AMICI DEGLI AMICI
A Nuova Delhi si incontrano undici paesi che rappresentano ormai una parte enorme della popolazione e dell’economia mondiale. Ci sono Cina e Russia, che vorrebbero trasformare i Brics in un contrappeso sempre più concreto al sistema dominato dall’Occidente. C’è l’India, che non ha alcuna intenzione di consegnare a Pechino le chiavi del cosiddetto Sud globale. Ci sono Iran ed Emirati Arabi Uniti, oggi divisi dalla guerra nel Golfo. E ci sono economie che commerciano con Washington, Mosca, Pechino, Bruxelles e, quando conviene, con tutte contemporaneamente.
Chiamarli semplicemente «blocco antioccidentale» aiuta poco a capire quello che sta succedendo. Il vertice di Delhi del 12 e 13 settembre arriva mentre le guerre stanno modificando non soltanto gli equilibri militari, ma le rotte attraverso le quali viaggiano petrolio, gas e merci. I Brics sono riusciti alla vigilia del summit a trovare un compromesso su una dichiarazione comune, dopo che proprio il conflitto tra Iran ed Emirati aveva già impedito in precedenti riunioni di raggiungere una posizione condivisa. Il testo condanna le guerre unilaterali senza indicare esplicitamente i responsabili. Una soluzione diplomatica che consente a tutti di restare nella stessa fotografia.
L’Iran siede nei Brics dal 2024. Nello stesso anno sono entrati gli Emirati Arabi Uniti, che hanno relazioni diplomatiche ed economiche consolidate con Israele dopo gli Accordi di Abramo. Anche l’India ha costruito negli anni un rapporto sempre più stretto con Israele, pur mantenendo relazioni con Teheran e continuando a comprare petrolio dalla Russia. Delhi dialoga con Washington, tratta con Pechino, conserva la storica partnership con Mosca e vuole presentarsi come una delle voci principali del Sud globale.
Non è necessariamente incoerenza. È politica di potenza. Mosca vorrebbe trasformare i Brics in una cooperazione economica sempre più concreta su tecnologia, infrastrutture, investimenti e sistemi di pagamento indipendenti dall’Occidente. L’India procede con maggiore cautela: vuole più autonomia dal dollaro e dalle istituzioni finanziarie occidentali senza trasformare i Brics in una Nato capovolta. Lo stesso Modi, incontrando il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha insistito sulla libertà di navigazione e sulla sicurezza del commercio marittimo. Per l’India poter far viaggiare liberamente energia e merci è un interesse nazionale vitale.
Il mondo multipolare, insomma, ha molti tavoli e nessun posto assegnato.
DUE PORTE SUL PETROLIO
Poi c’è la geografia. E la geografia, diversamente dalle dichiarazioni dei vertici, non accetta compromessi linguistici.
Lo Stretto di Hormuz è una delle arterie energetiche fondamentali del pianeta. La guerra tra Stati Uniti e Iran ne ha fortemente limitato il traffico e ha spinto in alto il prezzo del greggio. Per l’Arabia Saudita questo ha reso ancora più importante l’altra strada: trasportare il petrolio attraverso il Paese fino ai terminali del Mar Rosso e da lì raggiungere i mercati mondiali.
Ma all’altra estremità del Mar Rosso c’è Bab al-Mandab. Ed è proprio lì che nelle ultime settimane è riesplosa la guerra dello Yemen.
Gli Houthi di Ansarullah hanno conquistato Mokha, Dhubab e l’isola di Perim, nel cuore dello stretto. L’avanzata non significa automaticamente possedere un interruttore con il quale chiudere tutto il traffico marittimo, ma avvicina enormemente missili, droni, artiglieria, mine e imbarcazioni armate alle navi che devono attraversare quel passaggio.
Bab al-Mandab collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Se Hormuz diventa insicuro e contemporaneamente diventa insicura anche questa seconda porta, l’Arabia Saudita e una parte del sistema energetico mondiale si trovano con due colli di bottiglia sotto pressione. È lo scenario da incubo da tempo temuto dai mercati energetici.
RIYADH TORNA NELLA TRAPPOLA
L’Arabia Saudita conosce bene lo Yemen. Nel 2015 intervenne militarmente alla testa di una coalizione contro gli Houthi. Anni di bombardamenti, combattimenti e attacchi transfrontalieri non riuscirono però a eliminare Ansarullah. Dal 2022 Riyadh ha cercato progressivamente una via d’uscita. Adesso rischia di rientrare dalla porta dalla quale tentava di uscire.
Gli Houthi hanno colpito anche il territorio saudita. Riyadh ha rafforzato il sostegno alle forze governative yemenite e gli Stati Uniti forniscono intelligence e assistenza, evitando per il momento un intervento diretto.
La contraddizione è evidente. Lasciare consolidare Ansarullah intorno a Bab al-Mandab significa permettergli di esercitare una pressione crescente sulla principale alternativa saudita a Hormuz. Tornare a una guerra su vasta scala significa invece ripetere una strategia che non ha risolto il problema negli undici anni precedenti.
Esiste persino una tabella di marcia negoziale elaborata negli anni della tregua. La questione non è soltanto se gli Houthi possano essere battuti militarmente, ma se un’altra guerra possa produrre una soluzione politica che la precedente non ha prodotto. Nel frattempo le navi devono continuare a navigare. E noi dobbiamo continuare a pagare quello che trasportano.
LA GUERRA ARRIVA SENZA UNIFORME
Qui la geopolitica smette di essere una carta geografica.
Una petroliera costretta a cambiare rotta costa di più. Una nave assicurata contro un rischio maggiore costa di più. Il petrolio più caro costa di più. Il gas più caro entra nella produzione elettrica, nell’industria, nei fertilizzanti, nei trasporti. E alla fine qualcosa di quel costo arriva nel prezzo di ciò che compriamo.
La guerra non entra necessariamente nelle case italiane con una sirena antiaerea. Può arrivare con una bolletta, stare nel display della pompa di benzina, nascondersi nei centesimi aggiunti a un prodotto del supermercato perché produrlo, conservarlo o trasportarlo è diventato più costoso.
Naturalmente questo non mette sullo stesso piano chi paga cinquanta euro in più e chi perde una casa, una gamba, un figlio o la vita. Il conto più terribile continua a essere pagato dai civili e dai militari sotto bombe, missili e droni. Ma esiste un secondo conto, infinitamente meno tragico e immensamente più diffuso. Lo pagano milioni di persone che con le decisioni prese a Washington, Teheran, Mosca, Pechino, Tel Aviv o Riyadh non hanno nulla a che fare.
LA RANA NELLA PENTOLA
È qui che torna utile il vecchio apologo della rana bollita. Non perché gli italiani siano rane e neppure perché siano stupidi: l’aumento del costo della vita arriva per frammenti e diventa difficile ricostruirne l’origine.
Un pieno costa qualcosa in più. Poi arriva la luce. Poi il gas. Il trasportatore aumenta il prezzo. L’azienda trasferisce una parte del costo sul prodotto. Il supermercato aggiunge qualche centesimo. Nessuna singola cifra sembra sufficiente per spiegare un impoverimento. Sommate alla fine dell’anno, raccontano un’altra storia.
E quando benzina e gasolio diventano proibitivi c’è persino un paradosso ecologico. Chi può dovrebbe avere tutte le ragioni per lasciare più spesso l’automobile in garage: respirerebbero meglio i polmoni, respirerebbe meglio il pianeta e respirerebbe anche il portafoglio.
Chi può, appunto. Perché dire a un pendolare di lasciare l’auto senza dargli un treno, a chi lavora di notte senza offrirgli un autobus, o a chi vive in un piccolo centro senza garantire collegamenti significa trasferire sulle persone la responsabilità di una politica che non ha costruito alternative. Una risposta strutturale al petrolio caro non è soltanto tagliare temporaneamente qualche accisa. È fare in modo che milioni di persone possano davvero consumarne meno.
QUANDO I TRATTORI FACEVANO PIÙ RUMORE
E finalmente arriviamo in Italia.
Nel 2024 Bruxelles conobbe trattori nelle strade, blocchi, pneumatici e legna incendiati davanti alle istituzioni europee, petardi e idranti. La protesta degli agricoltori attraversò l’Europa e diventò immediatamente anche terreno di battaglia politica.
La Lega di Matteo Salvini cavalcò apertamente quella rabbia contro Bruxelles e contro le politiche ambientali europee. Coldiretti portò i propri agricoltori nella capitale comunitaria. Francesco Lollobrigida, già ministro dell’Agricoltura, arrivò a Bruxelles chiedendo una «modifica sostanziale» della Pac e spiegando che dopo le elezioni europee del 9 giugno l’Europa avrebbe dovuto cambiare strada.
Le proteste degli agricoltori non sono scomparse nel 2026. È cambiato però il volume politico che le circonda. Nel 2024 dentro la stessa destra la protesta serviva anche a contendersi rappresentanza, consenso e voti. Salvini poteva alzare il megafono. Lollobrigida poteva mostrare che Fratelli d’Italia non lasciava alla Lega la bandiera degli agricoltori. Coldiretti poteva esercitare tutta la propria forza contrattuale.
Oggi trasformare il caro carburanti, l’aumento dell’energia e le difficoltà degli agricoltori in una rivolta permanente contro chi governa presenta un piccolo inconveniente: al governo ci sono loro. Salvini non deve più utilizzare il prezzo alla pompa per assediare Palazzo Chigi. Politicamente, a Palazzo Chigi c’è anche lui. Lollobrigida non deve chiedere conto al ministro dell’Agricoltura. È il ministro dell’Agricoltura.
E mentre ci si avvicina alle elezioni, una competizione interna alla maggioranza può continuare, ma nessuno ha particolare interesse a trasformarla in un incendio capace di bruciare la casa nella quale abita. Nel 2024 accendere il fuoco poteva portare voti. Nel 2026 bisogna stare attenti che non arrivi fino a Palazzo Chigi.
LAZZI E INTRALLAZZI
E torniamo a Delhi.
Cina e Russia vogliono cambiare gli equilibri mondiali. L’India vuole farlo senza diventare satellite della Cina. L’Iran siede accanto agli Emirati, che hanno rapporti con Israele. Delhi parla con Teheran e contemporaneamente mantiene una partnership strategica con Israele. I sauditi cercano protezione dagli Houthi senza precipitare di nuovo nella guerra yemenita. Gli Stati Uniti aiutano Riyadh ma cercano di evitare, almeno per ora, un altro fronte diretto.
Nessuno sembra avere un solo amico. E probabilmente nessuno può più permettersi un solo nemico.
Il multipolarismo non è il paradiso promesso a chi immaginava semplicemente di sostituire l’egemonia americana con un fronte compatto degli altri. È un sistema molto più confuso nel quale alleanze, interessi economici, necessità energetiche e convenienze militari si sovrappongono continuamente.
Dalle nostre parti esiste un vecchio proverbio, assai meno elegante dei comunicati diplomatici, secondo il quale «tra lazzi e intrallazzi qualcuno finisce prima o poi per infilarselo nel suo medesimo culo».
Lasciamo ai grandi della Terra il compito di stabilire chi sarà. Per ora sappiamo chi ha già cominciato a pagare.
Prima vengono uomini, donne e bambini sotto le bombe. Poi i soldati mandati a combattere guerre decise da altri. E molto più lontano dai campi di battaglia ci siamo noi, davanti a una bolletta, alla cassa di un supermercato o con la pistola del distributore in mano.
La geopolitica può sembrare lontanissima. Il conto, invece, sa sempre trovare il nostro indirizzo.
RIFERIMENTI PRINCIPALI
Reuters: BRICS agrees joint declaration before New Delhi summit, 12 settembre 2026
Reuters: Modi-Putin talks in New Delhi, 11 settembre 2026
Government of India – PIB: Incontro Modi-Pezeshkian, settembre 2026
Amwaj.media: Giorgio Cafiero, La battaglia ad alto rischio per Bab Al-Mandab
Al-Monitor: Francesco Schiavi, Houthi gains in Yemen are testing Saudi Arabia’s security strategy, 12 settembre 2026
RaiNews: Lollobrigida a Bruxelles sulla Pac e le proteste agricole, 26 febbraio 2024
| SIAMO VECCHIA STAMPA Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta. Fotosintesi.info è gratuito e non dipende da partiti. Se vuoi sostenerci: serviziofotosintesi@gmail.com |
| CONDIVIDERE È INFORMARE I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e la fonte Fotosintesi.info. |







