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MEDIA | Sudan, la guerra che il mondo ha scelto di dimenticare

Oggi, il Sudan è probabilmente teatro del più grande disastro umanitario al mondo. Milioni di persone soffrono la fame acuta. I bambini muoiono di malnutrizione. Intere comunità sono state sradicate dalle proprie case. Famiglie che un tempo conducevano una vita produttiva ora sopravvivono in campi sovraffollati, scuole abbandonate e rifugi improvvisati. Le epidemie continuano a diffondersi tra popolazioni con scarso accesso all’assistenza sanitaria, all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari di base.

Eppure il Sudan occupa a malapena i titoli dei giornali internazionali. Le telecamere sono a Kiev. Le notizie dell’ultima ora si concentrano sul Medio Oriente. Le energie diplomatiche sono assorbite dalle rivalità geopolitiche che si estendono tra Europa, Asia e Golfo. Nel frattempo, un’intera nazione sta collassando lentamente.

La tragedia non sta solo nel fatto che il Sudan stia soffrendo. La tragedia è che il Sudan stia soffrendo in silenzio.

Ogni giorno, intere famiglie sopravvivono con un solo pasto. I genitori assistono impotenti al deperimento dei propri figli per la fame. Gli agricoltori non possono accedere alle loro terre. I mercati sono crollati. Le scuole sono state chiuse. Gli ospedali sono stati distrutti, saccheggiati o abbandonati.

Non si tratta di una calamità naturale. Si tratta di una catastrofe causata dall’uomo.

La guerra tra le Forze Armate Sudanesi (Saf) e le Forze di Supporto Rapido (Rsf) si è trasformata in una brutale lotta per il potere, combattuta a spese dei civili. Intere città sono state ridotte in macerie. I sistemi sanitari sono collassati. Le infrastrutture sono state devastate. Generazioni di progressi sono state cancellate.

Ma c’è un’altra scomoda verità. Guerre di questa portata non si protraggono per anni senza il coinvolgimento di interessi esterni.

Il Sudan si trova al crocevia tra Africa, Mar Rosso e Medio Oriente. La sua posizione strategica, le ricchezze minerarie, il potenziale agricolo e l’importanza geopolitica fanno sì che potenti interessi continuino a considerare il paese in un’ottica di influenza e vantaggio, piuttosto che di sofferenza umana. La conseguenza è un conflitto sempre più radicato, mentre a pagarne il prezzo sono i comuni cittadini sudanesi.

E dov’è l’Africa?

L’Unione Africana è stata creata proprio per momenti come questo. L’Ua ha rilasciato dichiarazioni, convocato riunioni e sostenuto iniziative diplomatiche. Eppure, molti africani si chiedono sempre più spesso se la principale istituzione politica del continente abbia esercitato l’urgenza e l’influenza necessarie per affrontare una crisi di questa portata.

Se l’Unione Africana non è in grado di guidare gli sforzi per porre fine a una guerra che minaccia la stabilità di un’intera regione, allora è necessario porsi domande difficili sulla sua efficacia come meccanismo continentale di pace e sicurezza.

Il Sudan ha bisogno di più che semplici comunicati. Ha bisogno di una diplomazia africana costante, di un impegno coordinato da parte dei leader regionali, di pressioni su tutte le parti affinché cessino le ostilità, di responsabilità per coloro che ostacolano la pace e di una strategia continentale unificata che metta i civili sudanesi al di sopra dei calcoli politici.

Il cammino verso la pace non è né misterioso né impossibile. Una soluzione duratura richiederà un cessate il fuoco immediato, un accesso umanitario senza restrizioni, negoziati significativi che coinvolgano tutte le principali parti interessate e garanzie che il futuro ordine politico del Sudan non possa essere dettato unicamente da attori armati. Soprattutto, le armi devono tacere abbastanza a lungo da permettere alle agenzie umanitarie di raggiungere coloro che soffrono la fame e le malattie.

I bisogni umanitari immediati sono enormi, ma non insormontabili. La comunità internazionale mobilita regolarmente decine e centinaia di miliardi di dollari in risposta alle crisi globali. Le risorse necessarie per prevenire la carestia, fornire medicinali, dare rifugio alle famiglie sfollate e ripristinare i servizi essenziali in Sudan rappresentano solo una frazione di tale importo.

Ciò che manca non è la capacità, bensì la volontà politica.

Forse la domanda più dolorosa è questa: perché a nessuno sembra importare?

Parte della risposta risiede nella natura dei media moderni. Le testate giornalistiche seguono il pubblico. Il pubblico segue le crisi che dominano la politica internazionale. Le guerre che colpiscono direttamente le grandi potenze attraggono una copertura mediatica continua. I conflitti che coinvolgono alleanze strategiche generano analisi infinite.

Il Sudan non fa né l’una né l’altra cosa.

Le sue vittime sono in stragrande maggioranza povere. La sua sofferenza è graduale, non drammatica. La sua tragedia si consuma lontano dai centri del potere globale. E così, mentre il bilancio delle vittime aumenta e gli sfollamenti raggiungono livelli storici, il Sudan scivola sempre più in basso nell’agenda internazionale.

Per una crudele ironia della sorte, più una crisi umanitaria si aggrava, più rischia di normalizzarsi. Il risultato è una pericolosa gerarchia della sofferenza umana in cui alcune vite attirano l’attenzione globale mentre altre si perdono nelle statistiche.

Ma le statistiche non possono raccontare tutta la storia. Dietro ogni cifra di sfollamento c’è una famiglia costretta a fuggire. Dietro ogni dato sulla malnutrizione c’è un bambino a cui viene rubato il futuro. Dietro ogni carenza di fondi c’è un essere umano lasciato senza cibo, medicine o un tetto sopra la testa.

La guerra in Sudan dovrebbe far vergognare la comunità internazionale. Non solo perché continua, ma perché continua in gran parte al di fuori degli occhi del mondo.

La storia ricorderà chi ha prolungato questa guerra. La storia ricorderà chi non è riuscito a fermarla. La storia ricorderà chi ha voltato lo sguardo dall’altra parte.

E la storia si chiederà se l’Africa, nel momento del suo massimo bisogno umanitario, abbia trovato il coraggio di agire, o semplicemente le parole per esprimere la propria preoccupazione.

Daniel Makokera

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