Salute

FENTANYL | Il test sbaglia, il sospetto resta. Quando una terapia diventa un’accusa

Uno studio dell’Iss segnala che il risperidone può provocare falsi positivi nei test rapidi sulle urine. Prima di attribuire a un paziente il consumo di sostanze servono analisi di conferma. In gioco ci sono le cure e la fiducia.


Una persona segue una terapia psichiatrica, viene sottoposta a un test rapido sulle urine e risulta positiva al fentanyl. Il sospetto è immediato. Ma alle analisi di conferma quella sostanza non c’è. A interferire con il test può essere proprio il farmaco prescritto per curarla.

È il problema descritto nella nota dell’Istituto superiore di sanità del 26 ottobre, relativa a uno studio del Centro nazionale dipendenze e doping pubblicato su Clinical Chemistry and Laboratory Medicine. Al centro della ricerca c’è il risperidone, un farmaco utilizzato in psichiatria che può determinare una falsa positività nei test esaminati.

Il risultato che non tornava

Il punto di partenza sono state alcune positività al fentanyl rilevate attraverso test rapidi in servizi di salute mentale. Quando gli stessi campioni venivano sottoposti ad analisi di laboratorio più specifiche, però, il fentanyl non veniva rilevato.

Secondo la ricostruzione dell’Iss, nei campioni erano presenti risperidone e acido valproico, quest’ultimo impiegato nell’epilessia e in alcuni disturbi dell’umore. I ricercatori hanno quindi aggiunto separatamente i due farmaci, e poi insieme, a campioni di urina che inizialmente non li contenevano.

L’interferenza compariva con il risperidone, anche in associazione con l’acido valproico. L’acido valproico, da solo, non produceva lo stesso effetto. Il dato rilevante è che la concentrazione di risperidone capace di alterare il risultato era compatibile con quella riscontrabile nelle urine di persone che assumono il farmaco a scopo terapeutico.

Il fenomeno si chiama cross-reattività: il sistema utilizzato per riconoscere una sostanza reagisce anche a un’altra, producendo un segnale ingannevole.

Un problema già segnalato

L’interferenza del risperidone con alcuni test per il fentanyl era già documentata. Uno studio del 2014 aveva individuato questa cross-reattività e raccomandato analisi di conferma per i campioni risultati positivi. Nel 2021 un’altra pubblicazione aveva descritto tre casi di falsa positività in pazienti trattati con risperidone a lunga durata d’azione. Il fenomeno, dunque, precede il nuovo lavoro dell’Iss.

Questo non significa che ogni test rapido sia inaffidabile o che ogni persona in terapia con risperidone risulterà positiva. Significa che il risultato di uno screening deve essere interpretato tenendo conto del test utilizzato, delle terapie e delle analisi di conferma.

Il peso di un sospetto sbagliato

La questione riguarda ciò che accade dopo quel risultato. Attribuire erroneamente a una persona il consumo di fentanyl può compromettere il rapporto con gli operatori, alimentare incomprensioni familiari e influenzare decisioni sanitarie e assistenziali.

Per chi è seguito dai servizi di salute mentale, essere creduto è parte essenziale della relazione di cura. Se la dichiarazione di non aver assunto una sostanza viene accantonata davanti a un risultato preliminare, un limite dello strumento rischia di trasformarsi in un giudizio sulla persona.

L’indicazione dell’Iss è precisa: una positività al test rapido, da sola, non costituisce una prova definitiva di assunzione. Quando il risultato è inatteso o può comportare conseguenze rilevanti, occorrono analisi più specifiche.

La verifica deve precedere l’etichetta. Perché il laboratorio può correggere un risultato; cancellare il sospetto lasciato su una persona può essere molto più difficile.

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