In Nepal si contano i morti. Si cercano i dispersi. Si mostrano case sommerse, ponti cancellati, strade trasformate in fiumi di fango. È la grammatica ormai abituale delle catastrofi: il numero delle vittime, le immagini spettacolari, i soccorritori, qualche superstite. Informazione che rischia di diventare infointrattenimento proprio mentre resta sullo sfondo la domanda più importante: che cosa sta succedendo al pianeta sul quale viviamo?
La catastrofe nella valle del Trishuli, tra Nepal e Tibet, non autorizza scorciatoie. Gli scienziati stanno ancora ricostruendo la dinamica: collasso glaciale, cedimento di un invaso naturale, grande frana o una combinazione di processi. L’Irpi del Cnr ha chiarito anche un equivoco delle prime ore: il terremoto inizialmente indicato come possibile causa non ha provocato il disastro; il segnale sismico è stato prodotto dall’enorme massa in movimento.
Non possiamo dunque scrivere che il cambiamento climatico abbia causato quella specifica tragedia. Ma possiamo raccontare il mondo nel quale quella tragedia è avvenuta. La World Meteorological Organization ha documentato che tutti i ventitré ghiacciai monitorati nell’High Mountain Asia hanno perso massa nel 2025. Temperature elevate e scarso innevamento stanno trasformando la montagna, mentre il ritiro dei ghiacciai aumenta una serie di pericoli già indicati dall’Ipcc: laghi glaciali instabili, frane, collassi di roccia e ghiaccio, piene improvvise. L’Asia si sta riscaldando più rapidamente della media globale.
Non è necessario trasformare ogni alluvione in una prova del cambiamento climatico. Le prove ci sono già. Temperature, oceani, ghiacciai, precipitazioni, siccità e serie storiche sono misurati da decenni. La questione scientifica non è più stabilire se il pianeta si stia scaldando, ma capire fino a dove lo porteremo.
Negli Stati Uniti il Lake Mead, il più grande bacino artificiale del Paese, è precipitato a livelli eccezionalmente bassi. Sulle pareti rocciose è rimasta una gigantesca fascia bianca di depositi minerali: il segno dell’acqua che non c’è più. Il sistema del Colorado alimenta città, agricoltura e produzione elettrica dell’Ovest americano. Dipende in larga parte dalla neve delle Montagne Rocciose, e poca neve, fusione anticipata e temperature più alte significano meno acqua e maggiore evaporazione. C’è anche una responsabilità umana che precede la crisi climatica: abbiamo preteso per decenni dal Colorado più acqua di quanta potesse realisticamente offrirne. Abbiamo costruito città nel deserto, irrigato coltivazioni idroesigenti, distribuito sulla carta una risorsa come se fosse infinita. Il riscaldamento globale arriva su un sistema già sfruttato e ne moltiplica la fragilità.

Poi torniamo a casa. Tra oggi e il fine settimana una nuova pulsazione subtropicale porta nel Mediterraneo centrale temperature eccezionali per la fine di agosto. In Sardegna sono previste punte fino a 42-43 gradi, mentre vaste aree del Centro-Sud tornano molti gradi sopra la media del periodo. Non durerà settimane. Ma la durata limitata non rende normale ciò che normale non è.
E il caldo non significa soltanto spiagge affollate e fotografie dei termometri nelle piazze. Significa salute. L’Istituto Mario Negri ricorda che alcuni diuretici, farmaci cardiovascolari, medicinali per il diabete, psicofarmaci e antinfiammatori possono aumentare la vulnerabilità alle temperature elevate, favorire la disidratazione o interferire con la termoregolazione. Anziani, bambini, persone con patologie croniche e chi assume molti farmaci sono maggiormente esposti. Il clima entra dunque negli ospedali, nelle case, nelle fabbriche, nei campi, nelle bollette e nei bilanci pubblici.
Ed è qui che la politica italiana riesce nel piccolo miracolo di guardare il termometro e arrabbiarsi con chi propone di abbassare la febbre. Matteo Salvini definisce il Green Deal un «suicidio». Giorgia Meloni ne denuncia l’approccio «ideologico» e i risultati «disastrosi». Adolfo Urso ha spiegato che occorre «rimuovere l’ideologia del Green Deal che ha soffocato l’industria e il lavoro» e, a Bruxelles, è arrivato a proclamare: «L’Europa è assediata, noi siamo qui per liberarla». Liberarla da che cosa? Dal cambiamento climatico? No. Dal Green Deal.
Urso ha trovato anche una metafora memorabile. Il progetto europeo sarebbe stato concepito nel «mondo del Mulino Bianco», un mondo senza conflitti e senza confini, e sarebbe diventato «un’illusione», «un miraggio nel deserto». Il deserto, purtroppo, nel frattempo è diventato meno metaforico.
Francesco Lollobrigida ha spiegato che la siccità non sarebbe più un’emergenza ma un fatto «ciclico» e «strutturale». Ha aggiunto una cosa interessante: «Non è vero che piove di meno, ma piove diversamente e piove tutto insieme». È esattamente uno dei problemi che la climatologia studia: non soltanto quanta acqua cade, ma quando cade, con quale intensità e quanto il territorio riesce a trattenerne. Solo che, arrivati a questo punto del ragionamento, sarebbe utile pronunciare anche le due parole che sembrano diventate impronunciabili: cambiamento climatico.
E poi c’è Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Il caso forse più interessante perché non nega affatto il problema. Dice che le rinnovabili sono «il migliore antidoto ai costi energetici» e sostiene che il cambiamento climatico dovrebbe essere una priorità nazionale. Poi, però, accusa il Green Deal europeo di essere «eccessivamente ideologico» e di avere addirittura «distrutto un settore come l’automotive in Germania».
Ed eccoci finalmente in Germania. Per trent’anni abbiamo chiamato Berlino la locomotiva d’Europa. Automobili, chimica, meccanica, export, disciplina fiscale: il modello da imitare. Oggi proprio l’automobile tedesca ci racconta una storia molto diversa da quella del Green Deal assassino.
Volkswagen sta affrontando la più grande ristrutturazione della propria storia. Il suo amministratore delegato Oliver Blume sostiene che i costi generali siano superiori di oltre il trenta per cento a quelli dei concorrenti e discute un piano che potrebbe arrivare a cinquantamila posti di lavoro in meno. Alcuni stabilimenti tedeschi non hanno ancora una prospettiva industriale oltre il 2030. I sindacati combattono contro chiusure e licenziamenti. Ma la Cina non ha conquistato il mercato europeo perché Greta Thunberg ha obbligato Volkswagen a perdere tempo. Pechino ha investito per anni in batterie, materie prime, software, catene produttive e mobilità elettrica mentre gran parte dell’industria europea cercava di prolungare il più possibile la vita del motore a combustione. Adesso i costruttori cinesi arrivano con tecnologia, batterie, prezzi e capacità produttiva. E noi scopriamo che la transizione è stata troppo veloce. Forse è stata troppo lenta. Non è vietando il futuro che si recuperano gli anni perduti.
La vecchia locomotiva europea, intanto, ha trovato un settore nel quale investire con impressionante decisione: gli armamenti. Secondo documenti del ministero della Difesa, Berlino sta preparando un programma da quasi dodici miliardi di euro per un nuovo arsenale di missili a lungo raggio: sistemi da crociera meno costosi, Tomahawk statunitensi, nuovi missili sviluppati con Londra e, più avanti, armi ipersoniche. Circa nove miliardi sarebbero destinati proprio al programma ipersonico. Dunque i soldi esistono. Dipende da quale emergenza scegliamo di vedere.
E la Germania offre un’altra immagine poco compatibile con la cartolina del progresso europeo. Nel 2024 le statistiche ufficiali hanno registrato 328 donne e ragazze vittime di omicidio consumato. Le autorità tedesche precisano correttamente che non tutte possono essere classificate automaticamente come femminicidi, perché la statistica penale non registra in ogni caso il movente di genere. Ma il dato resta enorme. Nel 2023 erano state uccise da partner o ex partner 155 donne; la violenza domestica registrata dalla polizia cresce quasi ininterrottamente e la grande indagine pubblicata dal Bundeskriminalamt nel 2026 conferma quanto estesa rimanga anche la violenza sessuale.
La Germania ricca, moderna e tecnologica non ha dunque abolito né la violenza maschile né le proprie fragilità sociali. E mentre Volkswagen discute cinquantamila posti, lo Stato prepara miliardi di missili e centinaia di donne vengono uccise, l’estrema destra dell’AfD cresce.
Non c’è nessun «nipote di Hitler» genealogicamente in attesa della Cancelleria. C’è qualcosa di politicamente più serio e meno folkloristico: in Germania, ottantuno anni dopo la caduta del nazismo, un partito di estrema destra è arrivato al ventisette per cento nei sondaggi nazionali citati da Reuters e in Sassonia-Anhalt punta a conquistare il primo governo di un Land dell’estrema destra dalla fine del Terzo Reich. Il suo candidato Ulrich Siegmund ha trentacinque anni, sorride, usa perfettamente i social, evita accuratamente l’immagine caricaturale del neonazista e attacca immigrazione, energie verdi e sostegno all’Ucraina. Der Spiegel lo ha definito «l’uomo più pericoloso della Germania». Non perché assomigli a Hitler. Proprio perché non gli assomiglia. La storia non è obbligata a ripresentarsi con gli stivali.
E forse è questo il punto che unisce le storie apparentemente lontanissime che abbiamo raccontato. Il Nepal conta i morti. Il Colorado conta i metri d’acqua perduti. Il Mediterraneo conta i giorni sopra i quaranta gradi. La Germania conta i posti di lavoro a rischio nell’industria che non ha saputo anticipare abbastanza il futuro, le donne uccise e i miliardi destinati alle nuove armi. L’Italia conta i danni di siccità, alluvioni e caldo e continua contemporaneamente a rallentare una transizione energetica che potrebbe ridurre la dipendenza dal gas importato.
Reuters ha documentato pochi mesi fa che proprio la lentezza italiana nello sviluppo delle rinnovabili sta lasciando il Paese più esposto ai prezzi dei combustibili fossili, mentre Germania e Spagna hanno aumentato molto più rapidamente la produzione rinnovabile. Poi Salvini va in televisione e ci spiega che il problema è il Green Deal.
Possiamo certamente cancellarlo. È una decisione politica e tutte le decisioni politiche possono essere modificate. Possiamo togliere i vincoli sulle automobili, rallentare le rinnovabili, continuare con il gas, riaprire centrali a carbone, costruire autostrade, consumare altro suolo e chiamare tutto questo pragmatismo. Possiamo anche smettere di pronunciare le parole crisi climatica.
Il ghiacciaio dell’Himalaya non conosce Ursula von der Leyen. Il Lake Mead non vota democratico o repubblicano. L’anticiclone subtropicale non legge i tweet di Salvini. Le precipitazioni estreme non ascoltano Lollobrigida. E un organismo umano esposto a quarantatré gradi non può chiedere a Pichetto Fratin una deroga alla termoregolazione.
Forse è proprio per questo che l’infointrattenimento delle catastrofi è così rassicurante. Se ogni disastro rimane confinato nella propria scatola, oggi possiamo commuoverci per il Nepal, domani stupirci davanti al lago americano, dopodomani lamentarci del caldo italiano. Poi arriva un temporale, il termometro scende e cambiamo argomento. La scienza fa il contrario. Mette insieme serie storiche, oceani, ghiacciai, precipitazioni, suolo, acqua, temperature, salute e agricoltura. Distingue rigorosamente le cause del singolo evento e contemporaneamente riconosce la trasformazione generale. La politica dovrebbe fare almeno altrettanto.
Possiamo abolire il Green Deal domattina. Possiamo abolire tutte le norme ambientali europee entro sera. Possiamo perfino abolire per decreto le parole «cambiamento climatico». Il termometro se ne frega.
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