Con l’arrivo davanti alle coste del Venezuela della portaerei USS Gerald R. Ford si completa un dispiegamento militare senza precedenti nei Caraibi. Il riacutizzarsi di una vecchia disputa territoriale su ricchi giacimenti petroliferi e il sostegno di un’opposizione premiata con il Nobel è il cocktail esplosivo che sta trasformando il Venezuela nell’epicentro di una nuova crisi geopolitica. L’amministrazione Trump ha dispiegato nel Mar dei Caraibi la più grande presenza militare statunitense nella regione dal 1989 e dall’invasione di Panama.
Il nucleo di questo spiegamento è la portaerei USS Gerald R. Ford, la più grande al mondo, accompagnata da altre navi da guerra e da un sottomarino nucleare. Washington giustifica queste operazioni, denominate “Lancia del Sud”, come una necessaria risposta al narcoterrorismo. Secondo le autorità americane, dallo scorso settembre sono state distrutte circa venti imbarcazioni e sono state uccise almeno 76 persone, presentate come “presunti narcoterroristi”. Il governo Trump definisce il regime di Maduro una “struttura criminale di narco-terrorismo” coinvolta nel traffico di droga, armi e oro.
Tuttavia, questa giustificazione appare sempre più traballante. Il Dipartimento di Giustizia americano ha preparato un memorandum che, stando al Wall Street Journal, sostiene che il fentanil possa essere considerato un’arma chimica, tentando così di fornire una base legale per le operazioni offensive. Una tesi che esperti e alleati storici degli USA considerano una forzatura giuridica.
L’economia venezuelana, nonostante il collasso, resta importante per le sue immense riserve di petrolio. Le sanzioni americane hanno paralizzato il settore, ma la posta in gioco è il controllo di queste risorse. Accanto al petrolio venezuelano, c’è un altro, enorme giacimento che fa gola, quello scoperto nelle acque della regione della Guayana Esequiba. Questo territorio, che il Venezuela rivendica da decenni ma che è amministrato dalla Guyana, è al centro di una contesa riesplosa dopo che, nel 2018, la compagnia statunitense Exxon Mobil ha identificato giacimenti capaci di produrre oltre 750 mila barili di petrolio l’anno. Nel 2023, il governo di Maduro ha indetto un referendum per annettere l’area, una mossa nazionalista che ha ulteriormente inasprito i rapporti con Georgetown e allertato le compagnie petrolifere internazionali. L’attuale crisi militare non può essere compresa appieno senza considerare questa posta in gioco petrolifera aggiuntiva, che coinvolge direttamente gli interessi di una major americana.
Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, ha annunciato l’attivazione di una “fase superiore” di questo piano di risposta militare, mobilitando forze terrestri, navali, aeree e di missilistiche, oltre alle milizie civili. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha smentito con veemenza qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti per un governo di transizione, affermando che il comando politico-militare è “compatto e unito” attorno a Maduro. Per rafforzare le proprie difese, Caracas ha ricevuto dalla Russia le prime consegne di sistemi di difesa aerea, tra cui unità del sistema Pantsir-S1 e batterie del sistema Buk-M2E.
In questo scenario, la figura dell’oppositrice María Corina Machado, premio Nobel per la Pace 2025, appare sempre più controversa. Machado non solo ha definito Maduro un “narco-terrorista”, ma ha pubblicamente sostenuto le azioni militari statunitensi e addirittura affermato che Donald Trump “merita assolutamente un Premio Nobel per la Pace”. Una posizione che, se da un lato le garantisce il sostegno di Washington, dall’altro rischia di legittimare agli occhi della comunità internazionale un intervento armato fondato su pretesti sempre più fragili.
La crisi in corso non è semplicemente uno scontro tra un regime autoritario e le forze della democrazia. È un conflitto multifacciale in cui gli interessi economici sul petrolio e il controllo geopolitico dell’emisfero occidentale (leggi Dottrina Monroe del 1823) si intrecciano con la lotta al narcotraffico e le ambizioni personali dei leader coinvolti.
Mentre il Venezuela si prepara a resistere a quello che definisce un “assedio imperialista” e gli Stati Uniti continuano a stringere il cappio militare, la comunità internazionale osserva con apprensione. Regno Unito e Canada, tradizionali alleati di Washington, hanno già sospeso la condivisione di intelligence con gli Stati Uniti nella regione, ritenendo che i raid americani violino il diritto internazionale e costituiscano “esecuzioni extragiudiziali”.
La domanda che resta senza risposta è fino a quale punto Trump sia disposto a spingersi. Con un assetto militare tanto imponente dispiegato ai confini del Venezuela, un ritiro senza risultati concreti rappresenterebbe una sconfitta politica epocale. Ma un’azione militare diretta, oltre a essere devastante per il popolo venezuelano, rischierebbe di scatenare un conflitto regionale di proporzioni incalcolabili, il cui vero obiettivo non è la democrazia o la lotta alla droga, ma il controllo dell’oro nero.




