La giornata internazionale del 24 ottobre arriva con due avvertimenti: gli eventi climatici interrompono l’istruzione e allargano le disuguaglianze; il nuovo rapporto dell’Onu considera inevitabile superare la soglia di 1,5 gradi. Quanto e per quanto tempo dipende ancora dalle scelte politiche.
Una scuola chiusa per il caldo. Un’aula allagata. Una strada impraticabile che impedisce di raggiungere i banchi. La crisi climatica entra nell’istruzione così: interrompe le lezioni, danneggia gli edifici, rende più difficile imparare. Nel 2025 è successo ad almeno 171 milioni di studenti, dall’infanzia alle superiori. Almeno uno su dieci nel mondo, secondo l’Unicef.
Alla vigilia della giornata internazionale di azione per il clima del 24 ottobre, questo dato racconta qualcosa che le celebrazioni ambientali spesso lasciano fuori: il riscaldamento globale sta già compromettendo l’esercizio di un diritto.
Le interruzioni hanno interessato scuole in 106 Paesi e territori. In quaranta si sono ripetute più volte durante l’anno. Tre quarti degli studenti coinvolti vivevano nei Paesi a reddito basso e medio-basso. Dove le risorse per riparare gli edifici, recuperare le lezioni e sostenere le famiglie sono più scarse, perdere giorni di scuola può approfondire svantaggi che esistevano già. La crisi climatica si aggiunge alla povertà e ne restringe le vie d’uscita.
Il contesto è quello certificato dall’Organizzazione meteorologica mondiale: gli undici anni dal 2015 al 2025 sono stati i più caldi mai registrati. Nel 2025 la temperatura media globale è risultata circa 1,43 gradi sopra la media del periodo 1850–1900. È un valore annuale, da distinguere dall’obiettivo climatico di lungo periodo fissato dall’Accordo di Parigi. Ma la direzione è evidente.
Il nuovo Emissions Gap Report 2026 dell’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, porta un avvertimento ancora più netto: il superamento della soglia di 1,5 gradi è previsto anche nel percorso più ambizioso esaminato. Rimane possibile limitarne l’entità e la durata, cercando di riportare il riscaldamento entro quella soglia alla fine del secolo. Lo sforamento rende più pesante ogni ulteriore ritardo.
Per seguire questo percorso, le emissioni globali di gas serra dovrebbero diminuire del diciotto per cento entro il 2030 e del quarantacinque per cento entro il 2035, rispetto al 2025. Gli impegni nazionali, anche se attuati integralmente, restano molto lontani dai tagli necessari. Con le politiche attuali, il rapporto prospetta un riscaldamento di 2,8 gradi entro questo secolo.
Sono scenari, non un destino già scritto. L’Unep documenta risultati concreti delle politiche climatiche e della crescita delle rinnovabili. Occorre estenderli e accelerarli. Anche il percorso più ambizioso conserva incertezze: richiede una consistente rimozione di anidride carbonica dall’atmosfera, con difficoltà tecnologiche ed economiche ancora aperte.
La responsabilità politica ha nomi, governi e priorità. Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha scelto il ritiro dall’Accordo di Parigi: il rapporto Unep lo indica tra i fattori che peggiorano le prospettive del riscaldamento globale. La scienza misura il pericolo, la politica americana lavora per aggravarlo.
In Europa, vendere ogni arretramento sulla transizione come una difesa dell’economia è un inganno. Quale economia si difende lasciando esposti fabbriche, campi, abitazioni, ferrovie e scuole? La propaganda separa ciò che nella vita delle persone è inseparabile: lavoro, salute, energia, sicurezza del territorio.
In Italia questa cecità diventa un programma di governo. La sicurezza viene raccontata attraverso nuovi reati, pene più severe, nuovi posti in carcere. Il programma di edilizia penitenziaria annunciato da Palazzo Chigi prevede oltre diecimila posti aggiuntivi entro il 2027. È una delle opere con cui il governo esibisce la propria capacità di proteggere i cittadini.
Poi arriva l’acqua. E la sicurezza torna a significare una scuola raggiungibile, un ponte che regge, un versante che non frana, una casa dalla quale non si debba fuggire di notte. Tutte cose che richiedono prevenzione, manutenzione, servizi pubblici e una politica climatica capace di guardare oltre il prossimo sondaggio.
Le condizioni disumane delle carceri vanno affrontate. Ma un governo che misura la sicurezza in celle e trascura quella dei territori ha scelto da quali paure ricavare consenso e quali lasciare agli abitanti. Il carcere si inaugura davanti alle telecamere. La manutenzione funziona quando impedisce una tragedia, e quindi quando la tragedia non offre immagini da trasmettere.
Non ogni alluvione può essere attribuita automaticamente al riscaldamento globale. Ma questa necessaria precisione scientifica non può diventare l’alibi politico per ignorare il rischio. Ridurre le emissioni e proteggere i territori sono responsabilità che si sommano. Il soccorso, per quanto indispensabile, non può sostituire la prevenzione.
Centosettantuno milioni di studenti hanno già visto il clima interrompere la scuola. Il registro delle assenze deve segnare anche quelle dei governi: occupati a costruire nuove carceri mentre fuori c’è un Paese da mettere in sicurezza.
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