Salute

A QUATTORDICI ANNI | Il dolore dei ragazzi non trova posto. Al Meyer diciotto ricoveri psichiatrici e soltanto dodici letti

Circa due milioni di minori italiani presentano disturbi neuropsichiatrici. Il sovraffollamento del Meyer riapre il problema della prevenzione, delle relazioni e di una rete pubblica di cura che deve cominciare prima dell’emergenza.


Diciotto adolescenti, dodici posti letto. Sei ragazzi senza un posto nel reparto specialistico. All’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, il 7 ottobre, l’urgenza psichiatrica ha superato la capienza disponibile. Hanno tra i quattordici e i diciassette anni e sono arrivati tutti attraverso il pronto soccorso. I quadri clinici sono differenti: agitazione psicomotoria, pensieri suicidari, tentativi di suicidio. Per ciascuno si è reso necessario il ricovero immediato.

La notizia, diffusa l’8 ottobre alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale, racconta un problema che non è cominciato ieri. Il 5 settembre i ricoverati contemporaneamente erano già diciassette, il 15 settembre diciotto. Dal 10 settembre, ha spiegato Tiziana Pisano, responsabile della psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Meyer, il reparto ospita sistematicamente due o tre pazienti oltre la capacità ordinaria. Sei dei diciotto sono stati sistemati in altri reparti. È la fotografia di un servizio sotto pressione, non una semplice anomalia di una giornata.

Dietro quei numeri ci sono ragazze e ragazzi, vite diverse, storie che nessuna tabella può raccontare fino in fondo. Ma i dati aiutano a capire la dimensione della questione. Secondo la Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, in Italia circa un minore su cinque, due milioni di bambini e ragazzi, presenta un disturbo neuropsichiatrico. La stima, resa pubblica nell’ottobre 2025, comprende condizioni molto diverse, dai disturbi del neurosviluppo alle patologie psichiatriche. Non descrive due milioni di adolescenti depressi o a rischio suicidario. La precisione è indispensabile quando si parla di salute mentale.

La stessa società scientifica richiama l’importanza di intervenire già nell’infanzia e di garantire continuità di cura nel passaggio all’età adulta. Secondo i dati internazionali da essa citati, nel mondo un adolescente su sette tra i dieci e i diciannove anni vive con un disturbo mentale diagnosticato. Ansia e depressione rappresentano una parte considerevole dei casi. Non si possono sovrapporre automaticamente queste statistiche ai ricoveri d’urgenza di un ospedale, ma sarebbe altrettanto miope non cogliere il bisogno diffuso di assistenza.

L’adolescenza è il tempo in cui cambiano il corpo, il rapporto con sé stessi, la sessualità, la ricerca di autonomia e le relazioni. Le difficoltà e i conflitti appartengono alla crescita; non ogni sofferenza è una malattia psichiatrica. Allo stesso tempo, minimizzare segnali persistenti di sofferenza può ritardare diagnosi e cure necessarie. Tra la medicalizzazione di ogni comportamento e l’indifferenza degli adulti esiste un compito assai più difficile: conoscere, ascoltare, riconoscere.

La psichiatra e psicoterapeuta Francesca Fagioli richiama l’attenzione sulla delicatezza della formazione dell’identità nell’adolescenza e sull’importanza delle relazioni umane. Le difficoltà che emergono non possono essere ridotte a problemi di disciplina né ricondotte automaticamente a una diagnosi. Anche la presenza pervasiva dei social va compresa nel contesto dello sviluppo psichico e affettivo, senza cercare un unico capro espiatorio. Nel novembre 2024 Fagioli ha partecipato alla giornata di confronto della Fondazione Massimo Fagioli “Il benessere degli adolescenti a scuola. Il piacere di imparare insieme”, con un intervento dedicato alla mente dell’adolescente. Un’impostazione che rimette al centro la possibilità di conoscere la sofferenza e di intervenire attraverso rapporti umani e cure adeguate.

La scuola, in questa prospettiva, non è soltanto il luogo dei voti e delle prestazioni. Può essere uno spazio di relazione, di crescita e di riconoscimento precoce delle difficoltà, senza chiedere agli insegnanti di diventare psichiatri. Servono formazione, collaborazione con le famiglie e un collegamento concreto con pediatri, consultori, neuropsichiatria infantile, psicologi e servizi sociali. Il sostegno non può arrivare soltanto quando una crisi rende inevitabile il pronto soccorso.

La cura, quando necessaria, può includere psicoterapia, interventi familiari, assistenza educativa e farmaci prescritti e monitorati da specialisti. Contrapporre ideologicamente questi strumenti sarebbe poco utile. Il problema è costruire percorsi individuali, accessibili e continuativi; non affidare tutto a una visita episodica, a una lista d’attesa o alla buona volontà di genitori che spesso non sanno a chi rivolgersi.

I fattori che possono contribuire al malessere sono molteplici: isolamento, bullismo, violenza, precarietà familiare ed economica, pressioni sul rendimento, discriminazioni, difficoltà nelle relazioni. Le cause dei disturbi mentali non si lasciano ridurre a una sola variabile. Ed è proprio questa complessità a esigere una risposta pubblica coordinata, capace di andare oltre la gestione del caso acuto.

Il Meyer dimostra quanto siano necessari posti letto adeguati e personale specializzato per le emergenze. Ma l’assistenza non può esaurirsi nell’ospedale: la domanda da rivolgere alle istituzioni riguarda anche la distribuzione territoriale dei servizi, i tempi d’attesa, la possibilità di seguire i ragazzi nel tempo e l’accesso alle cure per chi non può permettersi una soluzione privata. Senza questa rete, il pronto soccorso diventa l’ultima porta rimasta aperta. Diciotto adolescenti ricoverati contemporaneamente non sono una metafora. Sono diciotto persone che avevano bisogno di cure e sei che non hanno trovato posto nel reparto previsto per loro. Una società che si accorge della sofferenza dei propri figli soltanto quando arriva l’ambulanza ha già perso troppo tempo.




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