In Toscana aumentano bisogni e ricoveri tra i più giovani mentre medici e infermieri restano sostanzialmente fermi. Il nuovo Piano nazionale promette assunzioni ed équipe multidisciplinari, ma la risposta continua a dipendere dalle Regioni. E attenzione alle scorciatoie: uno psicologo non è uno psichiatra e non necessariamente è uno psicoterapeuta.
Il vetro viene dopo
Un pezzo di vetro puntato al collo di un infermiere del Centro di salute mentale di Sesto Fiorentino. La cronaca potrebbe fermarsi qui: paziente psichiatrico, aggressione, paura, sicurezza. Sarebbe il modo più facile e meno utile di raccontare quello che sta accadendo. Prima di quel vetro ci sono servizi, famiglie, medici, infermieri, educatori, tecnici della riabilitazione, psicologi e persone che stanno male. E soprattutto c’è il tempo necessario per accorgersi che qualcuno sta precipitando prima che tocchi terra.
I dati riportati dal Corriere Fiorentino mostrano la contraddizione. Tra il 2019 e il 2023 gli operatori della salute mentale in Toscana sono passati da 2.419 a 2.528, ma medici e infermieri sono rimasti sostanzialmente stabili; sono aumentati gli Oss di 58 unità e gli psicologi di 27, mentre i tecnici della riabilitazione psichiatrica sono scesi da 38 a sei. Intanto, tra il 2019 e il 2024, i ricoveri psichiatrici annuali degli under diciannove sono saliti tra i maschi da 62,4 a 84,6 ogni centomila abitanti e tra le femmine da 33,4 a 50,9. Non basta per stabilire da solo una relazione causale, ma impone una domanda: quanto tardi riusciamo a intercettare le situazioni più gravi?
La Toscana prova ad arrivare prima
L’assessora regionale alla Salute Monia Monni annuncia un piano che dovrebbe partire da infanzia, adolescenza e prevenzione. Scuole, associazioni, società sportive e parrocchie dovrebbero aiutare a riconoscere precocemente il disagio, mentre la Regione vuole rafforzare la fascia di servizi tra ricovero e ritorno alla vita quotidiana. È una direzione sensata, purché le parole restino chiare: intercettare non significa curare, segnalare non significa diagnosticare, sostegno psicologico, psicoterapia e psichiatria non sono la stessa cosa.
Uno psicologo non è un medico e non è automaticamente uno psicoterapeuta; lo psichiatra è un medico specializzato. La legge 56 del 1989, la cosiddetta legge Ossicini, attribuisce allo psicologo prevenzione, diagnosi psicologica, sostegno e riabilitazione; per esercitare la psicoterapia occorre una specifica formazione almeno quadriennale accessibile a psicologi e medici. Sono professioni che possono e devono lavorare insieme, non figure intercambiabili. Perciò davanti all’annuncio di cento psicologi, cento psichiatri o cento educatori la domanda dovrebbe essere: a fare cosa, dentro quale servizio, con quali competenze e insieme a chi?
Ottocentoquarantacinquemila persone
Il problema supera la Toscana. Secondo il Rapporto sulla salute mentale del ministero della Salute, nel 2024 i servizi specialistici italiani hanno assistito 845.516 persone. Durante l’anno 272.497 sono entrate per la prima volta in contatto con i Dipartimenti di salute mentale e 258.999 non avevano mai avuto prima un contatto con quei servizi. Il dato riguarda essenzialmente la salute mentale degli adulti e non fotografa integralmente la neuropsichiatria infantile.
I servizi territoriali hanno erogato più di dieci milioni di prestazioni, mediamente 13,6 per utente, ma soltanto l’8,3 per cento degli interventi è avvenuto a domicilio. Nel pubblico risultavano 33.142 operatori: il 37 per cento infermieri e il 14,5 per cento medici. Anaao-Assomed stima che alla salute mentale territoriale manchino circa mille medici e oltre 2.600 infermieri e denuncia una domanda di prestazioni cresciuta di oltre il trenta per cento nell’ultimo decennio. La sintesi dell’associazione è difficile da migliorare: la psichiatria vive di relazioni e di tempo; togliere personale significa togliere cura.
Non un supermercato di prestazioni
È qui che torna utile la critica di Andrea Filippi, psichiatra e dirigente della Fp Cgil Medici, alla trasformazione della sanità in un insieme di “prestazionifici”. Aumentare i colloqui non significa necessariamente migliorare la presa in carico. Si può assumere uno psicologo senza avere uno psichiatra al quale inviare rapidamente una persona quando emerge una patologia; si può avere lo psichiatra e costringerlo a una medicina quasi soltanto di visite e prescrizioni perché mancano infermieri, educatori e riabilitatori. Filippi ha inoltre ricordato che il maggiore manifestarsi del disagio tra i giovani non equivale automaticamente a un aumento della patologia: può significare anche meno stigma e maggiore capacità di chiedere aiuto. Il problema nasce quando i servizi non riescono a rispondere.
Un adolescente triste, isolato o spaventato non è automaticamente un paziente psichiatrico. Medicalizzare ogni sofferenza sarebbe irresponsabile quanto ignorarla. Una rete pubblica seria deve saper distinguere chi ha bisogno di ascolto e sostegno da chi sta sviluppando una patologia che richiede una presa in carico specialistica. Per questo la psicologia di base può essere una porta di accesso, ma non può diventare il surrogato meno costoso della psichiatria territoriale. E cento psichiatri ridotti a prescrivere farmaci in ambulatori sovraccarichi non ricostruiscono, dall’altra parte, una rete di salute mentale.
Una legge di trentasette anni fa
La legge Ossicini mise ordine in un campo professionale che ordine non aveva. Trentasette anni dopo è legittimo chiedersi se l’organizzazione delle competenze costruita allora corrisponda ancora ai bisogni della salute mentale pubblica. Non per aprire una guerra tra categorie, ma per porre domande verificabili: chi prende in carico una persona, chi risponde quando peggiora, chi comunica con il medico di famiglia, chi parla con la scuola, chi valuta la necessità di un trattamento medico, chi segue la famiglia e chi verifica se ciò che abbiamo chiamato cura abbia prodotto un risultato. La questione non è scegliere tra camice e lettino. È ricostruire il servizio.
Un Piano dopo più di dieci anni
Qualcosa si è mosso anche a Roma. Il Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030 è arrivato dopo oltre un decennio senza aggiornamenti. Le risorse previste sono 80 milioni di euro per il 2026, 85 nel 2027, 90 nel 2028 e trenta milioni annui dal 2029; trenta milioni l’anno sono vincolati alle assunzioni. Il Piano parla di diagnosi precoce, neuropsichiatria infantile, équipe multidisciplinari territoriali, famiglie, scuole, riabilitazione, integrazione sociosanitaria e continuità tra adolescenza ed età adulta.
Adesso viene il difficile, perché la sanità italiana è nazionale nei diritti dichiarati e profondamente regionale nell’accesso reale. La Toscana prepara il proprio piano; la Campania ha introdotto la psicologia di base e finanziato programmi di prossimità; il Veneto sta ridefinendo il proprio progetto regionale; Piemonte e Lazio hanno aperto concorsi e procedure per professionisti e dirigenti. Ma contare delibere, bonus e posti annunciati non basta. Servono indicatori confrontabili: operatori ogni centomila abitanti, ore di apertura dei Centri di salute mentale, interventi domiciliari, tempi per la prima visita, assunzioni effettive e dimissioni, ragazzi intercettati prima del pronto soccorso, risorse realmente spese. Il diritto alla salute mentale non può cambiare con il codice postale.
La sicurezza comincia prima
Torniamo allora a Sesto Fiorentino. Un paziente che minaccia un sanitario compie un atto grave e l’operatore deve poter lavorare in sicurezza. Ma trasformare quell’episodio nell’ennesima associazione tra disturbo mentale e pericolosità sarebbe un errore. La domanda utile è: quante crisi possiamo evitare prima che diventino emergenze?
Un Centro di salute mentale dovrebbe conoscere le persone, seguirle, andare nelle loro case quando necessario, parlare con le famiglie, collaborare con medicina generale e servizi sociali e riconoscere i segnali di peggioramento. Quando quella rete si assottiglia, la sofferenza non scompare: cambia indirizzo. Va al pronto soccorso, sull’ambulanza, nel reparto, talvolta alle forze dell’ordine e qualche volta al carcere.
Il nuovo Piano nazionale offre finalmente una cornice e qualche risorsa. Adesso bisogna contare persone, non annunci: psichiatri, infermieri, psicologi e psicoterapeuti con competenze definite, educatori, tecnici della riabilitazione, assistenti sociali, servizi aperti, visite domiciliari. Soprattutto tempo. In salute mentale il tempo dell’operatore non è un costo improduttivo: è parte della cura. E anche della sicurezza.
La sicurezza comincia molto prima della polizia. Comincia quando una persona che sta male trova una porta aperta e, dietro quella porta, qualcuno che sappia cosa fare e abbia ancora il tempo di ascoltarla.
Fonti essenziali
Corriere Fiorentino, 22 agosto 2026, “Emergenza psichiatria in Toscana: aumentano i bisogni ma organici fermi. Il piano della Regione”.
Ministero della Salute, Rapporto salute mentale – dati 2024 e Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030.
Anaao-Assomed, Commissione Psichiatria, maggio 2026, analisi sulle carenze di personale nella salute mentale territoriale.
Fp Cgil / Andrea Filippi, interventi su salute mentale, servizi pubblici, giovani e organizzazione del Servizio sanitario.
Legge 18 febbraio 1989, n. 56, ordinamento della professione di psicologo e disciplina della psicoterapia.
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