza civile.



Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi