Ambiente

ATOMO | Meloni scommette sugli Smr, la Francia nucleare invece aspetta di vedere se funzionano

L’Italia prepara il ritorno all’atomo puntando anche sui piccoli reattori modulari. Ma proprio la Francia, il Paese più nucleare d’Europa, procede con maggiore cautela. E mentre gli Smr devono ancora dimostrare costi e tempi su scala commerciale, il cambiamento climatico pone un’altra domanda: con quali temperature e con quale acqua funzioneranno le centrali dei prossimi decenni?


L’Italia ha appena riaperto la porta al nucleare. Il 23 settembre il Parlamento ha completato l’iter della legge delega con cui il governo vuole costruire un nuovo quadro normativo per l’energia atomica.

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin indica già un orizzonte: 2033-2034, “ben che vada”, per tornare a produrre elettricità nucleare in Italia.

La parola magica è soprattutto una: Smr, Small modular reactors. Reattori più piccoli delle centrali tradizionali, modulari, standardizzabili e almeno teoricamente costruibili più velocemente.

Il paradosso è che proprio la Francia, dove il nucleare produce circa due terzi dell’elettricità, tratta quella promessa con assai maggiore prudenza.

Un’analisi pubblicata dal Bulletin of the Atomic Scientists sottolinea che Parigi non ha affatto rinunciato agli Smr, ma continua a considerarli tecnologie da sviluppare e verificare industrialmente. La parte centrale della strategia nucleare francese resta per ora affidata ai grandi reattori Epr2.

Secondo la definizione generalmente utilizzata dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, gli Smr sono reattori con una potenza fino a 300 megawatt elettrici. L’idea industriale è seducente: invece di costruire ogni volta una gigantesca centrale, una parte consistente dell’impianto dovrebbe essere prodotta in fabbrica e assemblata sul posto. Meno capitale iniziale, cantieri più brevi, componenti standardizzati e possibilità di installare progressivamente nuovi moduli. Questa è la promessa. La prova commerciale, invece, deve ancora arrivare.

Nel mondo esistono ormai oltre cento progetti e differenti tecnologie Smr in fase di studio o sviluppo, ma gli impianti effettivamente operativi restano pochissimi. Tra questi vengono normalmente citati il cinese HTR-PM e la centrale galleggiante russa Akademik Lomonosov. Tra un progetto sulla carta e una tecnologia capace di produrre elettricità su larga scala, con continuità e a costi competitivi, resta quindi una distanza considerevole.

È proprio questo il punto sul quale insiste Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e tra i più autorevoli osservatori italiani delle politiche energetiche e climatiche. Nei giorni scorsi, a Firenze, ha ricevuto il premio Green Energy Ambassador 2026 nell’ambito di SolarItaly, riconoscimento al suo lungo lavoro sulle rinnovabili, l’innovazione e la transizione energetica.

Silvestrini non liquida la questione con un semplice “nucleare sì” o “nucleare no”. Porta il confronto soprattutto su tempi, costi e sviluppo industriale. Nel febbraio scorso Kyoto Club ha dedicato al tema un confronto basato sul World Nuclear Industry Status Report 2025. Il quadro presentato indicava una quota nucleare mondiale da anni in riduzione, una crescita concentrata soprattutto in Cina e, contemporaneamente, una diffusione molto più rapida di solare, eolico e sistemi di accumulo.

Silvestrini e Giuseppe Onufrio hanno poi raccolto le loro analisi nel volume L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili. La tesi è che il punto decisivo non sia stabilire in astratto se una centrale possa produrre elettricità, cosa evidente, ma capire quanto costa costruirla, quanto tempo richiede e quale alternativa energetica sarà disponibile quando entrerà effettivamente in funzione.

Sugli Smr Silvestrini invita soprattutto ad aspettare la verifica industriale: saranno costi effettivi, tempi di costruzione e prestazioni degli impianti realizzati a dire se la promessa dei piccoli reattori modulari reggerà alla prova dei fatti. E indica tre priorità nette per la transizione energetica italiana: accelerare rinnovabili e sistemi di accumulo, mettere l’adattamento climatico al centro delle politiche pubbliche e riqualificare il patrimonio edilizio. L’obiettivo indicato è arrivare almeno al 90 per cento di elettricità rinnovabile nel 2040.
Tutto ciò deve realizzarsi in Italia, paese che non possiede più da decenni una filiera nucleare completa e dovrebbe ricostruire norme, competenze, procedure autorizzative, siti e sistema di gestione dei rifiuti radioattivi.

Dentro questo dibattito c’è poi una storia italiana che vale la pena ricordare. Chicco Testa fu uno dei protagonisti della nascita della Lega per l’ambiente, l’associazione che sarebbe poi diventata Legambiente, e la guidò fino al 1987. Ermete Realacci faceva parte di quel primo nucleo ambientalista e gli succedette alla presidenza. Quella Lega per l’ambiente fu protagonista anche della grande mobilitazione antinucleare seguita a Chernobyl. Testa avrebbe poi cambiato radicalmente posizione, diventando negli anni uno dei sostenitori più conosciuti del ritorno italiano all’atomo. Ed è interessante che persino lui oggi raffreddi un poco i calendari: dopo il nuovo via libera politico ha indicato come più plausibile un orizzonte di dieci-dodici anni per vedere nuovi reattori italiani.

Una storia quasi speculare a quella di Francesco Ferrante, per dodici anni direttore generale di Legambiente, oggi vicepresidente del Kyoto Club e del Coordinamento Free. Ferrante resta invece decisamente dalla parte delle rinnovabili. Ha sostenuto recentemente che un sistema elettrico completamente alimentato da fonti rinnovabili sia tecnicamente perseguibile anche considerando l’aumento della domanda determinato dall’elettrificazione di trasporti e riscaldamento, e giudica il nucleare troppo costoso rispetto a questa strada.

Il 24 settembre Legambiente, Greenpeace, Wwf e Kyoto Club sono tornati insieme sulla legge appena approvata. La loro posizione è netta: gli Smr, sostengono, non sono oggi disponibili commercialmente e non si può quindi basare la politica energetica italiana sulla promessa che piccolo significhi necessariamente meno costoso, più semplice o più sostenibile.

Vue générale aérienne du CNPE de Civaux, aéroréfrigérants.

Anche il progetto francese racconta quanto la tecnologia sia ancora in movimento. Nuward prevedeva inizialmente due moduli da 170 megawatt. Nel 2024 Edf modificò profondamente il progetto, preferendo ripartire da soluzioni tecnologiche più mature. Il nuovo Nuward arriva fino a 400 megawatt, oltre persino la soglia tradizionalmente utilizzata per definire uno Small modular reactor.

Edf punta sulla prefabbricazione di buona parte dei componenti e indica un possibile tempo di costruzione di circa quattro anni. Ma la commercializzazione è prevista comunque negli anni Trenta. La Francia, insomma, non dice che gli Smr non funzioneranno.

C’è infine un’altra variabile di cui si parla molto meno quando vengono presentati i programmi nucleari italiani: il clima dentro il quale quelle centrali dovranno funzionare. Le ultime estati francesi ne hanno fornito un esempio. Durante le ondate di calore alcuni reattori hanno dovuto ridurre la produzione o fermarsi temporaneamente perché l’acqua dei fiumi utilizzata per il raffreddamento era troppo calda oppure perché la loro portata era diventata insufficiente.

A Golfech il problema è la Garonna. Al Bugey il Rodano. Quando l’acqua utilizzata per raffreddare gli impianti viene restituita al fiume non può superare determinati limiti ambientali. Se il fiume è già troppo caldo, la centrale deve quindi diminuire la potenza o, in determinate condizioni, fermare un reattore.  S

econdo Edf, dal 2000 le perdite medie di produzione del proprio parco dovute a temperature elevate e bassa portata dei corsi d’acqua sono state comunque complessivamente limitate. Ma il problema esiste abbastanza da aver spinto la stessa Edf ad accelerare i programmi di adattamento del proprio parco nucleare al cambiamento climatico. Ed è qui che la questione diventa molto meno teorica. Una centrale progettata oggi dovrà funzionare negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta. Gli Smr annunciati per il prossimo decennio non lavoreranno nel clima degli anni Ottanta, quando molte infrastrutture nucleari europee furono progettate. Lavoreranno con fiumi più caldi, siccità più frequenti ed eventi estremi più intensi.

Naturalmente esistono soluzioni ingegneristiche: torri di raffreddamento, circuiti differenti, sistemi a minore consumo d’acqua e, per alcuni Smr, sistemi passivi. Ma anch’esse hanno costi, necessitano di autorizzazioni e devono essere incorporate nella progettazione.

Ed eccoci di nuovo al calendario italiano. Prima di produrre un solo chilowattora nucleare bisognerà definire le norme, scegliere le tecnologie, individuare i siti, ricostruire competenze, completare le procedure di sicurezza, affrontare il problema delle scorie e costruire gli impianti. Poi bisognerà verificare che gli Smr mantengano davvero ciò che promettono.

Gianni Silvestrini mette sul tavolo la questione dei costi e dei tempi. Francesco Ferrante quella dell’alternativa rappresentata dalla rapida crescita delle rinnovabili. E persino Chicco Testa invita a non immaginare centrali dietro l’angolo. La domanda quindi non è soltanto se essere favorevoli o contrari all’atomo. È molto più concreta: quale nucleare, a quale costo, pronto quando, rispetto a quali alternative e capace di funzionare con quale disponibilità d’acqua e dentro quale clima? Solo dopo vengono le date. Il 2033-2034, per ora, sarebbe meglio scriverlo a matita.



SIAMO VECCHIA STAMPA — Se hai segnalazioni, documenti o proposte di articoli, scrivici. Il giornalismo vive anche delle fonti e delle idee dei lettori.


CONDIVIDERE È INFORMARE — I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi citando chiaramente la fonte e indicando Fotosintesi.info.


 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi