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E’ guerra totale ai bambini. Carri armati a Rafah. Lega araba chiede una “forza di pace delle Nazioni Unite”. Attesa la condanna per crimini umanitari contro Israele

Tre palestinesi sono stati uccisi nei raid israeliani nella Cisgiordania occupata mercoledì notte e giovedì mattina, secondo il ministero della Sanità palestinese e funzionari palestinesi.

Le vittime sono Ayman Ahmad Mubarak, 26 anni, Husam Imad Da’bas, 22 anni, e Mohammed Yusif Nasrallah, 27 anni. Nelle stesse ore quattro palestinesi, tra cui una donna incinta, sono morti in un bombardamento di una casa nella zona di al-Faluja a Jabalia. Lo riferisce l’agenzia di stampa Wafa.

Durante gli stessi raid, 11 filiali della stessa società di cambio valuta sono state perquisite dalle forze israeliane e, secondo quanto riferito, hanno perso circa quattro milioni di shekel nei raid, ovvero oltre un milione di dollari, secondo Al Jazeera. Le forze israeliane hanno anche confiscato computer e casseforti, insieme a tutto ciò che contenevano.

Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha chiesto sostegno finanziario ai paesi arabi, affermando che il governo non ha ricevuto i fondi che si aspettava dai partner internazionali e regionali.

“Ora è diventato fondamentale attivare la rete di sicurezza araba, aumentare la resilienza del nostro popolo e consentire al governo di svolgere i propri compiti”, ha detto Abbas in un vertice della Lega Araba.

Nulla di nuovo, insomma. E’ uno strazio che dura da 76 anni. Martedì hanno ucciso martedì 82 civili e ferito altri 234, in otto stragi causate dai bombardamenti indiscriminati sui quartieri residenziali. Nella notte i bombardamenti israeliani, su una scuola dell’ONU a Nuseirat, hanno provocato l’uccisione di 43 civili.

Le truppe israeliane presidiano ormai il centro di Rafah. I carri armati sono avanzati sull’arteria Salahuddin e hanno ingaggiato scontri armati con combattenti palestinesi. L’avanzata di terra è stata preceduta da un intenso bombardamento aereo e dell’artiglieria. Secondo l’UNRWA, 450 mila palestinesi hanno già abbandonato Rafah sfollando verso nord.

Il piano israeliano di attacco a Rafah è cominciato forse in maniera diversa da ciò che ci si attendeva: dopo aver preso possesso della zona del valico con l’Egitto i carri armati stanno avanzando lentamente e i combattimenti nella zona orientale della città rimangono violenti. Ma ciò che più di tutto le organizzazioni umanitarie temevano, sta comunque avvenendo. Con volantini, telefonate, messaggi, Israele ha ordinato ai profughi di Rafah di andar via per avere salva la propria vita e quella dei propri familiari. Ci sono persone sfollate tante di quelle volte da aver perso praticamente ogni cosa e che ora smontano le assi di legno delle tende del campo profughi in cui erano finite sperando di poterle utilizzare altrove.

L’occupazione del valico di Rafah da parte delle truppe israeliane ha chiuso la strada a tutti gli aiuti. Netanyahu e il suo ministro Katz in una conferenza stampa hanno scaricato la responsabilità sull’Egitto. I leader egiziani respingono totalmente e ribattono: “Il governo israeliano ha fatto di testa sua e non ha ascoltato le voci della ragione; si deve assumere tutte le responsabilità delle gravi azioni compiute. Chi ha rotto gli equilibri, provveda a far fronte alla situazione”. Per il Cairo, Israele è la forza occupante e deve risolvere i problemi che ha creato.  E prima di tutto impedire una possibile carestia. L’Egitto teme la fuga di centinaia di migliaia di profughi palestinesi in Sinai.

Gli Stati Uniti sono il finanziatore principale di questa aggressione. La Casa Bianca ha consegnato al Senato ed alla Camera le informazioni su una risma di aiuti militari per Israele del valore di un miliardo di dollari, proprio in armi funzionali all’avanzata di terra a Rafah: carri armati, veicoli trasporto truppa, munizioni per artiglieria. Tutto il chiasso innalzato in seguito al blocco di armamenti ad Israele, del valore di 15 milioni di dollari, si rivela come una propaganda vile di Washington, per prendere in giro i paesi arabi servili alla sua politica di dominio in Medio Oriente.

Secondo quanto riportato dai media, la Lega Araba è pronta a chiedere il dispiegamento di una forza di pace delle Nazioni Unite nei  territori palestinesi occupati  fino a quando non sarà raggiunta una soluzione a due Stati con Israele .

Stando  alla BBC Arabic e Asharq Al-Awsat,  finanziata dall’Arabia Saudita , l’appello sarà fatto nella dichiarazione finale del vertice della Lega Araba che si sta tenendo in Bahrein.

L’organismo regionale metterà in evidenza la necessità di stabilire una tempistica per un processo politico che conduca ad uno Stato palestinese.

Sollecita inoltre il pieno riconoscimento della Palestina da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sui confini precedenti al 1967 con Gerusalemme Est come capitale.

L’appello arriverà mentre la questione del “governo del dopoguerra” a Gaza, che presuppone che Hamas non esisterà più come forza militare e di governo capace, continua a essere sollevata da funzionari internazionali e israeliani.

Anche la Corte di Giustizia dell’Aja sta svolgendo una seduta plenaria della Corte, che durerà fino a venerdì 17 maggio, per ascoltare i rappresentanti di Pretoria e Tel Aviv e in seguito deliberare su provvedimenti supplementari d’emergenza, nel quadro della causa intentata dal Sud Africa nei confronti di Israele per genocidio.

Egitto e Turchia, due paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con Israele, hanno aderito alla causa intentata dal Sud Africa contro Tel Aviv, per l’accusa di genocidio a Gaza.

Buone notizie. Secondo un comunicato della Commissione Int. dei giuristi (ICJP), dopo settimane di difficoltà, il Professore Ghassan Abu Sitta ha ottenuto una grande vittoria poiché l’avvocato Alexander Gorski, gli avvocati dell’ICJP e del Centro di supporto legale europeo sono riusciti a contestare il divieto di viaggio in tutta la Germania e nell’area Schengen, emesso dal governo di Berlino per il chirurgo di guerra britannico di origine palestinese.

Dopo essere tornato dal lavoro negli ospedali di Gaza e come testimone di crimini di guerra, il professor Ghassan ha dovuto affrontare l’ostilità della scorta mediatica di Netanyahu e alla fine il divieto di viaggio da parte delle autorità tedesche. È stato privato della libertà di espressione e di viaggio quando gli è stato rifiutato l’ingresso in Francia, Paesi Bassi e Germania, mentre cercava di diffondere le informazioni e le testimonianze dirette sui crimini di guerra di cui era stato testimone.

Ora, con la revoca del divieto, Ghassan dovrebbe poter nuovamente viaggiare liberamente nell’area Schengen. Il nuovo antisemitismo contro i palestinesi è stato sconfitto su un caso emblematico, che riguarda anche i diritti democratici alla libertà di espressione e di viaggiare.

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