Economia

EX ILVA | Taranto blocca le strade. Il vecchio impianto chiude, quello nuovo non c’è

Ventiquattro ore di sciopero nell’indotto e blocchi stradali. A rischio oltre 2.500 lavoratori di ventotto imprese. L’area a caldo deve fermarsi entro il 28 ottobre, mentre i nuovi forni elettrici ancora non esistono. Ma dietro l’emergenza di Taranto c’è una questione più grande: nel mondo c’è troppo acciaio, mentre all’Europa manca quello buono.


A Taranto questa mattina la protesta è uscita dalla fabbrica ed è arrivata sulle strade. Dopo l’assemblea davanti alla portineria imprese dell’ex Ilva, Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato ventiquattro ore di sciopero per i lavoratori dell’appalto, dalle 9 di oggi alle 7 di domani. I lavoratori hanno occupato la provinciale per Statte ed è stato annunciato un blocco anche sulla statale in direzione Bari.

Al centro della protesta ci sono oltre 2.500 lavoratori di ventotto aziende dell’indotto. Le procedure di licenziamento collettivo erano state avviate all’inizio di settembre e poi temporaneamente sospese in attesa della decisione dei giudici sull’area a caldo. Ora il tempo è tornato a correre.

La Corte d’Appello di Milano ha respinto la richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria. L’area a caldo dovrà essere fermata entro il 28 ottobre. Per i giudici, nel bilanciamento tra attività d’impresa e tutela della salute, deve prevalere quest’ultima.

La vertenza torna ora a Palazzo Chigi. I sindacati chiedono garanzie per i lavoratori e misure straordinarie per Taranto. Senza risposte, la mobilitazione continuerà. Fin qui la cronaca. Il problema comincia subito dopo: l’area a caldo deve fermarsi, ma che cosa prenderà il suo posto?

IL VECCHIO SI FERMA, IL NUOVO NON C’È

La risposta non può essere: il forno elettrico. Non ancora. Il progetto di decarbonizzazione prevede per Taranto fino a tre forni elettrici e gli impianti necessari al preridotto, il Dri, destinato ad alimentarli. Ma sono impianti futuri. Oggi a Taranto non esiste un forno elettrico pronto a prendere il posto degli altoforni che devono fermarsi.

È questo il vuoto industriale nel quale rischia di precipitare la città. Non siamo davanti al passaggio ordinato da una tecnologia vecchia a una nuova, con un impianto che si spegne mentre l’altro comincia a produrre. Il vecchio ciclo deve fermarsi mentre quello destinato a sostituirlo deve ancora essere realizzato.

Il governo ha presentato progetti e investimenti per la riconversione. Ma un progetto, un finanziamento, un’autorizzazione, un cantiere e una fabbrica che produce sono cose diverse. I 2.500 lavoratori dell’indotto sono esattamente in mezzo a questa distanza.

NON TUTTO L’ACCIAIO È UGUALE

C’è poi un equivoco da eliminare. Parlare genericamente di acciaio serve poco. Una tonnellata di prodotto standardizzato non equivale industrialmente a una tonnellata di acciaio con caratteristiche meccaniche, chimiche e superficiali richieste dall’automotive, dalla meccanica avanzata, dall’energia e dalle produzioni ad alto valore aggiunto. Contare soltanto le tonnellate significa perdere metà del problema.

Taranto non è semplicemente una gigantesca fabbrica di acciaio indistinto. Dai suoi impianti escono coil a caldo, laminati a freddo e zincati, lamiere e tubi. Nella gamma figurano acciai microlegati e prodotti destinati a lavorazioni sofisticate. Taranto alimenta inoltre una filiera che comprende Novi Ligure e produzioni destinate all’automotive.

Dunque non basta chiedersi quanti milioni di tonnellate vogliamo produrre. Bisogna stabilire quale acciaio vogliamo produrre: quali prodotti possono essere comprati sul mercato mondiale e quali è strategico continuare a saper produrre in Italia e in Europa, quali competenze, tecnologie e filiere rischiamo di perdere.

L’EUROPA HA BISOGNO DELL’ACCIAIO BUONO

Nel 2025 l’Unione europea ha prodotto 125,8 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, il minimo storico, mentre il consumo apparente ha raggiunto 134,4 milioni di tonnellate. Le importazioni di semilavorati e prodotti finiti sono aumentate del 14 per cento, sfiorando quaranta milioni di tonnellate e conquistando circa il 30 per cento del mercato europeo. L’acciaio che l’Europa non produce non scompare. Lo compra.

Dire contemporaneamente che nel mondo c’è troppo acciaio e che all’Europa serve acciaio non è una contraddizione. Dipende da quale acciaio. La sovraccapacità mondiale esercita una pressione enorme soprattutto sui segmenti dove grandi volumi di prodotti standardizzati competono sul prezzo. È una battaglia nella quale un grande stabilimento europeo difficilmente può vincere soltanto abbassando il costo della tonnellata.

Diverso è il problema degli acciai di qualità e ad alto valore aggiunto, con caratteristiche precise di resistenza, duttilità, composizione, spessore e superficie, necessari all’automotive, alla meccanica, all’energia e alle produzioni industriali avanzate. Qui non conta soltanto quante tonnellate possiede l’Europa. Conta che cosa sa ancora produrre.

Una strategia per Taranto fondata sulla produzione indifferenziata di enormi quantità di acciaio comune rischierebbe di mandare lo stabilimento proprio dentro il mercato mondiale più affollato. La questione è quale acciaio serve all’industria italiana ed europea e quale sarebbe pericoloso smettere di saper produrre.

E POI BISOGNA VEDERE COME LO PRODUCIAMO

Questa è l’altra metà della questione. Acciaio sofisticato e acciaio pulito non sono sinonimi. Un prodotto ad altissimo valore aggiunto può essere realizzato utilizzando carbone e coke. Il forno elettrico può ridurre fortemente le emissioni, ma neppure la formula “acciaio verde” basta a garantire che un prodotto sia davvero a basse emissioni.

Bisogna sapere da dove arriva l’elettricità, quanto rottame viene utilizzato, quale preridotto alimenta il forno e come quel Dri è stato prodotto. Può essere ottenuto utilizzando gas naturale oppure, in prospettiva, idrogeno a basse emissioni. Non è la stessa cosa.

Meglio quindi misurare quanta CO₂ viene realmente emessa per ogni tonnellata piuttosto che affidarsi alle etichette. La prospettiva per Taranto dovrebbe tenere insieme le due cose: acciai a maggiore valore aggiunto e processi progressivamente decarbonizzati. Non produrre semplicemente più acciaio. Produrre quello che serve e farlo inquinando sempre meno.

IL MONDO, INTANTO, NE HA TROPPO

Secondo l’OECD Steel Outlook 2026, la sovraccapacità siderurgica mondiale ha raggiunto circa 640 milioni di tonnellate nel 2025 e potrebbe arrivare a 745 milioni nel 2028, mentre la domanda globale dovrebbe crescere di appena lo 0,9 per cento l’anno fino al 2030.

La Cina è il gigante dentro questa storia. Nel 2025 ha esportato la cifra record di 131 milioni di tonnellate di acciaio, più dell’intera produzione dell’Unione europea. E l’Ocse calcola che nel 2024 l’impresa siderurgica cinese mediana abbia ricevuto, rispetto alle proprie attività, sussidi circa quindici volte superiori a quelli dell’impresa mediana degli altri Paesi analizzati.

Nuova capacità produttiva continua inoltre a crescere in India, nel Sud-est asiatico e in altre aree del mondo. In questa guerra delle tonnellate l’Europa difficilmente può competere soltanto sul prezzo. Per l’Italia la scelta dovrebbe essere un’altra: difendere ciò che serve alle proprie filiere industriali, aumentarne il valore e contemporaneamente abbatterne l’impatto ambientale.

LA TRANSIZIONE DEVE AVERE UN PONTE

La tutela della salute non è negoziabile. La storia dell’Ilva ha già prodotto abbastanza morti, malattie e inquinamento. Ma decarbonizzare una fabbrica significa trasformarla, non semplicemente spegnerla.

Se vogliamo abbandonare carbone e coke dobbiamo sapere quali impianti li sostituiranno, quando saranno pronti, quale acciaio produrranno, con quale Dri, con quale energia e per quali mercati. E soprattutto dobbiamo sapere che cosa succede nel frattempo.

Perché oggi il ciclo a caldo ha una data entro la quale dovrà fermarsi: 28 ottobre. I nuovi forni elettrici non sono ancora lì ad aspettare che qualcuno prema un interruttore.

Questa mattina sulla strada per Statte non c’erano i 745 milioni di tonnellate di sovraccapacità mondiale, le curve dell’Ocse o le statistiche sulle importazioni europee. C’erano lavoratori.

Duemilacinquecento rischiano di perdere il posto mentre il vecchio impianto si ferma e quello nuovo ancora non c’è. È questa la distanza che una politica industriale dovrebbe colmare.



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