Prima il fumo. Poi le sirene. Infine il silenzio.
È in quel silenzio che, nella notte tra sabato e domenica, un detenuto marocchino di ventinove anni si è tolto la vita nel carcere “Nicandro Izzo” di Viterbo.
Poco prima alcuni detenuti avevano incendiato dei materassi nella sezione precauzionale. Il fumo aveva invaso corridoi e infermeria, costringendo all’intervento vigili del fuoco, sanitari e Polizia penitenziaria. Alla fine il bilancio sarà di ventitré intossicati: diciassette detenuti e sei agenti. Mentre il penitenziario cercava di fronteggiare l’emergenza, un secondo detenuto ha tentato il suicidio, ma è stato salvato dagli agenti.
Sarà la magistratura a ricostruire ogni responsabilità. Ma la tragedia di Viterbo non può essere liquidata come un episodio isolato. È l’ultima crepa di un sistema penitenziario che continua a mostrare segnali sempre più preoccupanti.
Pochi giorni prima, nello stesso istituto, era morto durante una violenta rissa il ventiseienne marocchino Mohamed Chaanoun. Due vicende diverse, sulle quali sono in corso accertamenti, ma che riportano l’attenzione su un carcere attraversato da tensioni profonde e, più in generale, su un sistema che da troppo tempo sembra vivere in una condizione di emergenza permanente.
I numeri raccontano che Viterbo non è un’eccezione.
Secondo il XXII Rapporto di Antigone, nelle carceri italiane sono recluse oltre sessantaquattromila persone, a fronte di poco più di quarantaseimila posti realmente disponibili. Il tasso effettivo di sovraffollamento supera il centotrentanove per cento. In quasi la metà degli istituti visitati non è garantito nemmeno lo spazio minimo di tre metri quadrati per detenuto indicato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Più della metà delle carceri dispone ancora di celle prive di doccia e locali destinati al lavoro, allo studio o alle attività comuni vengono trasformati in stanze detentive per far posto a nuovi ingressi.
L’estate, dietro le sbarre, non è una stagione. È una prova di resistenza.
Il caldo resta intrappolato nel cemento. L’aria circola a fatica. Il tempo ancora meno. Nelle celle sovraffollate ogni grado in più pesa sul corpo e sulla mente. A soffrirne maggiormente sono gli anziani, le persone con patologie croniche, i tossicodipendenti e chi convive con disturbi psichiatrici.
Anche su questo i dati meritano attenzione.
Secondo Antigone, quasi un detenuto su due assume sedativi o ipnotici, mentre circa uno su cinque è in terapia con antidepressivi, stabilizzatori dell’umore o farmaci antipsicotici. Un ricorso così esteso agli psicofarmaci si inserisce in un sistema nel quale psicologi, psichiatri, educatori e percorsi di cura continuano a essere insufficienti rispetto ai bisogni reali della popolazione detenuta.
Le conseguenze non ricadono soltanto sulle persone recluse.
Da mesi anche Uilpa Polizia Penitenziaria, Fp Cgil e Osapp denunciano organici insufficienti, turni massacranti, aggressioni in aumento e strutture sempre più difficili da gestire. L’incendio di Viterbo lo dimostra con chiarezza: tra gli intossicati ci sono anche sei appartenenti alla Polizia penitenziaria, intervenuti per mettere in salvo detenuti e colleghi. In un carcere che soffre, soffrono anche coloro che vi lavorano ogni giorno.
Negli ultimi anni magistrati, garanti dei detenuti, associazioni e operatori del settore hanno continuato a lanciare l’allarme. Le loro denunce parlano di sovraffollamento cronico, carenza di personale sanitario, difficoltà nell’assistenza psichiatrica, edilizia penitenziaria ormai fatiscente e crescente disagio sociale all’interno degli istituti.
Ogni suicidio possiede una storia diversa. Ogni incendio ha responsabilità che dovranno essere accertate. Ma quando episodi simili si susseguono con questa frequenza, la cronaca da sola non basta più a spiegare ciò che accade.
Le inchieste chiariranno la dinamica dell’incendio di Viterbo e le eventuali responsabilità. Ma nessuna sentenza potrà spiegare perché, ogni estate, il carcere italiano torni a occupare le pagine dei giornali quasi esclusivamente per un incendio, una rivolta o un suicidio.
Poi i riflettori si spengono.
Restano le celle. Resta il caldo. Resta il sovraffollamento. Restano i detenuti, gli agenti, il personale sanitario e chi continua a vivere quella realtà ogni giorno.
Perché un Paese civile si misura anche da come tratta le persone delle quali ha deciso di privare la libertà.







