I Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono luoghi opachi, sottratti allo sguardo pubblico e invisibilizzati. Quello che sappiamo di ciò che accade all’interno lo sappiamo quasi sempre grazie alle reti antirazziste e abolizioniste, che raccolgono voci, diffondono le poche immagini che trapelano e fanno pressione su prefetture e istituzioni locali. Questa è la cronaca di una settimana qualunque, tra Macomer e Milano.
Sciopero della fame e della sete nel Cpr di Macomer
Proseguono le proteste all’interno del Cpr di Macomer, in Sardegna, unico modo in cui le persone trattenute possono sperare di uscire dall’invisibilità e denunciare le durissime condizioni di reclusione e isolamento. Nella serata di giovedì 23 aprile, alcuni dei prigionieri hanno diffuso video girati all’interno della struttura, portando alla luce per l’ennesima volta le condizioni in cui versano.
Le immagini sono rare testimonianze visive da un luogo normalmente inaccessibile e mostrano camere e bagni in stato di grave degrado: materassi sporchi e logori, pavimenti bruciati e segnati da quelle che sembrano infiltrazioni o ruggine. Su alcuni corpi dei detenuti sono visibili i segni della scabbia, con il conseguente rischio di contagio per gli altri trattenuti.
Secondo quanto riferito dall’Assemblea No CPR Macomer – che monitora puntualmente quanto avviene all’interno e raccoglie le voci dei reclusi – nel blocco C è in corso uno sciopero della fame e della sete, e – aggiornamento di ieri – c’è stato un incendio in due dei tre blocchi. La protesta è nata dalla denuncia di una serie di carenze strutturali e assistenziali: mancanza di indumenti e beni di prima necessità, vitto scarso e di bassa qualità, assenza di accesso a cure mediche specialistiche e impossibilità di incontrare i propri avvocati.
Non è la prima volta che succede. Appena due settimane fa il centro era stato teatro di accese proteste, culminate con un tentativo di suicidio e con un detenuto caduto dal tetto dell’edificio. Le rivolte sono poi state represse con l’intervento delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, nulla è cambiato e né la società che gestisce il centro né la Prefettura di Nuoro avrebbero risposto alle richieste.
L’Assemblea No CPR Macomer, in una nota, definisce la struttura «una sorta di lager del ventunesimo secolo», in cui persone prive di permesso di soggiorno vengono trattenute senza prospettive, in attesa di essere rimpatriate.
«Continuiamo a denunciare le condizioni disumane del centro, le responsabilità dell’ente gestore e della prefettura di Nuoro. Chiediamo che le porte del CPR siano aperte alla stampa e alla società civile e che le condizioni dei reclusi cambino radicalmente. I CPR devono chiudere, tutti, iniziamo da Macomer”, è l’appello conclusivo dell’Assemblea.
Milano, una settimana di emergenza al Cpr di via Corelli
Negli stessi giorni, il CPR di via Corelli a Milano è stato al centro di una serie di episodi gravi che hanno allarmato la rete Mai più lager – No ai CPR.
Il 21 aprile, la rete ha denunciato la presenza di almeno un minorenne recluso all’interno: un ragazzo nato nel luglio 2011, quindi di soli 14 anni. Il giorno successivo il numero saliva a cinque, tutti collocati in una stanza di isolamento.
«È rigorosamente vietato dalla legge il trattenimento di persone minorenni, che per definizione sono inespellibili e vanno tutelate. È gravissimo che nel Cpr di via Corelli ve ne siano più di uno», ha scritto la rete sui propri canali social. «Non riusciamo a smettere di chiederci quale dottore possa aver mai certificato l’idoneità al trattenimento di un 14enne e dei suoi compagni che sono visibilmente poco più che dei bambini».
Nicola Cocco, medico della rete e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm), ha sollevato sulla stampa una questione precisa: «In Italia non esiste una certificazione dell’età tramite strumenti biometrici. Mi chiedo: il medico che ha valutato l’idoneità al trattenimento di questo ragazzo di 14 anni su quali elementi si è basato e quale valutazione ha redatto?».
Dopo le segnalazioni urgenti al Garante per l’infanzia e alla Prefettura, e grazie anche alla copertura mediatica, almeno quattro ragazzi sono stati liberati nelle ore successive, una volta che gli esami medici ospedalieri hanno confermato la loro età. Trasferiti in un centro per minori non accompagnati, la vicenda si è chiusa – almeno formalmente – senza conseguenze peggiori.
La rete ha però sottolineato un elemento preoccupante: «Se i detenuti non avessero avuto cellulari con videocamera per inviarci le foto dei minorenni, non avremmo saputo nulla».
Non è un caso, dunque, che il governo Meloni, con il nuovo Ddl immigrazione, voglia vietare nei Cpr l’uso di telefoni dotati di fotocamera.
Nei giorni successivi, tra il 24 e il 26 aprile, il Cpr ha registrato una serie ravvicinata di gravi episodi di autolesionismo tra i detenuti, descritti dalla rete come un «terrificante effetto domino». Secondo le testimonianze raccolte, assistere continuamente a scene di violenza in un contesto di isolamento totale e incertezza sul proprio futuro genera una spirale di disperazione difficile da arginare.
«La vita in Cpr è una notte infinita: senza fine pena, non sai se e quando uscirai, se tornerai dalla tua famiglia o in un paese che non è più il tuo, per colpa di un pezzo di carta che è impossibile acquisire», spiega la rete.
Gli attivisti segnalano inoltre che i soccorsi, in alcuni casi, sarebbero arrivati con ritardi significativi, e che il personale in servizio sarebbe risultato insufficiente e in un’occasione persino il pasto è arrivato con ore di ritardo. «Dobbiamo interrompere questa spirale», conclude la rete Mai più lager – No ai CPR. «Aiutateci a pretendere l’abolizione di questi luoghi torturanti».
Fonte: Melting Pot Europa






