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PROPAGANDA | Dopo la repressione mortale, le autorità iraniane organizzano il lutto per le vittime dei disordini

Le autorità iraniane hanno organizzato delle cerimonie per celebrare il 40° giorno dalla morte di migliaia di persone nei disordini del mese scorso; la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha definito le vittime “martiri”.

Gli eventi sponsorizzati dallo Stato sembrano mirati a cooptare la narrazione sulla repressione delle proteste anti-establishment, in particolare perché il 40° giorno dopo la morte dei manifestanti è stato in passato utilizzato dai dissidenti come occasione di mobilitazione.

In questo contesto, le cerimonie ufficiali si sono svolte parallelamente a raduni informali in cui, a quanto si dice, i partecipanti al funerale hanno intonato slogan contro lo Stato e hanno dovuto affrontare misure repressive.

La copertura: il 17 e 18 febbraio si sono tenute cerimonie di lutto organizzate dallo Stato a Teheran e Mashhad per commemorare il 40° giorno dalle morti avvenute durante il picco dei disordini di gennaio.

  • La TV di Stato ha trasmesso gli eventi in diretta, con un notiziario che annunciava che le cerimonie onoravano le “vittime del terrorismo quasi colpo di stato americano-sionista”.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha partecipato alla cerimonia a Mashhad, mentre il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref e diversi altri membri del governo hanno preso parte alla cerimonia di Teheran.

Parallelamente agli eventi sponsorizzati dallo Stato, alcuni video verificati dalle agenzie di stampa hanno mostrato raduni non ufficiali in diverse città, dove i partecipanti al funerale avrebbero intonato slogan anti-establishment.

Ad Abdanan, una cittadina nella provincia di Ilam dove il mese scorso si sono svolte grandi proteste, è stata vista una folla reggere fiori e foto commemorative di un adolescente ucciso a Teheran a gennaio, mentre gridava “Abbasso Khamenei”.

  • A Mashhad e nel cimitero Behesht Zahra di Teheran, i partecipanti al funerale hanno intonato canti di sfida.

Sono emerse anche segnalazioni di una repressione in risposta alle rinnovate espressioni pubbliche di dissenso.

Separatamente, Khamenei, in un discorso del 17 febbraio, ha definito “martiri” le vittime dei recenti disordini e ha affermato che “i proiettili avrebbero potuto provenire da qualsiasi luogo”.

  • La Guida Suprema ha diviso i morti in tre categorie: le forze di sicurezza che difendevano lo Stato; i passanti innocenti, affermando che “anche loro sono martiri”; e coloro che erano stati “ingannati” e si erano uniti alle proteste. Riferendosi a questi ultimi, Khamenei ha affermato: “Sono anche nostri… i nostri figli”, aggiungendo che alcuni gli avevano scritto esprimendo rammarico.
  • Khamenei ha attribuito la responsabilità dei disordini ai servizi segreti stranieri, descrivendoli come un tentativo di “colpo di stato” “chiaramente fallito”.

Le reazioni sui media iraniani sono state varie.

  • Il quotidiano Hamshahri, gestito dal comune di Teheran, ha evidenziato le dichiarazioni di Khamenei, affermando che “siamo in lutto per i giovani ingannati” e che le recenti proteste costituiscono un “colpo di stato pianificato”.
  • Hardline Javan, un quotidiano affiliato al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), ha elogiato la distinzione operata da Khamenei tra le categorie di vittime.
  • Il quotidiano riformista Shargh ha pubblicato un editoriale in prima pagina intitolato “40 giorni di ferite, dolore e interrogativi”, in cui si rivolgeva direttamente a Pezeshkian per la sua promessa non mantenuta di formare un gruppo di ricerca per indagare sulle morti.

Le reazioni online hanno riflesso profonde divisioni.

  • Le voci più intransigenti hanno sottolineato la caratterizzazione del defunto operata da Khamenei per inquadrare le vittime entro i confini della narrazione statale.
  • Il commentatore estremista Mehdi Nikkhah ha scritto : “Siamo noi i padroni del lutto, non voi che avete invitato i giovani della patria alla massima violenza”.

Nel frattempo, le voci riformiste hanno condannato la repressione delle forze di sicurezza nei confronti dei partecipanti alle riunioni informali e hanno rinnovato gli appelli alla responsabilità.

  • L’ex parlamentare riformista Mahmoud Sadeqi ha sostenuto che le dichiarazioni di Khamenei erano un'”ammissione” del fatto che le forze di sicurezza avevano ucciso dei passanti, insistendo sul fatto che i funzionari devono essere “perseguiti e ritenuti responsabili”.
  • Il giornalista riformista Sina Jahani ha espresso la sua rabbia per la presunta repressione ad Abdanan, scrivendo che avrebbe licenziato il comandante che l’aveva ordinata.
  • L’analista londinese Ehsan Mansouri ha sostenuto che il sistema aveva “perso così tanta legittimità” che ora poteva contenere le proteste solo con la forza. Ha aggiunto che le autorità stavano “aggiungendo sale alla ferita” etichettando i manifestanti come “terroristi” e ha sottolineato l’assenza di un’amnistia generale, di dimissioni o cambiamenti nei media statali.

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