Ambiente

FAST FASHION | La discarica del colonialismo va di moda. Ecco come l’Africa affonda nei nostri rifiuti

A livello globale, l’Africa non è di certo il più grande produttore ed esportatore di plastica. Eppure, vaste zone del continente sono sommerse da rifiuti arrivati dalle nostre case. L’ultimo rapporto di Greenpeace Africa illustra come Angola, Kenya, Congo, Tunisia, Ghana e Benin sono le principali destinazioni dei rifiuti tessili europei.

Nel 2021, Europa e Inghilterra hanno gettato in Kenya circa novecento milioni di capi usati. Metà di questi era in condizioni irrecuperabili, impossibili da rivendere o riutilizzare. Questi scarti finiscono così nel fiume Nairobi o vengono bruciati nelle discariche che continuano a nascere sulle coste o vicino alle città. Non è insolito trovare vacche o pecore che pascolano sulle colline di rifiuti. Come se fossero frutto di Madre Natura.

Le zone protette – tra cui gli habitat di specie animali in via d’estinzione – non vengono meno al nostro feroce avvelenamento. Sono stati trovati indumenti in zone umide abitate da specie di tartarughe marine a rischio scomparsa. E gli abitanti umani, invece, sono ormai abituati a trovare abiti sintetici nelle reti da pesca. 

Il Ghana è diventato il “cimitero globale del fast fashion”: tra le montagne di abiti che crescono senza sosta, ogni settimana vengono scartati oltre quindici milioni di pezzi. Oltre ai capi gettati via, ci sono anche quelli invenduti dalle grandi catene. Il mercato di Kantamanto ad Accra, è il più grande nel continente: occupa circa venti ettari della città. Lì vengono smistati gli enormi pacchi di Obroni wawu, i “vestiti degli uomini bianchi morti”, come vengono chiamati dai locali.



L’iperconsumismo degli ultimi anni è una questione nota e dibattuta. Eppure, la produzione mondiale di prodotti tessili non solo è raddoppiata tra il 2000 e il 2015, ma secondo i dati aumenterà del sessantatrè per cento entro il 2030, arrivando a centodue ingombranti milioni di tonnellate. 

Ogni anno in Europa circa undici chili di prodotti tessili a persona vengono buttati via. L’impatto ambientale di questo consumo sfrenato non è unicamente dato dalla quantità di rifiuti, ma anche dall’eccessiva richiesta di utilizzo di acqua e suolo. 

Anche se marchi come H&M, Zara e Primark tentano ancora di illudere il pubblico (e ci riescono) promuovendo collezioni green e slogan come “la sostenibilità è al cuore del nostro business”, queste aziende non sono le migliori alleate dell’ambiente e non sono sostenibili dalla radice. 

Tuttavia, è il modello Shein a dover terrorizzare ancora di più: insieme a Temu, queste superpotenze dell’ultra fast-fashion contribuiscono in modo rapido e tremendamente distruttivo al degrado ambientale. Con movimenti rapidi, produzione serrata e spedizioni veloci e senza freni, le aziende fabbricano milioni di capi al giorno di scarsissima qualità, che molto spesso vengono dati via dopo un paio di utilizzi. 

Il problema si estende ben oltre le discariche a cielo aperto: i prodotti sintetici rilasciano un elevato di microplastiche che inquina gli oceani e il corpo umano in maniera permanente. Secondo l’European Environment Agency la percentuale di microplastiche prodotte dai tessuti e presenti negli oceani si aggira tra il sedici e il trentacinque per cento.  

Spaventa il report di Chanding Markets che evidenzia la presenza di microplastiche nei polmoni, nello stomaco, nelle feci, nel tessuto cerebrale e nella placenta di bambini non ancora nati. Le microplastiche da nylon e poliestere aumenterebbero anche il rischio di un’infiammazione cronica che contribuisce al rischio tumorale. Quelle che navigano nei vasi sanguigni invece sono collegate alla possibilità di ictus e di infarto.

Nel 2022 l’Unione Europea ha varato la Strategia per prodotti tessili sostenibili e circolari, per estendere la responsabilità del produttore all’intero ciclo di vita del prodotto e per limitare l’esportazione verso i Paesi non OCSE. Questa regolamentazione sembra ignorare completamente i territori colpiti dagli impatti delle nostre esportazioni. 

Sarebbe opportuno assicurarsi che gli indumenti esportati siano selezionati con criterio prima di essere mandati in Africa come semplici rifiuti dei quali liberarsi. In un mondo dove le cose crescono più delle persone, sarebbe giusto fermare questa frenetica maratona verso il tutto. Dovremmo anche smetterla di utilizzare i capi come gomme da masticare e soprattutto iniziare ad attribuire le giuste responsabilità ai grandi imperatori di oggi che del green si interessano ben poco.

Mentre anche questa volta, l’Africa si trova a gestire un’ondata di rifiuti che non ha mai generato, dobbiamo forse riconoscere che il nostro problema non è la raccolta indifferenziata, ma una raccolta troppo indifferente.




 

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