Diritti

La Costa d’Avorio è Cosa Nostra. Come le migrazioni ridisegnano uno dei paesi più strategici per il piano Mattei

Èl’unico paese dell’Africa occidentale incluso tra i nove destinatari dei primi progetti della strategia del piano Mattei, il programma di cooperazione avviato dal governo italiano nel gennaio 2024.

La Costa d’Avorio, il maggior produttore di cacao al mondo, ha un’economia in crescita (+6,2% tra il 2015 e il 2023 il tasso medio annuo di crescita più alto dell’Africa occidentale e tra i più elevati del continente, dietro a Etiopia e Rwanda) e il ritmo dovrebbe mantenersi costante nei prossimi anni. L’Italia qui è diventata il principale partner economico, scalzando anche la Francia, grazie all’identificazione di giganteschi pozzi petroliferi e di gas naturale: il giacimento Baleine, scoperto nel 2021 a 70 km dalla costa di Abidjan. È la più grande riserva mai individuata nel paese e potrebbe triplicare la produzione petrolifera, da 50 mila a 150 mila barili al giorno, e garantire un incremento nella produzione di gas. Eni, azienda molto attiva nel continente africano, ne è la principale sfruttatrice.

 

Ma c’è un altro filo che lega Abidjan a Roma: la presenza, confermata anche nei tribunali italiani, “di addentellati della ‘ndrangheta con significativi interessi economici legati al narcotraffico internazionale”, spiega Luca Raineri, ricercatore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Negli ultimi anni “alcune aree dell’Africa occidentale – in particolare Costa d’Avorio, Guinea-Bissau e Ghana – sono divenute per le cosche di ‘ndrangheta uno snodo logistico sempre più strategico per i traffici di stupefacenti”, si legge nella relazione relazione del ministero dell’Interno al Parlamento sull’attività della Direzione Investigativa Antimafia 2022, in “una struttura statuale corrosa dall’interno da dinamiche corruttive preoccupanti anche dal punto di vista della sicurezza”.

Paese sicuro

“Rispetto a molti altri paesi della regione, in questo momento la Costa d’Avorio non è scossa da gravi conflitti civili, guerre, governi drammaticamente autoritari”, dice Raineri. Per l’Italia è un “paese sicuro”, ma non mancano focolai di tensione. Prima di tutto la prossimità con i paesi del Sahel, al nord, “travolti da insorgenze di larga scala di matrice jihadista”. Gruppi terroristi legati allo Stato islamico, ad Al-Qaeda, che qui hanno falangi agguerrite e in fase di espansione e che in passato hanno più volte colpito la Costa d’Avorio, anche in anni recenti. “Lo spillover consiste in ondate di rifugiati e rifugiate in fuga dalla violenza dei gruppi jihadisti ma anche dalle repressioni dei regimi militari”, prosegue Raineri, “con conseguenze in attentati, attacchi sulle strade, linee di rifornimento”. Tra i rischi, quello di una potenziale escalation tra due paesi dotati di eserciti: e infatti nel 2024 a più riprese Costa d’Avorio e Burkina Faso hanno interrotto le relazioni diplomatiche.

E poi c’è il Mali. “La Costa d’Avorio aveva inviato truppe nell’ambito della missione di stabilizzazione dell’ONU, la Minusma, che intervenivano su mandato delle Nazioni Unite per stabilizzare il paese nel contesto di una guerra civile con azioni di gruppi jihadisti”, racconta Raineri. Ma dopo il colpo di stato militare, che in nome del sovranismo vede di pessimo occhio la presenza di forze Onu, “le relazioni con i vicini che, come Abidjan, hanno mandato forze e caschi blu per l’ONU, si sono avvelenate”. Il Mali “ha più volte impedito i movimenti delle forze ivoriane che si sono trovate imprigionate nel paese, finché la Costa d’Avorio ha accettato di ritirarle”.

Oggi “le alleanze globali fra le giunte saheliane, sostenute militarmente da Mosca, e i paesi affacciati sul golfo di Guinea, appoggiati dall’Occidente, contribuiscono a esacerbare le polarizzazioni regionali e bilaterali in Africa occidentale”. Mentre la Costa d’Avorio, per quanto in relazioni non sempre stabili con i partner occidentali, rimane comunque saldamente inserita in quel campo. Anche se le relazioni con la Francia continuano a cambiare: a febbraio Parigi ha restituito alle forze armate ivoriane la gestione della base militare di Port-Bouet, ad Abidjan, che usava dal 1978. Già passata da mille a trecento unità, la presenza francese verrà ulteriormente ridotta lasciando un centinaio di persone per addestrare i militari ivoriani. Mentre dall’altro lato avanzano gli Stati Uniti: legami diplomatici, commerciali e militari, investimenti.

La campagna elettorale

Epoi c’è il nodo delle elezioni presidenziali a ottobre: una campagna elettorale che non manca di ambiguità. “La Costa d’Avorio si inserisce nel campo occidentale, sedicente liberale e democratico ed è vero che il presidente in carica è eletto in elezioni tutto sommato regolari”, spiega Luca Raineri. “È anche vero che ha potuto candidarsi in virtù di una forzatura del mandato costituzionale”.

La figura di Alassane Ouattara “è particolarmente ambigua ma non invisa all’Occidente, che vi vede un fulcro della stabilità del paese”, ragiona Raineri. “È un uomo del nord, regione storicamente svantaggiata, alla periferia economica, sociale, politica del paese. Il fatto che esista oggi un presidente espressione di quest’area è testimonianza di un patto istituzionale che mantiene una certa coesione fra élite del nord e del sud”.

Non è chiaro se l’83enne Ouattara correrà ancora una volta. “Il timore è che la sua eventuale sconfitta o rimozione possa riaprire ferite mai rimarginate dagli anni della guerra civile”, dice Raineri, “rianimando un conflitto di cui la popolazione non sembra avere nessuna voglia”. Ma “questi conflitti spesso prescindono dalle volontà popolari e hanno a che vedere con interessi economici e politici di determinate élite”.

I rifugiati

In Costa d’Avorio vivono 6,5 milioni di stranieri: “È un Paese ancora più attraente della Nigeria nella migrazione sud-sud, cioè l’80 per cento dei flussi migratori che interessano l’Africa a livello mondiale”, racconta all’ANSA David Preux, capomissione OIM Costa d’Avorio. La situazione nel Sahel “ha portato a molti spostamenti forzati e movimenti misti verso il paese”. Con le tensioni legate ai conflitti jihadisti rifugiati e rifugiate arrivano da Mali ma soprattutto Burkina Faso. Con relative inquietudini: la Costa d’Avorio, dice Luca Raineri, accusa il Burkina Faso di usare il pugno di ferro contro gruppi sospettati di essere jihadisti “e quindi di mandare con la violenza potenziali jihadisti nel suo territorio”. D’altra parte il Burkina Faso accusa la Costa d’Avorio “di ospitare e offrire rifugio a jihadisti”.

 

Numerosi rifugiati che arrivano dal Sahel sono pastori dell’Africa occidentale, dalla Mauritania al Camerun, chiamati anche il “Popolo senza confini”, prevalentemente di etnia Fulani: con una popolazione di circa 42 milioni di persone, in crescita, è uno dei più grandi gruppi nomadi al mondo, noto anche come Peul o Fulbe (che significa “nuovo” o “libero”). “I flussi dal Sahel, soprattutto dal Burkina Faso, sono in aumento, in particolare verso le regioni agricole del sud-ovest del Paese”, conferma David Preux. “Regioni attraenti per la presenza di comunità straniere, di migranti nel sud-ovest, fin dall’indipendenza, che lavorano nei settori agricoli, in particolare nel cacao, e rappresentano punti di contatto per le nuove popolazioni in arrivo”.

 

Al 31 gennaio 2025 sono quasi 70 mila le persone sfollate in Costa d’Avorio. L’etnia Fulani è la prima con il 58% del totale e, dice Raineri, “è ritenuta spesso dai governi dei paesi saheliani più facilmente preda della retorica jihadista, collusa con i gruppi terroristi e quindi oggetto di repressione violenta”. Ecco perché molte di queste persone scappano al di là del confine, dove hanno parenti e ritengono di avere migliori possibilità economiche. “Ma questo alimenta una polarizzazione delle tensioni che riattivano la memoria della terribile guerra civile che ha dilaniato la Costa d’Avorio negli anni 2000 e nei primi anni del 2010, che opponeva il nord al sud, con i gruppi più ancorati alle regioni meridionali – stanziali dediti all’agricoltura – che accusavano il nord di aver offerto indebita ospitalità a stranieri venuti a rubare lavoro e terre”, aggiunge il ricercatore.

La Costa d’Avorio e la clausola di cessazione

La Costa d’Avorio è un paese a medio reddito, “ma in via di sviluppo. E alcuni diritti umani non hanno ricevuto la priorità di altre latitudini”, dice Luca Raineri. Nel 2020 l’UNHCR ha raccomandato ai paesi che ospitano persone di origine ivoriana di prendere in considerazione la cessazione generale dello status di rifugiato o rifugiata.

La clausola di cessazione è una posizione ufficiale che l’agenzia delle Nazioni Unite pubblica su impulso dell’Alto commissariato quando una situazione specifica che nel passato ha generato movimenti di rifugiati e richiedenti asilo termina. Nel caso della Costa d’Avorio, le due crisi più grandi (2002-2007 e 2010-2011) hanno generato centinaia di migliaia di rifugiati che si sono riversati – come sempre accade – principalmente nei paesi vicini. Ora “la situazione che ha generato questi movimenti ha avuto miglioramenti fondamentali e duraturi”, spiega Loschiavo. Nel 2018 l’UNHCR ha intrapreso quindi un percorso diplomatico con le istituzioni ivoriane e dei paesi che hanno accolto rifugiati: Mali, Mauritania, Guinea, Liberia, Ghana.

Da qui la road map: da un lato in patria commissioni per la riconciliazione, amnistia, dichiarata volontà del governo di far tornare gli oppositori e reintegrare gli ex funzionari pubblici. “E ai paesi vicini vengono chiesti meccanismi per l’integrazione – idealmente la naturalizzazione – o uno status permanente per gli ivoriani che vogliono rimanere lì dove sono scappati magari 20 anni fa”, dice Loschiavo. La clausola di cessazione ha quindi valore di soft low, di linee direttive, con successive missioni di monitoraggio, spiega UNHCR. Al 2022 risalgono gli ultimi ritorni effettuati con l’assistenza delle Nazioni Unite e programmi di reintegrazione.

Senza patria

L’82 per cento delle persone rifugiate e richiedenti asilo in Costa d’Avorio è costituito da donne e bambini, e il 55 per cento, quasi quarantamila, hanno meno di 17 anni. “Circa il 20 per cento vive in siti di accoglienza costruiti dal governo ivoriano”, racconta Silvia Loschiavo dell’ufficio UNHCR. “Il restante 80 per cento invece vive presso la popolazione locale, in famiglie o nelle famiglie di accoglienza”.

La Costa d’Avorio è anche il paese dove sono concentrati tutti quelli che l’UNHCR registra, nell’area, come persone apolidi o a rischio apolidia. Quasi un milione di persone stimate (930.978), più del 25% minorenni. Si tratta “principalmente di migranti storici e dei loro discendenti: i primi arrivati in Costa d’Avorio prima dell’indipendenza e della delimitazione dei confini”, spiega Loschiavo, che per l’agenzia delle Nazioni Unite è un’esperta proprio del tema. “Spesso portati dalla potenza coloniale per lavorare nelle piantagioni, soprattutto al nord e al centro e poi non inclusi nella legge che ha determinato i criteri per acquisire la nazionalità ivoriana”. Ci sono anche altri fattori: la debolezza dello stato civile e della registrazione delle nascite, “aggravati da crisi come le guerre civili, e poi le migrazioni più contemporanee”. UNHCR ha un programma specifico per la Costa d’Avorio per la lotta alla apolidia, una legge è in via di scrittura e c’è una procedura, la prima in Africa, per il riconoscimento dello status di apolide.

La Costa d’Avorio terra di emigrazione

La Costa d’Avorio non è solo paese di immigrazione, ma anche di migrazioni verso il Nord Africa e l’Europa. Dal 2001-2002 il dato “delle persone in situazione irregolare in Europa è aumentato ogni anno”, spiega David Preux dall’OIM. Con un calo significativo nel 2024: “Non abbiamo ancora i dati consolidati, ma l’ordine di grandezza è di 1.600 persone identificate in situazione irregolare in Europa. Nel 2023 erano circa 18 mila”.

Ad aprile dello scorso anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato in visita ufficiale in Costa d’Avorio, dove ha incontrato Alassane Ouattara.

A giugno il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha visto il suo omologo ivoriano, il generale Vagondo Diomandé, e ha partecipato a Dohouba alla “cerimonia di posa della prima pietra” del  progetto Civit, realizzato in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni. Progetto che, spiegano all’ANSA dall’ufficio ivoriano dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, “riguarda la costruzione di quattro posti di frontiera”: tre con la Liberia e uno con il Mali. Il progetto coinvolge anche altri aspetti “tra cui il rafforzamento delle capacità, la formazione in Italia e in Costa d’Avorio sulla gestione delle frontiere, visite di studio tecniche, la fornitura di attrezzature e il supporto alla cooperazione transfrontaliera”. L’OIM ha già costruito 13 posti di frontiera nel Paese dal 2017: con le postazioni del progetto Civit, che potrebbero essere pronte per agosto, diventano 17.

“Il ministero degli Interni italiano fa accordi sul tema delle migrazioni perché in anni recenti, soprattutto nel 22-23, i flussi migratori dalla Costa d’Avorio via Tunisia sono stati particolarmente significativi nel nostro paese”, spiega Luca Raineri.

Chi parte

Èil 2018 quando Julienne prende l’aereo per Tunisi. Ha in tasca un contratto di lavoro di sei mesi, dei conoscenti le hanno trovato un impiego per pulizie domestiche, e vuole raccogliere soldi per il suo progetto: produrre manioca. “Dopo tre mesi mi sono ammalata e sono stata abbandonata dalle persone da cui lavoravo. Un amico mi ha aiutata a rescindere il contratto e me ne sono andata a Sfax, dove sono riuscita a curarmi”, racconta seduta in un locale di Abidjan.

A partire dalla Costa d’Avorio sono soprattutto uomini, ma anche un 30 per cento di donne: tra le percentuali più alte tra le migranti dell’Africa subsahariana. Non c’è obbligo di visto per i viaggi tra i due paesi, abolito dal governo tunisino nel 2012: in Costa d’Avorio ci sono infatti diverse aziende tunisine operanti nel commercio internazionale e della ristorazione, con l’intento “di facilitare il movimento dei promotori locali verso il continente subsahariano”. “Questo consentiva alle donne di prendere l’aereo ed evitare di attraversare il Sahel: una maggiore sicurezza”, commenta Preux.

Con i disordini politici in Costa d’Avorio tra il 2010 e il 2011, l’inflazione, salari molto bassi e un forte tasso di disoccupazione giovanile, si sviluppano però reti di trafficanti, ivoriani e stranieri, che sfruttano il fatto che il passaporto ivoriano permette di muoversi senza visto tra Costa d’Avorio e Tunisia. Il reclutamento delle ragazze e donne ivoriane da sottoporre a tratta avviene attraverso amici, parenti e conoscenti. E analoghe reti informali provano a reclutare anche uomini ivoriani da sfruttare in Tunisia o da “ritrafficare” con la traversata verso l’Europa.

Dal 2019 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni segnala una correlazione tra l’aumento delle donne provenienti dalla Costa d’Avorio e situazioni di tratta e sfruttamento grave, si legge in “Trafficking in women: dalla Costa d’Avorio alla Tunisia”, rapporto di Asgi, associazione studi giuridici sull’immigrazione, del 2024. I dati dal 2022, soprattutto quelli degli enti nazionali antitratta, confermano la tendenza, con un incremento del 36% di persone provenienti dalla Costa d’Avorio.

Al momento della stipula dell’accordo informale con il trafficante, “le donne non sono generalmente consapevoli che saranno costrette a subire un periodo di sfruttamento formalmente finalizzato all’estinzione del debito contratto per il viaggio. Il periodo inizia una volta raggiunta la Tunisia dove, per prima cosa, viene loro sottratto il passaporto, creando così una situazione di soggezione al trafficante e di elevato rischio di espulsione, aumentando di conseguenza la vulnerabilità alla tratta”.

L’ambito di sfruttamento più diffuso è quello domestico. E secondo il report “Trafficking in Persons: Tunisia” elaborato da US DoS nel 2023, “le donne vengono ulteriormente sfruttate dai proprietari di locali notturni, che promettono falsamente di pagare i debiti delle donne in cambio del lavoro nei locali come cameriere ma poi costringono le donne a svolgere lavoro sessuale”.

Secondo l’ong Tunisia Terra d’Asilo “le donne sottoposte a tratta in Tunisia sono solitamente tenute in uno stato di soggezione assimilabile alla schiavitù per un periodo compreso tra i 3 mesi e i 2 anni”: una su cinque si trova per più di due anni. In caso di fuga “l’unica possibilità di arrivare in Europa è affidarsi nuovamente ai trafficanti”: con un nuovo debito per imbarcarsi e l’aumento del rischio di re-trafficking. Nel 2023, secondo l’Alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati, la Tunisia è diventata il primo paese di “imbarco” per i migranti diretti in Italia.

Volontari?

Il 6 maggio il presidente tunisino, Kais Saied, torna a parlare di migrazioni durante un incontro al palazzo di Cartagine con la direttrice generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni Amy Pope: la Tunisia non vuole essere punto di transito o Paese ospitante per i migranti irregolari, dice Saied, esortando l’OIM a maggiori sforzi sul fronte dei rimpatri cosiddetti volontari.

Quando nel 2023 scatta in Tunisia la “caccia al nero” dopo i discorsi xenofobi del presidente Kais Saied, sono in molti a fuggire. Il governo ivoriano organizza in tutta fretta quasi una decina di voli di rimpatrio dei propri concittadini e concittadine. Al di là di emergenze come quella della crisi tunisina, i programmi di rimpatrio volontario “sono fortemente promossi e ampiamente finanziati dai governi europei e attuati principalmente dall’OIM”, si legge su Voluntary Humanitarian Refusal: una scelta che non puoi rifiutare, la campagna “per denunciare l’uso strumentale e distorto dei rimpatri volontari assistiti dai paesi di transito” lanciata da Asgi, ActionAid Italia, A Buon Diritto, Differenza Donna e Lucha y Siesta, Spazi Circolari e Le Carbet. Negli ultimi dieci anni, i RVA – rimpatri volontari assistiti – “hanno assunto un ruolo centrale nelle politiche di gestione delle migrazioni, sia nei paesi di destinazione, come quelli europei, sia nei cosiddetti paesi di transito”. A distinguerli dai rimpatri forzati “dovrebbe essere la volontarietà, il desiderio della persona di tornare nel proprio paese, a cui si offre assistenza logistica e finanziaria per effettuare il viaggio”. Proprio il concetto di “volontarietà” è il “punto debole” a detta della campagna: “spesso snaturato, trasformandosi in una scelta obbligata dalle politiche restrittive che impediscono alternative di soggiorno dignitose e di protezione”.

Dal 2017 al 2024 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha assistito più di 16 mila migranti ivoriani nel rientro in Costa d’Avorio, 14.410 fino al 2023. Il 67% dai paesi nordafricani: Marocco (33%), Tunisia (30%), Algeria (3%) e Libia (1%). “Le persone vengono accolte in aeroporto con una squadra dell’OIM e trasportate in centri gestiti da ong locali”, racconta all’ANSA Lucia Capalozza, Reintegration Officer OIM Costa d’Avorio. “Il giorno dopo diverse strutture governative e l’OIM intervengono per tracciarne il profilo, i livelli di vulnerabilità e le necessità immediate. Sono previste consulenze mediche, sessioni di sensibilizzazione sulla salute mentale e colloqui individuali per i casi che richiedono ulteriore follow-up. E poi polizia e vigilanza territoriale intervengono per individuare possibili reti di traffico”. Il CLTP, il Comitato nazionale per la prevenzione della tratta, effettua la profilazione per capire appunto se ci sono vittime di tratta. Inoltre, prosegue Capalozza, “due agenzie per l’impiego e la formazione professionale sensibilizzano sulle opportunità socioeconomiche locali offerte dallo Stato della Costa d’Avorio”. Le persone che rientrano “ricevono poi un piccolo sostegno per poter tornare a casa”.

Il supporto, aggiunge David Preux, “inizia nei centri dei paesi di partenza. È importante per far sì che i migranti ritornino volontariamente in Costa d’Avorio: informarli sulle condizioni di accoglienza all’arrivo”. I programmi sono però finanziati in modi diversi. L’Unione Europea ne finanzia la stragrande maggioranza, ma ci sono anche progetti complementari finanziati dalle delegazioni dell’Unione Europea nei paesi di partenza, o dagli Stati membri dell’Ue o da altri partner istituzionali, “e ognuno ha condizioni di assistenza per i migranti che differiscono un po’. Ecco perché”, spiega Preux, “a volte è fonte di confusione. È una delle difficoltà che dobbiamo affrontare”.

Dal 2017, la maggior parte dei migranti assistiti dall’OIM per rientrare in Costa d’Avorio sono uomini, ma “nell’ultimo rapporto il tasso di rimpatrio delle donne migranti ivoriane è stato stimato al 21%, già considerato come uno dei più alti nella sottoregione, rispetto al 35% attuale, con un aumento di 14 punti percentuali”.

Tra marzo ‘22 e ‘24, scrive Asgi, sono state rimpatriate dalla Tunisia con finanziamenti del ministero Affari Esteri italiano 1.441 persone, nell’ambito del progetto dell’OIM “Enhancing Response Mechanisms and Assistance to Vulnerable Migrants in Tunisia”. Un nuovo finanziamento di 3 milioni della Farnesina del novembre ‘24 ha portato a più di 9 milioni la totalità, estendendo il numero di persone da rimpatriare a oltre 2mila entro febbraio 2027. “Le risorse economiche sono state progressivamente stanziate a discapito delle misure di assistenza per le persone migranti in Tunisia, per un totale di quasi 5 milioni”: più dell’80% dei costi operativi del progetto.

“Questi programmi di protezione, assistenza al rimpatrio e reintegrazione vengono svolti in tutta l’Africa subsahariana”, dice Preux. La Costa d’Avorio “è particolarmente impegnata anche indipendentemente: si è visto con le operazioni di rimpatrio e reinserimento dopo che la situazione in Tunisia si è deteriorata nel 2023 o quando il numero di migranti che si dichiaravano di nazionalità ivoriana in Niger ha raggiunto soglie critiche”, dice il capomissione OIM. “Il governo si è mobilitato in diverse crisi, adottando metodologie e standard dei progetti che abbiamo implementato congiuntamente con i finanziamenti dell’Ue”.

Julienne, rientrata in Costa d’Avorio con uno dei voli governativi organizzati nel 2023 dalla Tunisia (senza l’assistenza dell’OIM, quindi), al suo rientro riceve del denaro con cui apre una piccola impresa per la produzione di manioca. Peccato che nessuna delle autorità con cui si sia interfacciata le abbia spiegato , assicura, che si trattava non già di una donazione ma di un’apertura di credito. “Me li venissero a chiedere indietro”, dice. “Ovviamente non li ho, l’attività va ma è in avvio. Ma lo sanno quante sono le spese per ripartire?”. O anche solo per trovare una casa, visto che spesso molte delle persone  che rientrano in patria non vogliono o non possono tornare a vivere in famiglia: c’è lo stigma di aver fallito o debiti ancora non saldati. “Con gli importi con cui vengono finanziati questi rientri si può sperare al massimo di aprire un negozietto o comunque fare lavori non qualificati”, dice François Tanoh, presidente dell’associazione ivoriana migranti tornati dalla Tunisia. “Se una persona avesse, come avevo io, un progetto imprenditoriale, dovrebbe semplicemente accantonarlo: c’è solo assistenzialismo, quasi carità, e le istituzioni non hanno interesse a riconoscere eventuali imprese qualificate”.

Nei rimpatri assistiti dall’OIM “ci sono diversi progetti con varie tranche di importi”: da 30 mila a 165 mila franchi CFA (da 45 a 250 euro), “piccoli fondi di sostegno che vengono dati per coprire le necessità iniziali”, spiega Capalozza. “I progetti che abbiamo in questo momento permettono il reinserimento economico di circa 800 mila persone”. La reintegrazione data dall’OIM, spiegano dalla sede di Abidjan, è in genere un finanziamento che non deve essere reso all’organizzazione. E gli importi variano a seconda del progetto e di quella che viene definita la “vulnerabilità” individuale. Ci sono poi follow up, che però a loro volta dipendono dalla durata dei progetti e dei finanziamenti. Per questo, dice David Preux, “siamo al lavoro per l’istituzionalizzazione di questi meccanismi e garantire che il governo possa farsene carico in modo autonomo”.

“I rimpatri volontari assistiti da paesi di transito quali Libia e Tunisia non sono affatto volontari: sono l’unica via di fuga per persone intrappolate in situazioni di violenza generalizzata e abuso. Italia ed Europa continuano a finanziare questi programmi senza garanzie di protezione e esponendo le persone ad ulteriori rischi nei paesi di origine”, tuonano Asgi, ActionAid Italia, A Buon Diritto, Differenza Donna e Lucha y Siesta, Spazi Circolari e Le Carbet. “Un rimpatrio può essere considerato davvero volontario se la decisione è libera e informata, se non vi è coercizione fisica o psicologica e se esistono per la persona che lo richiede alternative reali al rimpatrio, come l’accesso a forme di protezione e a canali di migrazione regolare”. E non è quello che avviene in Libia o in Tunisia.

E in Italia?

Sono quasi trentamila le persone originarie della Costa d’Avorio sbarcate in Italia tra il 2020 e il 2024, secondo quanto comunica il ministero dell’Interno: neanche 50 per il 2025, dato aggiornato al 17 marzo. Il paese negli ultimi anni contribuisce significativamente al flusso proveniente dall’Africa occidentale e subsahariana.

I cittadini ivoriani regolari in Italia al 1° gennaio 2024 sono 26.152, dice all’ANSA il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Un numero in aumento del 5,9% rispetto all’anno precedente – mentre nel complesso calano le presenze non comunitarie del 3,2% – e pari allo 0,7% del totale dei cittadini di Paesi Terzi.

Aumentano, nei cinque anni, i nulla osta – i primi rilasci di permessi di soggiorno di qualsiasi tipo per cittadini e cittadine ivoriani: quasi 20 mila, il 53% a persone di genere maschile. La comunità si trova principalmente al Nord (67,8%): in Lombardia (29,5%), Emilia-Romagna (13,7%) e Piemonte (12,9%). Si tratta in maggioranza di uomini (62,7%) giovani (il 73,6% ha meno di 40 anni a fronte del 56,5% dei non comunitari), ed è pari a 19% la quota di minori. Solo il 5,5% della popolazione ivoriana in Italia ha un’età superiore ai 55 anni.

Il 46,8 per cento ha un permesso di soggiorno di lungo periodo: un numero inferiore a quello della popolazione non comunitaria (59,3%), “a testimoniare una ridotta stabilizzazione delle presenze”.

Circa la metà (50,9%) dei permessi di soggiorno soggetti a rinnovo sono stati rilasciati per titolarità o richiesta di una forma di protezione  (a fronte del 28,2% relativo al totale degli extra Ue); seguono, come motivazioni, i ricongiungimenti familiari (22,1%) e il lavoro (19,8%).

Il mondo del lavoro italiano vede una significativa presenza della comunità ivoriana: il tasso di occupazione degli ivoriani è del 65,1% e supera la media della popolazione non comunitaria (60,7%). Anche il tasso di inattività è più basso: 21,8% rispetto al 31,5% del totale degli stranieri extra Ue. Tra le criticità, la difficoltà a trovare impiego stabile: con il 16,7% il tasso di disoccupazione, dice il ministero del Lavoro, è più alto della media degli altri cittadini non comunitari (11,4%). “Nel complesso, gli ivoriani occupati in Italia sono circa 14 mila, lo 0,9% del totale degli occupati non comunitari. Il quadro occupazionale è fortemente maschile: oltre l’80%”. A differenza di altre comunità, che trovano impiego prevalentemente nei servizi alla persona, i lavoratori ivoriani sono più presenti nell’industria manifatturiera (31,6%), nei trasporti e servizi alle imprese (20,7%) e nell’edilizia (12%). Il 64% ha un titolo di studio pari o inferiore alla licenza media (52% per gli extra Ue nel complesso).

Nel 2023 sono stati attivati 17.624 nuovi rapporti di lavoro per cittadini ivoriani: la grande maggioranza (79,6%) sono contratti a tempo determinato, una percentuale significativamente più alta rispetto alla media degli altri cittadini di Paesi Terzi (70,1%). Solo l’11,5% ha un contratto a tempo indeterminato, segno di una persistente precarietà.

Anche dal punto di vista di genere si riscontrano squilibri: solo il 23,5% delle assunzioni riguarda donne, a fronte del 30,8% per le altre comunità. Le donne ivoriane risultano però maggiormente impiegate in professioni qualificate nei servizi culturali, alla persona e nella ristorazione (46,2%). I servizi e il settore agricolo (35,2%) rappresentano i principali ambiti di assunzione.

Al 31 dicembre 2024, in Italia si contano 1.654 imprese individuali guidate da persone originarie della Costa d’Avorio del Nord, lo 0,4% del totale delle imprese individuali a conduzione extra Ue. Il panorama imprenditoriale ivoriano in Italia è fortemente maschile: solo il 16,1% è guidato da donne. I settori più attrattivi sono il commercio (36,7% delle attività), e l’edilizia, con una quota del 29,4%.

Angela Gennaro (Ansa)


https://youtu.be/pzxrLSQmDvI?si=lYJbCxi1lqA8X8gh



 

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