Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare la firma della Mecca come una fotografia buona per le agenzie. Perché conta chi si è seduto intorno al tavolo. L’Arabia Saudita porta denaro, petrolio, influenza nel mondo arabo e il peso dei luoghi santi dell’Islam. La Turchia mette sul tavolo uno degli eserciti più importanti della Nato, una crescente industria militare e una posizione geografica che collega Mediterraneo, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente. Il Pakistan aggiunge una grande forza armata e soprattutto qualcosa che nessun altro paese musulmano possiede: l’arma nucleare. Messe insieme, queste tre potenze non costituiscono ancora un blocco. Costituiscono però un messaggio.
LA SICUREZZA NON PARLA PIÙ SOLO AMERICANO
Per decenni le monarchie del Golfo hanno affidato una parte decisiva della propria sicurezza agli Stati Uniti. Basi militari, sistemi d’arma, intelligence e protezione delle rotte energetiche hanno costruito una dipendenza strategica difficilmente sostituibile. Quella dipendenza non è finita: Riyadh continua ad avere rapporti fondamentali con Washington, Ankara resta nella Nato, Islamabad non ha alcun interesse a trasformare il Pakistan in un avamposto di una crociata antiamericana.
È proprio questo, però, che rende interessante l’accordo. Non siamo davanti a tre paesi che stanno scegliendo tra America e anti-America. Stiamo osservando tre paesi che sembrano non voler essere più costretti a scegliere. La parola giusta potrebbe essere assicurazione: se gli Stati Uniti restano affidabili, bene; se non lo sono, meglio avere un’altra porta.
DOPO GAZA
Poi è arrivata Gaza. E sarebbe difficile comprendere ciò che sta accadendo senza mettere Gaza dentro questa storia. La devastazione della Striscia e il sostegno politico e militare garantito a Israele hanno prodotto nel mondo arabo e musulmano qualcosa che va oltre l’indignazione per una guerra: hanno indebolito l’idea stessa degli Stati Uniti come arbitro credibile della sicurezza regionale.
A questo si sono aggiunte la guerra con l’Iran, le tensioni nel Golfo, gli attacchi degli Houthi, l’instabilità delle rotte commerciali e una politica americana diventata sempre più difficile da prevedere. La domanda, a Riyadh come altrove, non è necessariamente se rompere con Washington. È più semplice e molto più inquietante: che cosa succede se un giorno Washington decide che difenderci non è più conveniente? Alla Mecca hanno cominciato a scrivere una possibile risposta.
NON È UN’ALLEANZA CONTRO L’IRAN
La tentazione più semplice sarebbe leggere tutto come la nascita di un fronte sunnita contro Teheran, ma sarebbe una scorciatoia. La Turchia ha dichiarato esplicitamente che l’accordo non è diretto contro l’Iran né contro altri paesi. Non significa che le rivalità siano scomparse: Arabia Saudita, Turchia, Pakistan e Iran hanno interessi diversi, talvolta opposti. Significa qualcosa di più interessante: le vecchie geometrie non bastano più.
Amico degli Stati Uniti non significa necessariamente nemico dell’Iran. Alleato della Cina non significa necessariamente nemico dell’America. Membro della Nato non significa rinunciare a costruire accordi militari fuori dalla Nato. È il multipolarismo quando smette di essere una parola dei convegni e comincia a diventare politica estera.
POI C’È LA CINA
Il Pakistan è uno dei partner strategici più importanti di Pechino. Il corridoio economico Cina-Pakistan rappresenta uno dei grandi assi della Belt and Road Initiative e la cooperazione militare tra i due paesi è profonda. L’Arabia Saudita, contemporaneamente, vende petrolio alla Cina e negli ultimi anni ha moltiplicato i rapporti economici con Pechino. La Turchia continua invece a giocare la sua partita su più tavoli: Nato, Europa, Russia, Asia centrale, Golfo.
Non occorre immaginare una regia cinese dietro l’accordo della Mecca per vedere ciò che sta succedendo. La Cina non deve necessariamente sostituire gli Stati Uniti. Le basta che nessuno possa più comandare da solo.
E L’INDIA GUARDA
C’è infine un altro gigante che osserva con attenzione: l’India. Per Nuova Delhi qualsiasi rafforzamento strategico del Pakistan è inevitabilmente una questione di sicurezza nazionale. Se Islamabad entra in un sistema di difesa collettiva con Arabia Saudita e Turchia, la partita non riguarda più soltanto il Medio Oriente: arriva fino al subcontinente indiano.
E qui la geografia dell’accordo mostra forse la sua caratteristica più interessante: collega Mediterraneo orientale, Golfo Persico e Asia meridionale. Non è soltanto Medio Oriente. È una cintura strategica che attraversa una parte enorme dell’Eurasia.
NESSUNO HA ANCORA CACCIATO GLI AMERICANI
Conviene allora evitare le fanfare. Gli Stati Uniti possiedono ancora una rete di basi militari nella regione che nessuno dei nuovi attori può replicare, mantengono rapporti militari profondissimi con diversi governi del Golfo e rimangono il principale garante internazionale di Israele. Il dollaro non è scomparso, la Quinta Flotta nemmeno, e la Turchia che firma l’accordo della Mecca continua a sedere al tavolo della Nato.
Per questo parlare oggi di «Medio Oriente post-americano» sarebbe probabilmente eccessivo. Ma forse stiamo assistendo a qualcosa che, nel lungo periodo, può risultare persino più importante: non alla cacciata dell’America, ma alla fine della convinzione che non esista alternativa all’America. Sono due cose molto diverse.
Gli imperi, del resto, raramente finiscono quando qualcuno abbassa la loro bandiera. Cominciano a finire quando gli altri scoprono di poter prendere decisioni senza chiedere il permesso. Alla Mecca non è nato un nuovo padrone del Medio Oriente. Forse è accaduto qualcosa di meglio: qualcuno ha cominciato a immaginare che di padroni si possa fare a meno.








