In dieci anni quasi dimezzati gli interventi di asportazione dell’utero legati alle complicanze ostetriche. I dati dell’Istituto superiore di sanità mostrano però un’altra emergenza: considerando le morti materne fino a un anno dall’esito della gravidanza, il suicidio è la principale causa di morte materna. Gli strumenti di prevenzione e cura esistono: il nodo è renderli visibili, accessibili, coordinati e continui nel tempo.
C’è una buona notizia nella salute materna italiana. In dieci anni si è quasi dimezzato il ricorso all’isterectomia del peripartum, l’asportazione chirurgica dell’utero che può rendersi necessaria di fronte a emorragie ostetriche gravissime.
Accanto ai progressi della medicina emerge però un dato che porta fuori dalla sala operatoria e accompagna la donna quando è già tornata a casa. Considerando tutte le morti materne dal concepimento fino a un anno dall’esito della gravidanza, in Italia, come in gran parte dei Paesi ad alto reddito, il suicidio rappresenta la principale causa di morte materna.
La sorveglianza ItOss dell’Istituto superiore di sanità ha identificato tra il 2011 e il 2021 125 casi, pari a 2,42 decessi ogni centomila nati vivi. Circa l’ottanta per cento si verifica tra il quarantatreesimo giorno e un anno dopo l’esito della gravidanza. Il periodo nel quale una donna può avere bisogno di aiuto, insomma, non coincide con quello durante il quale resta sotto osservazione ostetrica.
Meno interventi estremi
I risultati sono stati presentati il 2 ottobre all’Inoss-ItOss International Meeting sulla salute materna. Lo studio italiano, condotto tra il 2024 e il 2026, ha coinvolto 376 punti nascita, con una copertura del novantotto per cento dei nati.
Sono stati registrati 384 casi di isterectomia peripartum, pari a 5,6 interventi ogni diecimila parti. Dieci anni fa erano 10,9. Le differenze territoriali rimangono: 4,8 casi ogni diecimila parti al Nord, cinque al Centro e 7,3 al Sud.
Nel novanta per cento dei casi l’intervento si è reso necessario per un’emorragia. Il cinquantacinque per cento delle donne è stato ricoverato in terapia intensiva, il quattordici per cento ha sviluppato una grave morbosità materna e sono stati registrati tre decessi. L’emorragia ostetrica resta la principale causa diretta di morte materna entro i primi 42 giorni dall’esito della gravidanza.
Dopo un cesareo
Lo studio ha analizzato anche la re-laparotomia, cioè la necessità di tornare in sala operatoria dopo un taglio cesareo. In due anni sono stati individuati 578 casi: una donna ogni 363 cesarei. Tra i fattori di rischio compaiono preeclampsia, gravidanza multipla, procreazione medicalmente assistita, anestesia generale durante il cesareo ed emorragia post partum.
La terza condizione studiata è la cardiomiopatia in gravidanza. Sono stati segnalati novanta casi, pari a 1,3 ogni diecimila parti. Tra le donne nelle quali è stata diagnosticata per la prima volta durante la gravidanza, il quarantadue per cento ha sviluppato insufficienza cardiaca e il cinquantadue per cento è stato ricoverato in terapia intensiva.
Non basta accorgersene: serve una rete
Sul versante della salute mentale non si parte da zero. Il Servizio sanitario nazionale prevede assistenza al puerperio e, quando emerge un disagio psicologico, garantisce gratuitamente un colloquio psicologico clinico con finalità diagnostiche. Le prestazioni possono essere erogate anche attraverso i consultori familiari.
Il punto decisivo, però, non è affidarsi a un test o a una scheda compilata in pochi minuti. È costruire una continuità assistenziale capace di mettere in relazione ostetriche, ginecologi, medici di famiglia, pediatri, consultori, psicologi e psichiatri. Sono figure che incontrano la donna in momenti diversi e possono intercettare un cambiamento, un isolamento, una sofferenza che persiste o peggiora.
Il ministero della Salute ricorda che la depressione post partum può esordire settimane dopo la nascita e protrarsi per mesi. Sottolinea inoltre che, nonostante i numerosi contatti con operatori sanitari prima e dopo il parto, il disturbo viene ancora raramente riconosciuto e trattato. Per questo diagnosi e interventi terapeutici precoci devono essere inseriti in percorsi strutturati, non affidati all’occasione o alla capacità della donna di chiedere aiuto da sola.
L’Iss, attraverso ItOss, ha sviluppato attività di sorveglianza, ricerca e formazione proprio per trasformare i dati sulle morti evitabili e sulla grave morbosità materna in cambiamenti dell’assistenza. È questo il passaggio più concreto: sapere quali sono i periodi e le condizioni di maggiore rischio, formare chi incontra le donne, garantire un accesso rapido alla valutazione clinica e mantenere il contatto oltre le prime settimane dopo il parto.
Benvenuti al mondo
Sul rapporto tra gravidanza, genitorialità e salute psichica lavora anche la Fondazione Massimo Fagioli con il progetto Benvenuti al mondo, rivolto alle donne in gravidanza e ai genitori nei primi anni di vita del bambino. Il percorso coinvolge un’équipe multidisciplinare e affronta insieme sviluppo del bambino, vissuti dei genitori e qualità delle relazioni.
La Fondazione affianca a queste attività anche un Centro clinico di psicoterapia. Non è un’alternativa al servizio pubblico e non deve esserlo. È però un esempio concreto di quanto possa essere importante creare luoghi nei quali la donna e la coppia possano trovare ascolto specialistico anche dopo la nascita, senza che ogni difficoltà venga ridotta alla stanchezza, agli ormoni o alla retorica della maternità necessariamente felice.
La madre non scompare quando nasce il bambino
I progressi ottenuti contro le emorragie ostetriche dimostrano quanto possano cambiare i numeri quando sorveglianza, formazione e organizzazione sanitaria lavorano insieme. Sul versante psichico la strada è la stessa: continuità dell’assistenza, professionisti formati, accesso semplice ai consultori e ai servizi di salute mentale, collaborazione tra chi segue la madre e chi segue il bambino, presa in carico quando serve.
Non si chiede a familiari e amici di diventare medici. Si chiede invece al sistema sanitario di non perdere di vista la donna quando il parto è finito e l’attenzione si concentra quasi interamente sul neonato.
Abbiamo imparato a sorvegliare meglio ciò che può accadere al corpo di una donna durante il parto. I numeri dell’Iss dicono che dobbiamo imparare altrettanto bene a vedere e curare ciò che può accadere alla sua realtà psichica nei mesi successivi.
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