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MALI | I jihadisti minacciano un “assedio totale” contro la capitale Bamako

Il portavoce del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), Abu Hudheifah al-Bambari (noto anche come Bina Diarra), ha diffuso ieri un comunicato in video in cui ha annunciato l’inizio di un “assedio totale” contro Bamako», la capitale del Mali.

Nel suo discorso, non molto lungo e in lingua bambara, Bina Diarra ha menzionato l’operazione su larga scala che lo scorso fine settimana ha portato all’eliminazione del ministro della Difesa maliano Sadio Camara, a Kati, Bamako, e all’occupazione di Kidal e di Gao. Il portavoce ha quindi minacciato l’esercito, invitando i soldati a unirsi ai ribelli, e ha intimato ai civili di non frapporsi tra il Jnim e le forze armate, altrimenti saranno presi di mira a loro volta.

Ieri sera, dopo quasi cinque giorni di silenzio, è riapparso anche il generale Assimi Goita, capo della giunta militare al potere in Mali e presidente. Goita, da Palazzo Koulouba, sede della presidenza maliana, ha assicurato che la situazione nel Paese è ora “sotto controllo” grazie alla “prontezza e alla professionalità delle forze armate e di sicurezza”. Gli attentatori, secondo il generale, hanno subito “una violenta battuta d’arresto” non riuscendo a instaurare “un clima di violenza diffusa”.

Il capo di Stato maliano ha detto anche che un “numero significativo” di attentatori è stato neutralizzato (ieri le Forze armate parlavano di duecento terroristi neutralizzati nelle attività di repressione e in combattimento, da sabato) e che le operazioni di ricerca, intelligence e sicurezza sono in corso, con un dispiegamento rafforzato in tutte le aree colpite.

Secondo il presidente del Mali gli attacchi su larga scala non sono episodi isolati, ma fanno parte di “un vasto piano di destabilizzazione ideato ed eseguito da gruppi terroristici armati e da finanziatori interni ed esterni che forniscono loro informazioni e supporto logistico”. Rivolgendosi ai cittadini maliani con un appello all’unità nazionale, il presidente li ha esortati a sostenere le forze armate, a rimanere vigili e ad evitare di diffondere voci o false informazioni.

Goita si è fatto anche ritrarre in alcune fotografie mentre visita i soldati feriti in alcune strutture di Bamako, ha incontrato personalmente la famiglia del suo ministro della Difesa Camara ucciso sabato dagli islamisti e ha avuto una riunione, con annessa foto di rito, con l’ambasciatore russo in Mali e altri funzionari militari russi di stanza in ambasciata e nell’Africa Corps.

Ieri, intanto, alla periferia di Bamako, per il terzo giorno consecutivo è stata segnalata la presenza dei miliziani di Jnim ed sono stati uditi alcuni scontri a fuoco con l’esercito.  (africarivista)

Da oltre un decennio il Sahel combatte contro gruppi jihadisti e milizie separatiste che operano nelle aree remote tra Mali, Niger e Burkina Faso, e che si sono progressivamente estesi verso i paesi costieri come Benin e Togo. In passato il Mali aveva beneficiato del supporto dei Caschi Blu dell’Onu e delle truppe francesi. Dopo il colpo di stato che ha rovesciato il governo del presidente Ibrahim Boubacar Keita, però, la giunta ha espulso le forze francesi e internazionali e ha interrotto la cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti. Su deciso impulso di Camara, il paese ha quindi virato verso la Russia, schierando migliaia di contractor dell’Africa Corps sul territorio. Questa compagnia militare privata, supervisionata dall’intelligence militare russa, fornisce supporto alla sicurezza di diversi governi africani in cambio di pagamenti o contratti di accesso alle risorse naturali. Dal loro arrivo, però, la situazione è peggiorata: secondo il Global Terrorism Index, il Sahel è diventato “il focolaio di terrorismo più letale al mondo”.

Battuta d’arresto per il Cremlino?
Il ritiro pacifico dei mercenari russi ha sollevato non poco stupore. In una dichiarazione, pubblicata su Telegram, la milizia ha confermato di aver lasciato volontariamente Kidal, già in passato roccaforte della ribellione tuareg e ambita dai separatisti come capitale dello stato dell’Azawad. “In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo d’Africa che erano di stanza e impegnate in combattimento nella città di Kidal si sono ritirate dalla zona insieme al personale dell’esercito maliano”, dichiara la nota. Anche se Mosca ha adottato un tono cauto sull’accaduto, per la credibilità del gruppo russo come forza di protezione dei governi della regione è un duro colpo. Secondo analisti ed ex membri, l’Africa Corps non è stata in grado di eguagliare l’efficacia militare e la portata politica del Gruppo Wagner, i cui uomini più capaci sarebbero stati impegnati in Ucraina. E ora la stabilizzazione dell’area rischia di diventare un problema serio per l’Africa Corps e per la reputazione di Mosca come partner in materia di sicurezza. “Devono assicurarsi che la situazione sia sotto controllo se vogliono continuare a fare affari in Africa”, osserva Ibrahim Yahaya Ibrahim dell’International Crisis Group. “Se non sono in grado di aiutare i maliani a riprendere l’iniziativa, chi altro stipulerà contratti con loro?”.

In Mali come in Siria?
Il parallelo con la Siria circola con insistenza tra gli analisti. Quando, la scorsa estate, militanti affiliati ad al-Qaeda hanno attaccato basi militari e città del Mali e del vicino Burkina Faso, in molti hanno ipotizzato che si fossero ispirati alle controparti siriane che, sei mesi prima, avevano rovesciato il regime di Assad con un’offensiva fulminea. L’obiettivo del JNIM, spiega al Guardian Ulf Laessing, del think tank tedesco Konrad Adenauer, non sarebbe la conquista del paese, ma qualcosa di più simile al modello di Hay’at Tahrir al Sham (Hts) in Siria: ritagliarsi un’enclave autonoma, costruire radicamento locale, e attendere che il potere centrale si sgretoli. L’alleanza tattica con i separatisti tuareg si inserisce in questa logica – coerente con la strategia di al-Qaeda, che incoraggia i propri affiliati a tessere legami con le comunità locali – ma è destinata a durare poco: secondo gli analisti, è improbabile che sopravviva a una vittoria. Il JNIM, in fondo, non ha fretta. “Non credo che Bamako cadrà. Il JNIM non può controllare le grandi città, ma può costringere i governi a cedere, a negoziare, ad adottare sempre più la loro ideologia”, osserva Laessing. Una strategia di lungo periodo, paziente e capillare che, alla luce di quanto accade in queste ore, sembra stia già dando i suoi frutti.

Il commento di Lucia Ragazzi, ISPI Africa Programme

“Attacchi simultanei contro città strategiche nel centro e nel nord del paese, inclusa la capitale Bamako e il principale base dell’esercito. Quella di questo fine settimana è un’offensiva senza precedenti per portata, che è arrivata al cuore della leadership politica del paese. Ma avviene in un contesto già ‘caldissimo’. Ormai da anni, il Sahel è l’epicentro delle morti per terrorismo a livello globale. I paesi del Sahel centro-occidentale sono sotto pressione crescente, con gli attacchi che toccano sempre di più i centri urbani – come era successo alla fine del 2025 con il cosiddetto ‘blocco di Bamako’, che per mesi ha strozzato la capitale. Se è vero che in un contesto ancora in evoluzione è presto per avanzare previsioni, i fatti di questi giorni sono un colpo per la retorica securitaria a cui hanno a lungo fatto appello le capitali saheliane”.

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