Attualità

POTERE | Tutti hanno paura dell’IA. Ma non tutti possono permettersela

Mentre governi e Big Tech discutono di sistemi fuori controllo, la corsa continua a bruciare centinaia di miliardi. Il problema non è soltanto quanto diventerà potente l’intelligenza artificiale, ma chi potrà esserlo insieme a lei.


Da qualche giorno sembra che l’intelligenza artificiale abbia cominciato a fare paura proprio a quelli che l’hanno costruita. Amministratori delegati delle grandi aziende tecnologiche, scienziati e governi avvertono che i nuovi sistemi potrebbero diventare troppo potenti, sfuggire al controllo umano, attaccare reti informatiche, sostituire milioni di lavoratori. Qualcuno chiede di rallentare. La paura merita attenzione. Ma prima bisognerebbe capire chi ha paura di cosa.

Un lavoratore può temere di perdere il posto; un illustratore che il proprio lavoro venga utilizzato per costruire la macchina che lo sostituirà; un cittadino la sorveglianza, la manipolazione e i falsi indistinguibili dalla realtà. Un ricercatore può temere, con argomenti tutt’altro che ridicoli, sistemi autonomi ai quali affidiamo capacità che non sappiamo controllare completamente. Quando però hanno paura le aziende che stanno investendo centinaia di miliardi nell’IA, la domanda cambia. E cambia ancora quando ad avere paura sono Washington e Pechino.

Nessuno dei grandi protagonisti sembra intenzionato a fermarsi davvero. Gli Stati Uniti vogliono conservare il primato tecnologico e limitare l’accesso cinese ai semiconduttori più avanzati. La Cina vuole ridurre il divario. Le grandi aziende continuano a costruire data center, acquistare chip e sviluppare modelli più potenti mentre discutono della necessità di limitarne i rischi. Forse non hanno paura soltanto che l’IA diventi troppo potente. Hanno paura che diventi più potente nelle mani degli altri.

CENTINAIA DI MILIARDI PER COSTRUIRE UNA MACCHINA

C’è poi un problema assai meno fantascientifico: l’intelligenza artificiale costa enormemente. Morgan Stanley stima circa 2.900 miliardi di dollari di spesa globale per i data center fino al 2028, di cui circa 2.700 miliardi destinati a carichi di lavoro legati all’IA, senza contare gran parte degli investimenti necessari per l’energia. Intorno alla corsa cresce anche il debito: secondo Reuters Breakingviews, le emissioni collegate all’IA avevano sfiorato i 500 miliardi di dollari già all’inizio di agosto 2026.

Google ha appena annunciato 13 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture digitali, energia e progetti collegati in Finlandia nei prossimi due anni. L’accordo comprende anche un contratto di ventidue anni con Fortum che può arrivare a coprire fino alla metà della capacità della centrale nucleare di Loviisa. Sono cifre che impediscono di raccontare l’IA come una nuvola immateriale: dietro una domanda fatta a una macchina ci sono processori, reti, edifici, acqua, energia, tecnici, debito e capitale.

Questo non significa che l’IA sia necessariamente un cattivo affare. Significa che rimane aperta una domanda: quanto dovrà rendere per giustificare una simile concentrazione di investimenti? E soprattutto, il rendimento si misura soltanto in denaro?

QUANDO IL PRODOTTO DIVENTA INFRASTRUTTURA

Chi investe cifre simili non sta costruendo soltanto un prodotto da vendere. Sta costruendo un’infrastruttura. La ferrovia non vale soltanto per i biglietti: determina dove possono muoversi persone e merci. Una rete elettrica non vende semplicemente energia: senza di essa una parte della società si ferma. L’IA potrebbe diventare qualcosa di simile per il lavoro intellettuale: un’infrastruttura cognitiva.

Imprese, amministrazioni, scuole, università e cittadini la utilizzano già per cercare informazioni, programmare, tradurre, scrivere, progettare e analizzare grandi quantità di dati. A quel punto il prodotto non è più soltanto l’intelligenza artificiale. È anche la dipendenza dall’intelligenza artificiale di qualcun altro. Possedere il passaggio attraverso il quale una parte crescente della società cerca, analizza e produce conoscenza significa acquisire una forma di potere che un bilancio trimestrale misura soltanto in parte.

L’IA DEGLI ESERCITI E QUELLA DEGLI ALTRI

Nel grande dibattito di questi giorni manca quasi completamente qualcuno: università pubbliche, organizzazioni umanitarie, Ong, corti internazionali, istituti indipendenti di ricerca, giornalismo investigativo. Possono utilizzare l’IA e alcune dispongono di laboratori avanzatissimi. Ma interrogare una macchina non equivale a possedere migliaia di processori, infrastrutture dedicate, modelli proprietari e immense quantità di dati esclusivi.

Un esercito può combinare l’IA con immagini satellitari, radar e informazioni militari; un servizio di intelligence con archivi classificati, intercettazioni e sistemi di sorveglianza; una multinazionale con capitali e quantità di dati difficilmente confrontabili con quelli di una piccola università o di una Ong.

Proviamo allora a rovesciare la prospettiva. Un’organizzazione per i diritti umani dotata di capacità adeguate potrebbe confrontare fotografie, filmati, testimonianze e immagini satellitari provenienti da Gaza, Ucraina, Sudan o Myanmar. Una corte internazionale potrebbe cercare relazioni tra milioni di documenti e reperti che decine di investigatori impiegherebbero anni a individuare. Un’organizzazione sanitaria potrebbe incrociare dati epidemiologici, clima, mobilità e disponibilità dei medicinali; un’università pubblica destinare enorme capacità computazionale alla ricerca climatica, biologica o farmacologica. L’IA non dovrebbe decidere chi è colpevole o quale terapia prescrivere. Potrebbe moltiplicare la capacità degli esseri umani di cercare. Ma quella capacità costa, e quindi non viene distribuita automaticamente in maniera uguale.

CINA E OCCIDENTE, LA DIVISIONE NON È QUELLA CHE SEMBRA

C’è infine la Cina. La rappresentazione più semplice contrappone l’IA delle democrazie occidentali a quella controllata da un regime autoritario. Una differenza esiste: Pechino esercita un controllo politico sui contenuti molto maggiore. Ma tecnologicamente la distanza si è ridotta moltissimo. Lo Stanford AI Index 2026 rileva che il divario nelle prestazioni tra i migliori modelli statunitensi e cinesi si è di fatto quasi chiuso: a marzo il vantaggio del modello americano di testa era del 2,7 per cento. Gli Stati Uniti continuano a produrre più modelli di vertice, mentre la Cina guida per volume di pubblicazioni, citazioni e brevetti.

Qui compare un paradosso. Aziende cinesi come DeepSeek e Alibaba hanno puntato fortemente sui modelli open-weight, i cui pesi possono essere scaricati e, entro limiti tecnici e legali, utilizzati e modificati indipendentemente dal produttore. Una parte dei modelli occidentali più avanzati rimane invece proprietaria e accessibile attraverso i server delle aziende che li controllano. La Cina politicamente autoritaria contribuisce così alla diffusione di modelli tecnologicamente decentralizzabili mentre una parte dell’IA più potente prodotta dalle democrazie occidentali resta concentrata nelle mani di poche gigantesche società private.

Non significa che l’IA cinese sia libera né che quella occidentale non lo sia. Significa che la divisione interessante non passa soltanto tra democrazia e autoritarismo. Passa anche tra intelligenza aperta e proprietaria, capacità computazionale pubblica e privata, chi possiede i dati e chi può soltanto interrogare la macchina.

CHI HA PAURA DI CHI

Gli scienziati hanno ragione a studiare la possibilità che sistemi sempre più autonomi producano conseguenze impreviste. I lavoratori hanno ragione a domandarsi quale parte del loro mestiere verrà sostituita. Gli artisti a chiedere chi abbia utilizzato le loro opere. I cittadini a preoccuparsi di sorveglianza, manipolazione e concentrazione del potere.

Ma Stati e multinazionali stanno combattendo contemporaneamente un’altra battaglia. Gli Stati Uniti temono di perdere il primato sulla Cina; la Cina di dipendere dalla tecnologia americana; le aziende temono i concorrenti; gli investitori che i capitali spesi oggi non producano domani i rendimenti immaginati.

E mentre discutiamo della possibilità che l’intelligenza artificiale diventi più potente dell’uomo, rischiamo di trascurare qualcosa che sta accadendo già adesso: l’IA può diventare un moltiplicatore delle differenze di potere che esistono tra gli uomini. Un esercito con una grande IA sarà più potente. Una multinazionale sarà più potente. Un servizio di intelligence sarà più potente. La questione politica è decidere se vogliamo che possano diventarlo altrettanto un’università pubblica, un ospedale, una corte internazionale, un’organizzazione umanitaria, un giornale.

Forse la domanda decisiva non è soltanto quanto diventerà potente l’intelligenza artificiale. È chi avrà il diritto di esserlo insieme a lei.



SIAMO VECCHIA STAMPA

Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta. Fotosintesi.info è gratuito e non dipende da partiti. Se vuoi sostenerci: serviziofotosintesi@gmail.com


CONDIVIDERE È INFORMARE

I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e Fotosintesi.info come fonte.


 

Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi