Ambiente

ERBA | Le mucche inglesi entrano in stalla. Fuori non c’è più niente da mangiare

Dallo Yorkshire ai campi europei, la siccità sta entrando nella catena alimentare. Pascoli che scompaiono, scorte invernali consumate ad agosto, raccolti in difficoltà, acqua che manca. La crisi climatica non è più soltanto una questione ambientale: è quello che mangeremo e quanto lo pagheremo.


Nello Yorkshire le mucche sono tornate nella stalla. È agosto. Non c’è neve, non c’è gelo, non c’è una tempesta dalla quale proteggerle. Fuori semplicemente non cresce abbastanza erba.

Nell’immaginario europeo l’Inghilterra è il verde: prati, pioggia, pascoli che sembrano non finire mai. E invece gli allevatori di alcune zone dello Yorkshire hanno cominciato a tenere gli animali al chiuso e ad alimentarli con le scorte preparate per l’inverno. Fieno e insilati che avrebbero dovuto servire tra qualche mese vengono aperti in piena estate.

Non è una curiosità agricola. È una fotografia.

L’Inghilterra sta attraversando una crisi idrica eccezionale. A metà agosto gran parte del territorio inglese è interessata da condizioni di siccità o prolungata scarsità d’acqua. I bacini, i fiumi, le falde e le riserve sono sotto pressione. Poi ci sono i prati. Ed è lì che una statistica meteorologica diventa cibo.

Il caldo e la mancanza d’acqua hanno rallentato drasticamente la crescita dell’erba. Le vacche da latte mangiano meno, soffrono lo stress termico e producono meno. Gli allevatori utilizzano anticipatamente le riserve destinate all’inverno, proprio mentre la siccità rende più difficile produrre nuovo fieno. Anche i cereali sono sotto pressione e per alcune colture britanniche si prospetta una stagione molto difficile.

La catena è semplice: manca l’acqua, cresce meno erba, diminuisce il foraggio, aumentano i costi dell’allevamento, scende la produzione. Alla fine della catena ci siamo noi.

NON SOLO INGHILTERRA

Basta attraversare la Manica perché la stessa fotografia cambi paesaggio ma non significato.

Dai campi francesi alle montagne austriache, dai pascoli inglesi alle coltivazioni dell’Europa centrale e mediterranea, le ripetute ondate di calore e la scarsità d’acqua mostrano che l’agricoltura europea non può più considerare l’acqua una variabile stabile. Mais, patate, ortaggi, foraggi e allevamenti reagiscono in modo diverso, ma il filo comune è la crescente vulnerabilità delle produzioni al caldo e alla disponibilità idrica.

Non significa che domani gli scaffali dei supermercati saranno vuoti. Significa qualcosa di meno spettacolare e probabilmente più importante: produrre cibo in Europa sta diventando più incerto, più dipendente dall’irrigazione, dall’energia e dalle importazioni e quindi potenzialmente più costoso.

LA SICCITÀ ENTRA NEL CARRELLO

È questo il passaggio politico che rischiamo di non vedere. Per anni abbiamo raccontato il cambiamento climatico attraverso immagini eccezionali: il bosco incendiato, il fiume esondato, la città sotto quaranta gradi, il ghiacciaio che arretra. Sono immagini vere, ma possono produrre l’illusione che il clima sia qualcosa che accade «fuori».

Adesso entra nel supermercato.

Il mais non è soltanto una pannocchia. È mangime. Se diminuisce il mais, aumenta il costo dell’alimentazione animale. Se manca il pascolo, aumentano mangimi e foraggi. Se le vacche soffrono il caldo, producono meno latte. Se diminuisce la disponibilità e contemporaneamente aumentano energia, trasporto e irrigazione, la pressione prima o poi arriva sul prezzo finale.

La crisi climatica può diventare inflazione alimentare. Non sempre immediatamente, non sempre nello stesso modo e non per ogni prodotto. Ma il meccanismo ormai è visibile.

L’AGRICOLTURA CHE SERVE

Pochi giorni fa Stefano Feltri, intervenendo a In Onda su La7, ha sostenuto provocatoriamente che «l’agricoltura non serve a niente», scatenando la reazione delle organizzazioni agricole e di esponenti politici. Presa alla lettera è un’affermazione insostenibile: senza agricoltura non mangiamo. Ma dietro la provocazione resta una domanda che vale la pena sottrarre alla polemica: serve tutta l’agricoltura che facciamo, così come la facciamo?

Perché se utilizziamo acqua sempre più rara, impoveriamo terreni, consumiamo energia e prodotti chimici per aumentare continuamente le rese, mentre una parte enorme del cibo prodotto viene perduta o sprecata lungo la filiera e nelle nostre case, allora il problema non è semplicemente produrre di più. È produrre meglio, produrre ciò che serve e smettere di considerare acqua e suolo risorse infinite.

Le mucche dello Yorkshire raccontano anche questo paradosso. Continuiamo a chiedere all’agricoltura di produrre sempre di più proprio mentre il clima le sta togliendo alcune delle condizioni materiali per farlo: acqua, fertilità del suolo, temperature compatibili, pascoli. La sicurezza alimentare del futuro potrebbe dipendere non dal riuscire a spremere ancora qualche quintale da ogni ettaro, ma dal produrre abbastanza cibo consumando meno territorio, meno acqua e meno energia e buttandone molto meno.

Questo non significa trasformare l’agricoltore nel colpevole. L’allevatore che ad agosto deve aprire il fieno preparato per gennaio è uno dei primi a pagare la crisi. Il piccolo produttore può essere contemporaneamente vittima della siccità, dei prezzi imposti dalla filiera e di un modello che per decenni gli ha chiesto soprattutto di aumentare rese e investimenti.

L’ACQUA CHE FACCIAMO SCAPPARE

E poi c’è l’Italia. Qui siccità e alluvioni vengono ancora raccontate spesso come due emergenze opposte. Prima invochiamo l’acqua perché non piove, qualche settimana dopo invochiamo protezione perché ne cade troppa. In realtà le due crisi possono appartenere allo stesso problema.

Da anni studiosi ed esperti di gestione sostenibile delle acque, tra cui Giulio Conte, insistono sulla necessità di cambiare il modo in cui gestiamo l’acqua: non soltanto accumularla quando manca, ma permettere al territorio di trattenerla quando arriva. Un suolo impermeabilizzato da cemento e asfalto assorbe meno. Una rete costruita per allontanare rapidamente la pioggia la convoglia verso canali e fiumi. L’acqua corre verso valle invece di infiltrarsi lentamente e contribuire alla ricarica delle falde.

È uno dei paradossi italiani: possiamo avere troppa acqua oggi e non averne abbastanza domani.

La risposta allora non può essere soltanto ingegneristica. Significa restituire permeabilità ai suoli, conservare l’acqua nel territorio, proteggere le falde, recuperare quella piovana, ridurre le perdite delle reti, cambiare tecniche agricole e scegliere colture compatibili con territori che stanno cambiando.

In altre parole: imparare nuovamente a convivere con l’acqua invece di limitarci a combatterla quando è troppa e cercarla quando è troppo poca.

QUANTO COSTA NON CAMBIARE

Nel frattempo l’Europa discute di quanto costi la transizione ecologica. Il Green Deal viene rallentato, corretto, alleggerito. Una parte della politica europea presenta ancora le norme ambientali come un peso imposto alle imprese e ai cittadini. Agricoltori, industria e famiglie hanno certamente bisogno di essere accompagnati: una transizione che scaricasse i propri costi sui più deboli sarebbe socialmente ingiusta e politicamente destinata a fallire.

Ma nel conto manca quasi sempre una colonna: quanto costa non fare la transizione.

Costa irrigare quando l’acqua diventa rara. Costa comprare il foraggio che il prato non produce. Costa importare ciò che non riusciamo più a coltivare. Costa ricostruire dopo gli incendi e le alluvioni. Costa l’energia necessaria a raffreddare stalle, case e fabbriche. Costa alle aziende agricole che perdono il raccolto e ai lavoratori che devono continuare a lavorare sotto temperature estreme. E alla fine costa al consumatore. Per questo le mucche dello Yorkshire raccontano qualcosa di molto più grande di una siccità inglese.

Sono animali che dovrebbero stare fuori e invece mangiano in una stalla il cibo conservato per gennaio. Altrove i raccolti diminuiscono, l’irrigazione diventa sempre più difficile e gli allevamenti devono adattarsi a stagioni che non assomigliano più a quelle sulle quali erano stati costruiti.

Non siamo davanti alla previsione di quello che potrebbe accadere tra cinquant’anni. Sta accadendo nell’estate del 2026.

Abbiamo trascorso un secolo a costruire città e campagne pensando soprattutto a come mandar via l’acqua il più rapidamente possibile. Adesso che l’acqua comincia a mancare scopriamo che avremmo dovuto imparare anche a trattenerla.

E forse la politica climatica dovrebbe cominciare proprio da qui: da una mucca chiusa in una stalla dello Yorkshire, in agosto, perché fuori non c’è più abbastanza erba da mangiare.



Fonti principali verificate: Environment Agency britannica; dati e testimonianze sull’agricoltura britannica pubblicati nell’agosto 2026; Ispra; intervento di Stefano Feltri a In Onda e successive repliche pubbliche.



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