Mancano lavoratori. Non per costruire carri armati, missili o sistemi di difesa aerea, ma per installare pannelli fotovoltaici, produrre batterie, costruire pale eoliche e montare pompe di calore. Lo dice l’Agenzia europea dell’ambiente: la transizione energetica sta già creando occupazione nell’Unione europea e uno dei problemi comincia a essere trovare le competenze necessarie.
Quasi contemporaneamente, però, l’Europa industriale sembra avere trovato un’altra strada per salvare almeno una parte delle sue fabbriche in crisi: trasformarle in fabbriche di armi.
Il caso più recente arriva dalla Germania. Volkswagen ha raggiunto un accordo preliminare per il futuro dello stabilimento di Osnabrück, dove la produzione automobilistica dovrebbe terminare nel 2027. Il sito dovrebbe passare al fondo israeliano Aurelius Capital e al Land della Bassa Sassonia e produrre componenti per sistemi di difesa aerea insieme alla società israeliana Rafael Advanced Defense Systems. Secondo Reuters, la riconversione potrebbe conservare circa 1.400 dei 1.800 posti di lavoro dello stabilimento. Potrebbero essere trasformati per uso militare anche veicoli Volkswagen Amarok. Non è una storia marginale. È una fotografia dell’Europa del 2026.
DUE TRANSIZIONI
Da una parte c’è la transizione energetica. L’Agenzia europea dell’ambiente calcola che nell’Unione europea circa 1,8 milioni di posti di lavoro siano direttamente o indirettamente collegati alle energie rinnovabili. Soltanto nei quattro settori esaminati più approfonditamente dall’Agenzia — eolico, fotovoltaico, pompe di calore e batterie — lavorano centinaia di migliaia di persone.
Nel 2023 l’eolico contava circa 273.500 occupati diretti, il fotovoltaico oltre 227 mila, le pompe di calore circa 80.100 e le batterie circa 33 mila. L’occupazione nelle batterie è quella cresciuta più rapidamente tra 2018 e 2023.
Se allarghiamo lo sguardo all’intera economia ambientale europea, il fenomeno diventa ancora più evidente: nel 2022 erano 6,7 milioni gli occupati equivalenti a tempo pieno, più del doppio dei tre milioni del 2000. L’Eea ritiene che gli effetti occupazionali netti della transizione verde saranno probabilmente moderatamente positivi, ma avverte che la trasformazione sarà diseguale e richiederà una massiccia redistribuzione del lavoro tra settori e territori.
Il problema, insomma, non è soltanto creare nuovi posti. È accompagnare milioni di persone da industrie destinate a ridimensionarsi verso quelle che stanno crescendo. Ed è precisamente qui che la politica dovrebbe decidere.
LA FABBRICA CHE DIVENTA ARSENALE
A Osnabrück la decisione sembra presa. Un impianto automobilistico in difficoltà trova una prospettiva industriale nella difesa.
La scelta ha una sua logica economica. La Germania sta aumentando rapidamente la spesa militare e nel bilancio 2026 aveva previsto circa 117 miliardi di euro per la difesa. L’intera Europa ha avviato programmi di riarmo destinati a garantire alle industrie militari una domanda pubblica enorme e, soprattutto, prevedibile.
È difficile immaginare un incentivo industriale più potente: lo Stato decide che comprerà armi, aumenta gli stanziamenti, garantisce commesse pluriennali e rende conveniente produrle.
Rimane una piccola, amarissima nota a margine della storia europea. La Germania sta tornando ad armarsi mentre l’estrema destra tedesca torna a crescere. Possiamo soltanto augurarci che nessuno, tra qualche anno, debba domandarsi perché fosse sembrata un’idea così rassicurante riempire gli arsenali prima di sapere chi avrebbe avuto le chiavi.
La crisi dell’automobile tedesca, intanto, è diventata enorme. Volkswagen ha approvato una ristrutturazione che prevede complessivamente fino a centomila tagli nel gruppo, cinquanta mila dei quali aggiuntivi rispetto alla precedente ristrutturazione. In Germania potrebbero andare perduti circa 25 mila posti. Il futuro di diversi stabilimenti rimane incerto.
Anche Bmw ha annunciato migliaia di riduzioni di personale in Germania entro il 2027 attraverso uscite volontarie, mentre Mercedes-Benz e l’intera filiera dei fornitori stanno attraversando una trasformazione altrettanto difficile.
Non è dunque sorprendente che l’industria militare cominci a presentarsi come possibile salvagente dell’automotive.
La questione è un’altra: perché sembra molto più semplice organizzare una riconversione verso le armi che una riconversione verso l’economia necessaria alla transizione climatica?
L’ITALIA NON È UN ALTRO MONDO
Cambiano i nomi, non molto il problema. Stellantis attraversa da anni una crisi produttiva italiana fatta di cassa integrazione, fermate degli impianti e riduzione dei volumi. A Termoli, nel febbraio scorso, Automotive Cells Company ha avviato le procedure per bloccare il progetto della gigafactory delle batterie previsto anche in Italia. Stellantis ha confermato che il progetto è stato fermato, annunciando contemporaneamente l’arrivo nello stabilimento molisano della produzione del cambio elettrificato e-Dct e investimenti sui motori Gse compatibili con Euro 7.
È un dettaglio che racconta molto: la fabbrica europea delle batterie rallenta mentre si prolunga la vita industriale del motore termico.
E poi c’è Taranto. Per l’ex Ilva è stata richiesta nel 2026 la proroga della cassa integrazione straordinaria per un massimo di 4.450 lavoratori, 3.803 soltanto nello stabilimento pugliese. Il governo continua a dichiarare che la decarbonizzazione dell’acciaieria è obbligatoria e punta su forni elettrici e preridotto. Sarebbe quindi scorretto sostenere che l’Italia abbia formalmente abbandonato l’acciaio verde. Ma proprio Taranto rende ancora più evidente il problema.
L’Italia possiede uno dei maggiori complessi siderurgici europei, migliaia di lavoratori specializzati e un territorio che da decenni paga con la salute il prezzo della produzione a carbone. Se esiste un luogo nel quale la transizione ecologica dovrebbe diventare politica industriale, investimenti, ricerca e lavoro, è questo.
E invece migliaia di lavoratori continuano a vivere sospesi tra cassa integrazione, amministrazione straordinaria, gare, commissari, progetti e promesse di rilancio.
IL PARADOSSO DEL LAVORO VERDE
L’Eea dice contemporaneamente un’altra cosa: alle industrie della transizione mancano lavoratori.
Mancano tecnici specializzati, installatori, addetti alle costruzioni e competenze professionali. E il bacino potenziale è ancora utilizzato male. Le donne rappresentano soltanto il 14 per cento degli occupati nelle pompe di calore e circa il 26 per cento nell’eolico e nelle batterie. I giovani tra quindici e ventiquattro anni sono appena il sei-sette per cento degli occupati nell’eolico, nel fotovoltaico e nelle pompe di calore.
Non tutti questi sono automaticamente buoni lavori. L’Eea avverte che fotovoltaico e pompe di calore hanno una quota elevata di occupazione legata ai singoli cantieri, minore accesso alla formazione e maggiore esposizione alle temperature estreme. Nelle pompe di calore i salari risultano sensibilmente inferiori rispetto all’eolico.
La transizione giusta, dunque, non consiste nel sostituire un operaio metalmeccanico ben pagato con un installatore precario sopra un tetto a quaranta gradi.
Consiste nel fare esattamente quello che l’Europa sta dimostrando di saper fare quando considera strategico un settore: investire denaro pubblico, programmare la domanda, formare i lavoratori, sostenere la ricerca, proteggere le filiere industriali e garantire alle imprese un mercato sufficientemente stabile da giustificare gli investimenti.
MERZ, MELONI E IL MOTORE CHE NON DEVE MORIRE
Qui entra la politica. Friedrich Merz ha contestato lo stop europeo alla vendita di nuove automobili con motore a combustione dal 2035 e chiesto maggiore flessibilità per motori termici e ibridi. Matteo Salvini ha definito più volte quella scadenza un «suicidio industriale, culturale ed economico». Il governo Meloni ha fatto della revisione delle politiche europee sull’automobile uno dei propri cavalli di battaglia.
Si può discutere dei tempi della transizione, delle tecnologie e degli errori commessi dall’Unione europea. Si può anche sostenere, con buone ragioni, che imporre obiettivi ambientali senza costruire contemporaneamente una politica industriale europea abbia contribuito alla crisi dell’automotive. Ma continuare a rinviare non costruisce un’industria.
La Cina non ha aspettato che l’Europa decidesse se credere o meno all’automobile elettrica. Ha investito nelle batterie, nelle materie prime, nelle reti produttive e nelle vetture elettriche. Oggi sono proprio i produttori cinesi uno dei principali fattori di pressione su Volkswagen, Stellantis e sugli altri costruttori europei.
La Germania, che per decenni è stata il cuore industriale europeo, sta inoltre perdendo attrattività negli investimenti verdi. La nuova fabbrica Volkswagen di batterie è finita a Valencia anziché in Germania, mentre Spagna e Ungheria hanno attirato negli ultimi anni una quota crescente degli investimenti europei nelle tecnologie pulite.
Difendere il vecchio motore, dunque, non significa necessariamente difendere il vecchio operaio. Può significare soltanto rimandare il momento in cui quell’operaio scoprirà che la nuova fabbrica è stata costruita altrove.
NON MANCANO I SOLDI
È forse questo il dato politico più importante. Per anni ci è stato spiegato che la transizione ecologica era troppo costosa. Cambiare il sistema energetico costava troppo. Decarbonizzare l’industria costava troppo. Trasformare le fabbriche costava troppo. Formare i lavoratori costava troppo.
Poi è arrivato il riarmo europeo.
E abbiamo scoperto che quando una scelta viene considerata strategica i vincoli possono essere modificati, il debito può aumentare, gli investimenti pubblici possono crescere e le commesse possono essere garantite per anni.
La Germania ha modificato le proprie regole fiscali per consentire maggiori spese per la difesa e ha programmato una crescita rapidissima del bilancio militare. L’Unione europea ha costruito nuovi strumenti finanziari per sostenere il riarmo degli Stati membri.
Non è quindi soltanto una questione di denaro. È una questione di priorità.
Nessuno può sapere quanti degli operai oggi in difficoltà nell’automotive o nella siderurgia potrebbero essere ricollocati nell’eolico, nelle batterie, nelle reti elettriche, nell’acciaio verde, nel trasporto pubblico, nel recupero dei materiali o nella riqualificazione energetica degli edifici. Le competenze non sono automaticamente intercambiabili e fingere che lo siano significherebbe raccontare un’altra favola.
Ma sappiamo già che quei settori crescono e cercano persone. Sappiamo che l’Europa deve ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Sappiamo che il cambiamento climatico non aspetterà il 2035. E sappiamo, soprattutto, che quando vuole l’Europa è perfettamente capace di riconvertire una fabbrica. A Osnabrück lo sta facendo. Il punto è decidere che cosa vogliamo farci, con quelle fabbriche.
SIAMO VECCHIA STAMPA
Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta. Fotosintesi.info è gratuito e non dipende da partiti. Se vuoi sostenerci: serviziofotosintesi@gmail.com
CONDIVIDERE È INFORMARE
I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e la fonte Fotosintesi.info.





