Kenia Hernández, avvocata indigena e attivista, resta in carcere nonostante la chiusura di otto procedimenti federali. Le organizzazioni internazionali denunciano l’uso della giustizia per reprimere la protesta.
Aveva scelto di studiare legge per aiutare le donne della sua comunità. Oggi Kenia Inés Hernández Montalván deve difendersi da un sistema giudiziario che le organizzazioni per i diritti umani accusano di aver trasformato il suo impegno in una ragione di persecuzione. Indigena amuzga, di origine afromessicana, madre di due figli, è detenuta dall’ottobre 2020. La sua storia, rilanciata il quindici ottobre da Ips, è al centro della campagna internazionale di Civicus per la liberazione dei difensori dei diritti ingiustamente incarcerati.
Kenia ha difeso territori e comunità indigene, assistito donne vittime di violenza, sostenuto la liberazione dei prigionieri politici. Nel Guerrero ha animato il collettivo Zapata Vive. Le minacce ricevute per la sua attività l’avevano già costretta ad abbandonare il territorio nel 2019, quando era stata inserita nel meccanismo statale di protezione per giornalisti e difensori dei diritti umani. Dalla protezione alla prigione, il passo è stato breve.
Otto procedimenti federali sono stati chiusi, ma restano due condanne nello Stato del Messico, per complessivi circa ventuno anni di carcere. Nel comunicato congiunto del maggio 2026, Cejil, Civicus, Front Line Defenders e altre organizzazioni chiedono che siano decisi i ricorsi contro quelle sentenze e denunciano il meccanismo di criminalizzazione della protesta. La chiusura dei procedimenti federali non le ha restituito la libertà.
Le contestazioni alle condanne hanno basi precise. Un rapporto di osservazione del processo pubblicato nel 2022 sul sito dell’American Bar Association documenta, per uno dei procedimenti per rapina aggravata, ostacoli alla partecipazione alle udienze, collegamenti video inadeguati e assenza di colloqui riservati con i legali. Segnala inoltre la debolezza delle identificazioni e una perizia sulla posizione del telefono che collocava Hernández in un altro Stato al momento dei fatti. Gli autori concludono che quella condanna dovrebbe essere annullata e individuano elementi compatibili con una ritorsione contro il suo attivismo.
Anche dietro le sbarre Kenia ha continuato a organizzarsi. Nel carcere di Nezahualcóyotl Sur ha promosso “Tejedoras de Libertad”, una cooperativa nella quale decine di detenute producono ricami e tessuti: un modo per sostenere le necessità quotidiane e mantenere i rapporti con i figli. Il lavoro collettivo sopravvive alla reclusione.
È questo il significato politico del suo caso: il potere intimidatorio di una lunga detenzione raggiunge anche le comunità, le donne e i movimenti che quella persona rappresenta. Alle autorità messicane spetta rispondere delle violazioni documentate e garantire giustizia. Ogni altro anno sottratto a Kenia rafforza un messaggio preciso: difendere i propri diritti può costare la libertà. Una democrazia si misura anche dalla capacità di spezzare questo ricatto.
CONDIVIDERE È INFORMARE | I testi di Fotosintesi.info sono riproducibili citando la fonte.





