Quattro persone si sono tolte la vita a Niscemi nel giro di poche settimane. Quattro storie diverse, avverte il sindaco di destra destra Massimiliano Conti, e sarebbe irresponsabile cucirle insieme inventando una causa comune che nessuno ha dimostrato. Ma quattro suicidi in una città delle dimensioni di Niscemi sono comunque un fatto enorme. Tanto enorme che l’Asp di Caltanissetta ha disposto la riattivazione, da settembre, nella Casa di comunità, dell’ambulatorio di psichiatria una volta alla settimana e di un servizio di psicologia per venti ore settimanali. Uno psicologo sarà dedicato ai casi di Niscemi. Il primo cittadino, amico del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, lo definisce «solo un primo passo». Appunto: il primo. Dopo quattro morti.
La domanda non è se quei suicidi siano stati provocati dalla frana di gennaio, dalla povertà, dalla solitudine, da una depressione, da una malattia mentale o da vicende personali. Non lo sappiamo. La domanda è molto più semplice: perché una comunità deve arrivare a quattro suicidi prima che un servizio psichiatrico venga riattivato? E c’è un precedente che rende la domanda ancora più necessaria: dopo la frana di gennaio la Regione Siciliana aveva annunciato per famiglie e personale scolastico un percorso di assistenza psicologica continuativa. Sette mesi dopo, davanti a quattro morti, si parla nuovamente di riattivare e potenziare i servizi.
Il problema non riguarda soltanto Niscemi. Secondo l’ultimo Rapporto sulla salute mentale del Ministero della Salute, riferito al 2024, i Dipartimenti di salute mentale italiani hanno assistito 845.516 persone; 272.497 sono entrate in contatto con i servizi per la prima volta durante l’anno. In Italia risultavano operanti 135 Dipartimenti di salute mentale e la dotazione complessiva di personale censita era di 43.874 unità. Numeri che raccontano quanto la sofferenza psichica non sia una questione marginale confinata a qualche reparto ospedaliero.
Eppure la salute mentale continua troppo spesso a funzionare come il parente povero della sanità. La Società italiana di epidemiologia psichiatrica ha messo nero su bianco un meccanismo semplice: meno personale significa una capacità minore dei servizi pubblici di prendere in carico i bisogni e, di conseguenza, una quota crescente di persone dirottata verso strutture e professionisti privati. Chi può pagare cerca una risposta. Chi non può, aspetta.
Venti ore di psicologia sono meglio di zero. Ma bisogna stare attenti a non trasformare anche questo numero in propaganda sanitaria. Assumere quattro psicologi, o comunque aggiungere qualche professionista, non significa aver costruito un servizio di salute mentale. Lo psicologo ha competenze importanti nella valutazione, nel sostegno, nella prevenzione e nell’intercettazione del disagio, ma da solo non può sostituire una équipe capace di affrontare la malattia mentale grave. Servono psichiatri, psicoterapeuti adeguatamente formati, infermieri con competenze psichiatriche, educatori e tecnici della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali e strutture capaci di garantire continuità della presa in carico. E servono persone che lavorino insieme.
Perché davanti a una crisi psicotica, a un delirio, a una depressione grave o a un rischio suicidario non basta aprire la porta di un ambulatorio: bisogna sapere che cosa fare dopo che quella persona è entrata. Chi garantisce la presa in carico psichiatrica negli altri sei giorni della settimana? Dove viene indirizzata una persona in crisi quando l’ambulatorio è chiuso? Chi segue la famiglia? Chi controlla che una terapia venga proseguita? Chi interviene se la situazione precipita? È su queste risposte, non sul numero di ore annunciato in un comunicato, che si misura l’esistenza di un servizio.
La prevenzione in salute mentale non consiste nell’indovinare chi si suiciderà. Una simile capacità non esiste. Significa però poter intercettare una persona quando comincia a stare male, dare continuità alla cura quando la malattia diventa grave, sostenere una famiglia prima che venga lasciata sola, avere operatori che conoscano il territorio, intervenire nelle crisi e continuare a esserci quando la crisi sembra passata.
La risposta non può neppure essere trasformare ogni persona con una diagnosi psichiatrica in un potenziale pericolo. Sarebbe falso e stigmatizzante. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che la crisi grave, il delirio, l’agitazione o determinate condizioni cliniche non possano comportare, in alcuni casi, un rischio per la persona stessa o per gli altri. Anche qui servono competenze, personale, strutture, tempo e continuità. Non slogan.
Ed è qui che la discussione torna politica. L’Italia può continuare a celebrare la salute mentale nei giorni internazionali dedicati al tema mentre sul territorio un ambulatorio apre una volta alla settimana. Può continuare ad accettare una sanità nella quale chi possiede denaro compra rapidamente ciò di cui ha bisogno e chi non lo possiede aspetta che il disagio diventi emergenza. Oppure può decidere che la sofferenza psichica è un problema sanitario e umano da affrontare con la stessa serietà con cui si affrontano le altre malattie.
A Niscemi sono morte quattro persone. Non sappiamo se un servizio migliore avrebbe potuto salvarle e sarebbe scorretto sostenerlo. Sappiamo però un’altra cosa: non dovrebbe essere necessario contarle, le persone morte, prima di aprire la porta di un ambulatorio.
FONTI
- il Fatto Nisseno, «Quattro suicidi in un mese, a Niscemi, riattivati servizi di psichiatria e psicologia», 28 agosto 2026.
- Regione Siciliana, «Niscemi, dopo la frana avviata la riorganizzazione delle attività sanitarie», 27 gennaio 2026.
- Ministero della Salute, Rapporto salute mentale – dati SISM 2024, pubblicato nel 2026.
- Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), «Standard di personale per i Dipartimenti di Salute Mentale».
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