Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti è entrato in vigore a Gaza, portando una tregua tanto attesa dopo due anni di guerra devastante. L’accordo, frutto di un’intensa spinta diplomatica del Presidente Donald Trump, prevede il ritiro delle truppe israeliane da alcune zone di Gaza, il rilascio degli ostaggi e un massiccio afflusso di aiuti umanitari. Tuttavia, al di là delle celebrazioni, serie di incognite sollevano dubbi sulla sua capacità di durare e di condurre a una pace duratura.
Il piano di pace in venti punti proposto da Donald Trump rappresenta senza dubbio una svolta diplomatica. I suoi elementi chiave, come il cessate il fuoco immediato, lo scambio di ostaggi e detenuti, e l’avvio della ricostruzione, sono fondamentali. Tuttavia, l’implementazione pratica si scontra con realtà complesse.
La tregua, entrata in vigore l’11 ottobre, ha portato a un immediato ritorno di migliaia di palestinesi verso le loro case nel nord di Gaza, dove hanno trovato paesaggi di rovina e distruzione. L’IDF ha completato la “prima fase” del ritiro da parti di Gaza, dando il via a un countdown di 72 ore per il rilascio di tutti gli ostaggi rimanenti da parte di Hamas, previsto per lunedì 14 ottobre.
Tuttavia, la storia recente consiglia cautela. Un precedente cessate il fuoco, in vigore da gennaio a marzo 2025, è già stato rotto da Israele con attacchi aerei a sorpresa il 18 marzo, dopo che i negoziati per il rilascio degli ostaggi si erano bloccati. Questo precedente crea un’atmosfera di sfiducia che avvelena i negoziati attuali.

Il punto più critico dell’intero accordo è il disarmo di Hamas. Il punto 13 del piano Trump afferma chiaramente che “tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive” dovranno essere smantellate e che ci sarà un “processo di smilitarizzazione di Gaza sotto la supervisione di monitor indipendenti”. Tuttavia, un alto funzionario di Hamas, Mousa Abu Marzouk, ha già dichiarato pubblicamente, proprio nel giorno dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, che il popolo palestinese non sarà privato delle sue armi poiché vive sotto l’occupazione israeliana. Questa presa di posizione contraddice palesemente i termini dell’accordo e suggerisce la strategia che Hamas potrebbe adottare: una finta di disimpegno militare per guadagnare tempo e riorganizzarsi.
Le mosse geopolitiche degli ultimi mesi rischiano di trasformare il conflitto israelo-palestinese in un conflitto regionale ancora più ampio e pericoloso. L’attacco missilistico israeliano a Doha dello scorso settembre, che ha preso di mira leader di Hamas, è stato un punto di svolta. Violando palesemente la sovranità di uno stretto alleato americano, Israele ha inviato un messaggio chiaro e inquietante alle monarchie del Golfo: nessuno è al sicuro. Questo evento ha accelerato un riallineamento difensivo già in embrione, convincendo i paesi del Golfo della necessità di diversificare le loro partnership di sicurezza e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, percepiti come incapaci o non disposti a contenere l’alleato israeliano. Nel settembre 2025, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato un “Accordo di Difesa Reciproca Strategico”. Il patto stabilisce che “qualsiasi atto di aggressione contro uno sarà considerato un atto di aggressione contro entrambi”.
Sebbene il ministro della difesa pakistano abbia successivamente ritrattato le sue dichiarazioni, l’idea che il Pakistan, unica potenza nucleare a maggioranza musulmana, possa estendere una “copertura nucleare” a Riyadh, altera profondamente l’equilibrio strategico regionale. Questo accordo segnala a Israele e all’Iran la volontà saudita di contare su un deterrente credibile, anche se solo a livello di ambiguità strategica, e dimostra che gli Stati Uniti non sono più l’unico attore di sicurezza nella regione.

Nonostante il cessate il fuoco, il cammino verso una pace duratura è lastricato di ostacoli che vanno ben oltre il controllo delle armi. Hamas ha tutto l’interesse a far credere di disarmarsi, per poi riorganizzarsi in segreto. La sua strategia potrebbe essere quella di aderire formalmente alla tregua, guadagnando la legittimità di un governo di tecnocrati, mentre mantiene intatta la sua struttura militare nell’ombra, pronta a riemergere quando le condizioni lo permetteranno. In Israele, per contro, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu affronta enormi pressioni politiche. Da un lato, i ministri ultranazionalisti della sua coalizione minacciano di far cadere il governo se l’accordo andrà avanti. Dall’altro, ha promesso una “vittoria totale” su Hamas, un obiettivo inconciliabile con un negoziato che lascia il gruppo, almeno formalmente, con un qualche potere.
Il piano Trump prevede la creazione di un “Board of Peace” internazionale, guidato dallo stesso Trump e dall’ex Premier britannico Tony Blair, per governare Gaza in transizione. Tuttavia, Hamas ha già rifiutato esplicitamente questa figura, con un suo funzionario che ha definito Blair un “criminale di guerra”. Senza un accordo su chi governerà Gaza, qualsiasi piano di ricostruzione è destinato a fallire.
La comunità internazionale, dall’ONU alle potenze europee, ha accolto con favore il cessate il fuoco. Tuttavia, l’entusiasmo deve essere temperato dalla realtà dei fatti. Come ha affermato l’ex ambasciatore statunitense in Israele Daniel Shapiro, “il vero duro lavoro della seconda fase è a malapena iniziato”. I prossimi giorni saranno cruciali per verificare la solidità del cessate il fuoco. Tuttavia, in un contesto regionale reso più instabile da nuove alleanze difensive e da un profondo senso di sfiducia, gli elementi per un altro fallimento sono tutti presenti. La pace, purtroppo, resta un’illusione più che una concreta prospettiva.




