Politica

EPURATO | Ranucci fuori da Report. Meloni, La Russa, Gasparri, Santanchè: la lunga lista delle inchieste che il potere non ha dimenticato

La notizia adesso è ufficiale. Sigfrido Ranucci non condurrà più Report. Dal prossimo ciclo della trasmissione di Rai3 al suo posto ci saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. La Rai parla di «una nuova fase» e assicura continuità al giornalismo investigativo; a Ranucci sono state offerte tre possibilità di ricollocazione professionale. Il giornalista, alla vigilia della decisione, aveva invece parlato di una scelta dalla «chiara matrice politica».

Si può discutere della vicenda Lavitola, delle telefonate, delle amicizie, delle ingenuità o degli errori eventualmente commessi da Ranucci. La Rai aveva già sospeso in estate le repliche di Report, ufficialmente in attesa che venisse fatta chiarezza. Ma per capire quello che sta succedendo può essere più utile fare un’altra cosa: riavvolgere il nastro e ricordare chi, negli ultimi anni, è finito sotto la lente della trasmissione. Perché Report non ha fatto soltanto giornalismo d’inchiesta: ha fatto le pulci a un pezzo importante del potere che oggi governa il paese.

Sarebbe però sbagliato trasformare questa storia nell’ennesimo derby tra destra e sinistra. Ranucci, come prima di lui Milena Gabanelli, non ha mai fatto molti sconti a chi occupava il potere, qualunque fosse il colore politico. Durante i governi precedenti Report ha scavato nella gestione della pandemia e degli acquisti sanitari, nelle mascherine, nel piano pandemico e nelle responsabilità istituzionali dell’emergenza Covid. Ha indagato Matteo Renzi, i suoi rapporti internazionali, i viaggi e le consulenze in Arabia Saudita, i legami con Mohammed bin Salman e vicende che hanno incrociato uomini e apparati dell’intelligence italiana. Ha fatto domande scomode al centrosinistra, al Movimento 5 Stelle, ai governi tecnici, ai grandi gruppi industriali, alle banche e alle multinazionali. Prima ancora Gabanelli aveva costruito l’identità stessa di Report facendo esattamente questo: seguire soldi, documenti, conflitti d’interesse e responsabilità senza chiedere prima la tessera politica di chi sarebbe finito davanti alla telecamera.

È proprio questo che rende più grave quanto sta accadendo oggi. Non stanno togliendo la conduzione a un giornalista dell’opposizione. Ranucci non lo è. Stanno togliendo la conduzione al giornalista che, quando governavano gli altri, indagava sugli altri e che, mentre governa questa destra, ha cominciato inevitabilmente a indagare questa destra. Se domani governasse un’altra maggioranza, il servizio pubblico dovrebbe garantire a Report la stessa libertà di andare a cercare scheletri nei suoi armadi. Ed è a questo punto che vale la pena riavvolgere il nastro degli ultimi anni. Perché Meloni, La Russa, Santanchè e Gasparri non sono stati scelti come bersagli politici: sono diventati oggetto di inchieste giornalistiche. E la differenza, in una democrazia, dovrebbe essere enorme.

Fratelli d’Italia viene da lontano. Già con “50 sfumature di nero”, Giorgio Mottola aveva ricostruito la crescita del partito di Giorgia Meloni insieme all’ingresso nelle sue liste di personaggi successivamente coinvolti in pesanti vicende giudiziarie. Il servizio raccontava, tra gli altri, il caso dell’ex tesoriere del gruppo parlamentare Pasquale Maietta e le vicende di esponenti calabresi di FdI coinvolti in indagini antimafia. Nel servizio la stessa Meloni rispondeva alle domande della trasmissione, contestando l’idea che un leader potesse conoscere preventivamente le vicende di migliaia di candidati. Ranucci riconosceva esplicitamente che Meloni non potesse conoscere tutti, ma poneva una questione politica: quando un partito cresce rapidamente, opportunisti e affaristi possono tentare di salirci sopra.

Nel gennaio 2024 arrivò “La mafia a tre teste”, ancora di Mottola, dedicata alle trasformazioni delle organizzazioni criminali e ai loro rapporti con politica e affari. Anche in quella occasione il confronto con Giorgia Meloni fu durissimo. La presidente del Consiglio contestò apertamente l’impostazione di Report e rivolgendosi a Mottola disse che, trattandosi di servizio pubblico pagato dagli italiani, quel lavoro doveva essere fatto diversamente.

Poi c’è Ignazio La Russa. Nel novembre 2023 “La ragnatela dei La Russa” ricostruì decenni di rapporti politici, professionali e familiari del presidente del Senato, dalle origini missine alla stagione berlusconiana, passando attraverso la rete di relazioni sviluppata in Lombardia. Nel maggio 2026 Report è tornato sulla famiglia con “In nome del padre”, dedicato ai figli Geronimo, Lorenzo Kocis e Leonardo Apache e al rapporto tra il ruolo istituzionale della seconda carica dello Stato e vicende che riguardano direttamente la sua famiglia. Nell’archivio della stessa Rai il servizio è sintetizzato così: «La Russa e i figli: potere, politica e conflitti d’interesse».

Poi Daniela Santanchè. Le inchieste di Report su Visibilia hanno anticipato e accompagnato una vicenda diventata successivamente giudiziaria e politica. Bilanci, debiti, rapporti societari, prestiti obbligazionari, cassa integrazione. Nell’ottobre 2023 il Tribunale di Milano ordinò un’ispezione giudiziale di Visibilia Editore per verificare, tra le altre cose, correttezza dei conti e rapporti finanziari. Report aveva già raccontato il caso della dipendente che, secondo l’inchiesta, avrebbe continuato a lavorare mentre risultava in cassa integrazione a zero ore. Santanchè ha sempre contestato le ricostruzioni più compromettenti e difeso il proprio operato.

Meloni e l’Albania aprono un altro fronte. Nell’aprile 2024 “(HOT)SPOT albanese” indagò sull’accordo tra Roma e Tirana per la gestione dei migranti, sui costi dell’operazione e sul sistema politico ed economico albanese. La reazione della presidente del Consiglio arrivò direttamente dal palco di una manifestazione di Fratelli d’Italia: accusò la trasmissione di aver rappresentato l’Albania come un «narcostato». L’Usigrai parlò allora di un nuovo “editto” contro il giornalismo d’inchiesta.

Nel 2025 Report mise poi il naso nella partita Monte dei Paschi-Mediobanca. Nel servizio “All’armi, siam banchieri!” una fonte, indicata come ex dirigente Ubs, raccontò di una riunione a Palazzo Chigi alla quale avrebbero partecipato il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e il capo di gabinetto della presidente del Consiglio Gaetano Caputi. Secondo quella fonte, proprio lì sarebbero stati discussi passaggi cruciali della scalata. Fazzolari e Caputi hanno contestato la ricostruzione e la vicenda ha prodotto anche iniziative legali. Quella sulla regia di Palazzo Chigi resta una ricostruzione giornalistica basata su una fonte, non una verità giudiziaria accertata.

Report ha continuato: il caso dello sparo di Capodanno dell’allora deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo, i rapporti politici intorno ad Andrea Delmastro, fino alle reti social e comunicative che gravitano intorno alla destra. Nel maggio 2026 “Il braccio destro” ha raccontato quello che la Rai stessa definisce «il mondo parallelo della propaganda social», tra meme, pagine politiche e merchandising.

E poi c’è Maurizio Gasparri. Qui la storia diventa particolarmente interessante perché Gasparri non è soltanto uno dei dirigenti di Forza Italia più attivi oggi nel contestare Ranucci. È anche membro della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai. E proprio Report, nel 2023, scoprì e raccontò il suo incarico di presidente di Cyberealm, società attiva nel settore della cybersecurity.

Non è un’indiscrezione. Dopo l’inchiesta intervenne lo stesso Senato: la Giunta delle elezioni e delle immunità avviò un’istruttoria e acquisì la documentazione societaria. Dagli atti parlamentari risulta che Gasparri ricopriva la presidenza di Cyberealm dal giugno 2021. Il senatore sostenne che non esistesse alcuna incompatibilità con il suo mandato parlamentare.

Ma Report andò oltre. Nell’inchiesta “Carote e spyware” ricostruì una rete di rapporti della società con personaggi provenienti dal mondo israeliano della sicurezza e dell’intelligence. Tra questi veniva indicato Arik Ben Haim, presentato dalla trasmissione come ex dirigente degli apparati di sicurezza israeliani, richiamato secondo Report nel contesto seguito al 7 ottobre. Comparivano inoltre Oozi Cats e Leone Ouazana. Al centro dell’inchiesta c’era una domanda: quale relazione poteva esistere tra un parlamentare italiano membro delle commissioni Esteri e Difesa, una società privata di cybersecurity da lui presieduta e uomini legati agli apparati di sicurezza di uno Stato straniero?

La questione arrivò formalmente anche nella Commissione di Vigilanza Rai. Un’interrogazione parlamentare riportò che, secondo le inchieste di Report, Cyberealm aveva «legami con soggetti israeliani» e ricordò che Atlantica Digital, società che aveva avuto rapporti societari con Cyberealm, risultava nell’albo fornitori Rai. La Rai rispose che, dalle verifiche effettuate a partire dal 2013, non risultavano contratti con Cyberealm, Atlantica Digital o le altre società indicate. Dunque nessun rapporto contrattuale accertato con la Rai; ma resta agli atti del Parlamento l’intera vicenda che Report aveva sollevato.

Nel frattempo Gasparri continuava a esercitare il proprio ruolo nella Vigilanza e a interrogare la Rai anche sull’operato di Report. Gli atti parlamentari documentano numerosi suoi interventi sull’azienda pubblica e almeno un quesito specificamente dedicato alle modalità con cui Report aveva rappresentato fatti relativi alle stragi mafiose.

Arriviamo così all’agosto 2026. Dopo l’esplosione del caso Lavitola, Gasparri è tornato all’attacco. Il 19 agosto ha sostenuto che Ranucci avesse ormai una «reputazione gravemente compromessa», accusandolo anche di un intreccio tra uso politico della televisione pubblica e possibili aspirazioni politiche. Nove giorni dopo, la Rai ha comunicato che Ranucci non avrebbe più condotto Report.

Questo non dimostra che Gasparri abbia fatto cacciare Ranucci. Non dimostra una riunione segreta, un ordine telefonico, una vendetta concertata tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. E non occorre inventarne una. Bastano i fatti.

Negli ultimi anni Report ha indagato su Fratelli d’Italia e sulla sua classe dirigente, sui La Russa, su Santanchè e Visibilia, sull’accordo Meloni-Rama, sui collaboratori più stretti di Palazzo Chigi, sulle reti della propaganda della destra, su Gasparri e una società di cybersecurity legata, secondo le ricostruzioni della trasmissione, a uomini provenienti dagli apparati israeliani. Dall’altra parte sono arrivati attacchi politici, interrogazioni, querele, richieste di risarcimento, contestazioni pubbliche. E oggi il conduttore che ha guidato quella trasmissione per nove anni è stato tolto dalla conduzione.

Sarà una coincidenza. Sarà il caso Lavitola. Sarà una normale scelta editoriale. Sarà davvero, come assicura la Rai, l’inizio di una nuova stagione del giornalismo investigativo. Possiamo perfino sospendere il giudizio. NON LA MEMORIA.



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