Una ricerca pubblicata sulla rivista Oceanography dimostra che, senza il riscaldamento globale provocato dalle attività umane, gli episodi di sbiancamento di massa delle barriere coralline non si sarebbero verificati. Dai coralli di Zanzibar alle rotte migratorie, il filo rosso è uno solo: un pianeta che cambia.
Ogni mattina, quando la marea si ritira lungo la costa di Jambiani, sull’isola di Zanzibar, Chiku Chande entra nella laguna con i fasci di alghe sulle spalle. Da anni coltiva il mare e conosce ogni canale della barriera corallina. Oggi, però, i colori sono scomparsi. «Non serve che qualcuno ce lo dica», racconta. «Lo vediamo ogni giorno».
Per decenni gli episodi di sbiancamento sono stati attribuiti soprattutto a El Niño. Lo studio realizzato da Climate Central ribalta questa interpretazione: senza il riscaldamento causato dalle emissioni di gas serra gli eventi globali di sbiancamento registrati negli ultimi quarant’anni non si sarebbero verificati. El Niño continua a influenzare il clima, ma oggi agisce soprattutto come fattore scatenante su oceani già resi troppo caldi dall’attività umana.
I ricercatori hanno confrontato le temperature reali della superficie marina con simulazioni di un pianeta privo dell’effetto delle emissioni antropiche. Tutti i grandi episodi di sbiancamento globale – 1998, 2010, 2014-2017 e quello iniziato nel 2023 – hanno richiesto il contributo del riscaldamento di origine umana per superare la soglia oltre la quale i coralli espellono le alghe microscopiche che li nutrono e conferiscono loro il caratteristico colore.
«Il nostro studio dimostra che senza i cambiamenti climatici lo sbiancamento dei coralli sarebbe un evento raro e isolato e uno sbiancamento di massa globale semplicemente non si verificherebbe», afferma Andrew Pershing, autore principale della ricerca e responsabile del programma di Climate Central.
Le barriere coralline occupano meno dell’uno per cento dei fondali oceanici ma ospitano circa un quarto delle specie marine. Proteggono le coste, sostengono la pesca, il turismo e attenuano la forza delle onde. Secondo Copernicus, giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato per la temperatura superficiale degli oceani e circa l’82 per cento delle acque mondiali è stato interessato da ondate di calore marine.
Anche il Mediterraneo sta pagando il prezzo del riscaldamento globale. Le ondate di calore marine hanno provocato morie di gorgonie e di altri organismi del coralligeno, favorito l’arrivo di specie tropicali e modificato gli equilibri della pesca. Pur non avendo grandi barriere coralline tropicali, il Mare Nostrum è oggi uno degli hotspot del cambiamento climatico.

Quando il mare cambia, cambiano anche le persone
Lo sbiancamento dei coralli racconta la fragilità delle comunità che vivono di mare. Quando una barriera corallina muore diminuiscono i pesci, arretra il turismo, aumentano erosione e inondazioni e migliaia di famiglie perdono una parte del proprio reddito.
Poche ore dopo la pubblicazione della ricerca, Medici Senza Frontiere (Msf) ha denunciato l’ennesima tragedia della rotta atlantica: di circa centonovanta persone partite dal Gambia verso le Canarie soltanto trentotto sono sopravvissute. Le cause delle migrazioni sono molteplici – guerre, persecuzioni, disuguaglianze economiche e instabilità politica – ma il cambiamento climatico contribuisce sempre più spesso ad aggravare condizioni di vita già precarie.

I coralli non sono lontani da noi.
Quando il mare perde i suoi colori, anche il mondo degli esseri umani perde qualcosa: sicurezza, lavoro, cibo, speranza e, troppo spesso, vite.
Per questo la crisi climatica non è soltanto una questione ambientale.
È una questione economica.
È una questione sociale.
È una questione di pace.
Perché difendere la vita significa difendere le condizioni che la rendono possibile. Ed è questo, in fondo, il senso stesso della fotosintesi: trasformare la luce in futuro.
Le parole della ricerca
«Senza i cambiamenti climatici lo sbiancamento dei coralli sarebbe un evento raro e isolato.» — Andrew Pershing.
«Proteggere le barriere coralline dalla pesca eccessiva e dall’inquinamento è fondamentale. Anche durante gli eventi estremi esistono aree che resistono e possono diventare il punto di partenza per la ricostruzione degli ecosistemi.» — Andrew Pershing.
Perché riguarda anche l’Italia
Il Mediterraneo si riscalda più rapidamente della media globale. Le conseguenze sono già visibili: perdita di biodiversità, diffusione di specie aliene, danni agli habitat del coralligeno, impatti sulla pesca e maggiore vulnerabilità delle coste agli eventi estremi.
I numeri
Meno dell’uno per cento del fondale oceanico è occupato dalle barriere coralline.
Le barriere ospitano circa un quarto delle specie marine.
Oltre il 90 per cento del calore in eccesso viene assorbito dagli oceani.
82 per cento degli oceani è stato interessato da ondate di calore marine nel giugno 2026.
Tra il 2009 e il 2018 il mondo ha perso circa il 14 per cento dei coralli.
Con un riscaldamento di 1,5 gradi potrebbe scomparire fino al 90 per cento delle barriere coralline.







