Washington lascia fuori dall’Aiea il capo del nucleare iraniano, Teheran torna a evocare l’uscita dal Trattato di non proliferazione. E mentre si chiede all’Iran di rinunciare alla bomba, chi la possiede investe per conservarla e rafforzarla.
Il capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Mohammad Eslami, non ha potuto partecipare alla Conferenza generale dell’Aiea a Vienna. L’Austria aveva chiesto un’esenzione dal divieto di viaggio previsto dalle sanzioni Onu ripristinate con lo snapback, ma gli Stati Uniti si sono opposti. Il comitato sanzioni del Consiglio di sicurezza non ha quindi autorizzato l’esenzione e Vienna gli ha negato l’ingresso.
Washington sostiene che Eslami avrebbe utilizzato la conferenza come tribuna propagandistica. Teheran accusa invece gli Stati Uniti di avere trasformato anche l’accesso all’Agenzia internazionale per l’energia atomica in uno strumento di pressione politica.
Sembra una controversia diplomatica. Non lo è. Arriva nel momento in cui il rapporto tra Iran e sistema internazionale di controllo nucleare è al punto più basso degli ultimi anni. Il 9 settembre il Board of Governors dell’Aiea ha riferito il dossier iraniano al Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’Agenzia non riesce inoltre a verificare lo stock iraniano di 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al sessanta per cento. Teheran sostiene che il proprio programma abbia esclusivamente finalità pacifiche.
Poche ore dopo la decisione dell’Aiea, Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, ha avvertito che le mosse politiche dell’Agenzia possono spingere i Paesi ad abbandonare il Trattato di non proliferazione nucleare. Non è ancora l’annuncio dell’uscita dell’Iran. È però una porta che Teheran ha deciso di mostrare al resto del mondo.
IL PATTO DEL 1968
Il Trattato di non proliferazione nucleare, Tnp, fu aperto alla firma nel 1968 ed entrò in vigore nel 1970. È ancora oggi il principale argine giuridico internazionale alla diffusione delle armi atomiche.
Cinque Stati — Stati Uniti, allora Unione Sovietica e oggi Russia, Regno Unito, Francia e Cina — sono riconosciuti dal Trattato come potenze nucleari perché avevano effettuato un’esplosione atomica prima del primo gennaio 1967. Gli altri aderenti si impegnano a non acquisire armi nucleari e sottopongono materiali e attività al sistema di garanzie dell’Aiea. In cambio viene riconosciuto loro il diritto alla ricerca, alla produzione e all’utilizzo dell’energia nucleare per scopi pacifici.
C’è però un terzo pilastro che spesso resta sullo sfondo: il disarmo. L’articolo VI impegna anche gli Stati nucleari a perseguire in buona fede negoziati per fermare la corsa agli armamenti e arrivare al disarmo nucleare. È il grande compromesso del Tnp: voi non costruite nuove bombe, noi lavoriamo perché diminuiscano quelle già esistenti. Quasi sessant’anni dopo, quel compromesso scricchiola.
PARIGI: PIÙ DETERRENZA PER DIFENDERE LA NON PROLIFERAZIONE
La Francia è uno degli esempi più interessanti della contraddizione. Parigi difende il Tnp, chiede che l’Iran rispetti pienamente i propri obblighi e sostiene il rafforzamento dei controlli internazionali. Nel 2026 ha rilanciato il confronto tra le cinque potenze nucleari riconosciute dal Trattato sulla riduzione dei rischi, sul bando degli esperimenti atomici, sul materiale fissile destinato alle armi e sulla trasparenza.
Contemporaneamente Emmanuel Macron ha annunciato il rafforzamento e la modernizzazione della deterrenza francese e una sua dimensione più esplicitamente europea. Il ragionamento dell’Eliseo è chiaro: la capacità nucleare deve restare abbastanza credibile da convincere qualsiasi avversario che un attacco provocherebbe conseguenze inaccettabili.
Il paradosso resta: mentre si cerca di convincere chi non possiede la bomba che la propria sicurezza dipende dal non costruirla, chi già la possiede sostiene che la propria sicurezza dipenda dal mantenerla credibile.
TEL AVIV, LA BOMBA CHE UFFICIALMENTE NON C’È
Poi c’è Israele. Israele non ha mai aderito al Tnp e mantiene da decenni una politica di opacità nucleare: non conferma e non smentisce il possesso dell’arma atomica. Il Sipri lo considera però uno dei nove Stati dotati di armi nucleari e stima che disponga di circa novanta testate.
Qui l’asimmetria diventa evidente. L’Iran appartiene al Tnp e il suo programma nucleare è sottoposto agli obblighi derivanti dal Trattato. Israele non appartiene al Tnp e il suo arsenale resta fuori dal sistema complessivo di garanzie previsto per gli Stati non nucleari aderenti.
Questo non cancella le contestazioni mosse all’Iran dall’Aiea e non dimostra che Teheran non abbia intenzioni militari. Mostra però un sistema nel quale due Paesi della stessa regione sono sottoposti a regole profondamente differenti.
BOMBA O NON BOMBA, ARRIVEREMO A TEHERAN
La questione è diventata ancora più delicata dopo gli attacchi israeliani e statunitensi contro gli impianti nucleari iraniani. L’azione militare condotta con l’obiettivo dichiarato di impedire la proliferazione ha contribuito anche a rendere più difficile il monitoraggio internazionale del programma iraniano.
È il cortocircuito nel quale siamo entrati. L’Iran deve dimostrare di non volere la bomba. Israele possiede, secondo le stime internazionali, un arsenale nucleare che ufficialmente non riconosce. La Francia rafforza la propria deterrenza. Le potenze atomiche continuano a spiegare che la bomba è indispensabile alla propria sicurezza e contemporaneamente chiedono agli altri di credere che rinunciarvi renda più sicuri.
SE TEHERAN ESCE
L’uscita iraniana dal Tnp non significherebbe automaticamente che il giorno dopo inizierebbe la costruzione di una bomba. Il Trattato consente il ritiro: l’articolo X permette a uno Stato di denunciarlo quando ritenga che eventi straordinari abbiano compromesso i suoi interessi supremi, con un preavviso di tre mesi agli altri Stati parte e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Ma per l’Iran sarebbe un terremoto. Verrebbe messa in discussione l’architettura giuridica sulla quale poggiano le garanzie dell’Aiea e crescerebbe inevitabilmente il sospetto che Teheran voglia conservare la possibilità di trasformare le proprie capacità nucleari in capacità militari. Soprattutto potrebbe cambiare il calcolo degli altri Paesi della regione.
Il problema ormai non è soltanto stabilire se l’Iran voglia costruire la bomba. È convincere un Paese che non la possiede che rinunciarvi rappresenti la migliore garanzia della propria sicurezza mentre intorno a lui le potenze che la possiedono modernizzano gli arsenali o rimangono fuori dal Trattato che dovrebbe impedire la proliferazione.
All’inizio del 2026 nove Stati possedevano complessivamente circa 12.187 armi nucleari. Stati Uniti e Russia ne controllavano quasi l’ottantasei per cento. Tutti e nove — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele — erano impegnati a modernizzare o rafforzare le proprie capacità nucleari.
Il Tnp nacque per impedire che altri Stati arrivassero alla conclusione che, in un mondo armato di atomiche, la migliore assicurazione sulla vita fosse procurarsene una. Quasi sessant’anni dopo siamo pericolosamente vicini al ragionamento opposto: chi ha la bomba spiega quanto sia indispensabile per non essere attaccato. Chi non ce l’ha deve continuare a credere che sia più sicuro senza.
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