La minaccia di Israele di negare la registrazione a Medici Senza Frontiere (MSF) e ad altre organizzazioni non governative internazionali è un tentativo cinico e calcolato di impedire a queste organizzazioni di fornire assistenza a Gaza e in Cisgiordania, violando gli obblighi di Israele stabiliti dal diritto internazionale umanitario.
Medici Senza Frontiere rifiuta ogni accusa mossa dalle autorià israeliane, e continua a nutrire legittime preoccupazioni in merito all’obbligo di registrazione che impone di condividere le informazioni personali del nostro personale palestinese con le autorità israeliane, preoccupazioni aggravate dal fatto che quindici membri dello staff di Msf sono stati uccisi dalle forze israeliane. Tuttavia, invece di dialogare con Medici Senza Frontiere per ascoltare le nostre preoccupazioni, il ministero responsabile del processo di registrazione ha ignorato le nostre ripetute richieste di incontro e ci accusa sui media di ospitare consapevolmente presunti terroristi.
Se la descrizione di ciò che i nostri team vedono con i propri occhi a Gaza – morte, distruzione e le conseguenze sulla popolazione della violenza genocida – è sgradevole per alcuni, la colpa è di chi commette queste atrocità, non di chi ne parla.
Consentire l’aiuto umanitario non è un favore. È un obbligo previsto dal diritto internazionale. Oggi più che mai, i palestinesi hanno bisogno di più servizi, non di meno.

Il fragile cessate il fuoco a Gaza, continuamente violato da Israele, invece di ridurre le tensioni nella vicina Cisgiordania ha visto un’accelerazione delle operazioni israeliane finalizzate all’annessione di fatto del territorio palestinese occupato.
Dall’inizio della tregua nella Striscia, lo scorso 10 ottobre, le violenze dei coloni e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania si sono intensificate.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il ministro israeliano della sicurezza interna Itamar Ben-Gvir aveva emesso 220mila nuove licenze di porto d’armi, in gran parte rilasciate nelle colonie, che ora sono controllate da gruppi armati paragonabili a milizie private.
L’Onu ha registrato il più alto numero di attacchi alla raccolta palestinese delle olive dal 2006. Essi restano solitamente impuniti.
Secondo Yesh Din, organizzazione israeliana per i diritti umani, solo il 6,6% degli attacchi compiuti da civili israeliani contro i palestinesi tra il 2005 e il 2023 sono stati perseguiti dalla magistratura.
La legge di bilancio presentata dal ministro delle finanze Bezalel Smotrich all’inizio di dicembre include la reintroduzione di tre basi militari israeliane in aree poste sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese dagli accordi di Oslo del 1993.
Tale legge prevede anche l’istituzione di un catasto civile per la “Giudea e Samaria” (come gli israeliani designano la Cisgiordania), un’altra misura che va in direzione di un’annessione di fatto del territorio palestinese.
Il 10 dicembre, il governo israeliano ha approvato diciannove nuovi insediamenti, portando a 68 il totale delle colonie (illegali in base al diritto internazionale) istituite dall’esecutivo guidato dal premier Benjamin Netanyahu.
Un’accelerazione inaudita, se si pensa che nei precedenti 55 anni di occupazione israeliana ne erano state approvate 141.
Ma l’offensiva israeliana in Cisgiordania è anche di natura militare, sebbene il territorio sia amministrato dall’ANP e registri solo una debole presenza di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi.
A novembre l’esercito di Tel Aviv ha inviato tre brigate, appoggiate da elicotteri da combattimento, nei villaggi e nei campi profughi palestinesi, confiscando abitazioni e arrestando centinaia di persone.
Dal 7 ottobre 2023, Israele ha arrestato più di 19mila palestinesi (tra cui circa 1.550 bambini) in Cisgiordania, molti dei quali sono incarcerati in regime di “detenzione amministrativa”, ovvero senza un’accusa precisa.
L’operazione “Muro di ferro” lanciata da Israele nel gennaio 2025 contro alcuni campi profughi, a partire da Jenin, aveva portato allo sfollamento di circa quarantamila palestinesi. Nessuno di essi ha potuto fare ritorno alle proprie case, gran parte delle quali sono state distrutte.
A questi vanno aggiunti i quasi tremila sfollati tra pastori e beduini, scacciati dalla violenza dei coloni.
Israele ha adottato anche una politica di strangolamento economico della Cisgiordania. Sul territorio palestinese sono disseminati quasi novecento posti di blocco (duecento dei quali sono stati istituiti durante i due anni di guerra a Gaza) che paralizzano la vita dei suoi abitanti.
A maggio, Smotrich ha sospeso del tutto il trasferimento delle tasse doganali che Israele raccoglie per conto dell’Anp (si tratta dunque di soldi palestinesi). Gli arretrati superano ormai abbondantemente i tre miliardi di dollari, gran parte dei quali servono a pagare i salari degli impiegati pubblici.
Il governo Netanyahu sta poi strozzando le banche palestinesi, le quali possono interagire con il mondo esterno solo attraverso il sistema bancario israeliano.
Smotrich ha ridotto a pochi mesi, e talvolta (come a fine novembre) ad appena due settimane, la durata dei permessi erogati agli istituti bancari della Cisgiordania per accedere alle banche israeliane, aumentando enormemente l’incertezza finanziaria nel territorio palestinese.
L’indebolimento dell’Anp ha anche l’effetto di mettere a rischio il piano messo a punto dal presidente americano Donald Trump per Gaza, il quale prevede il trasferimento dell’amministrazione della Striscia a un’Anp riformata.
L’obiettivo, apertamente dichiarato dal governo Netanyahu, è di impedire la creazione di uno stato palestinese. Di fronte a politiche che violano smaccatamente il diritto internazionale, né gli Stati Uniti né i paesi europei hanno adottato misure punitive nei confronti di Israele.
A seguito della recente approvazione israeliana di diciannove nuovi insediamenti, quattordici paesi fra cui Gran Bretagna, Canada, Germania, Francia, Italia, Irlanda e Spagna hanno emesso una condanna puramente verbale.
La reazione di Israele è stata incredibilmente sfrontata. Il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar ha affermato che “i governi stranieri non limiteranno il diritto degli ebrei a vivere nella Terra di Israele, e qualsiasi richiesta del genere è moralmente sbagliata e discriminatoria nei confronti degli ebrei”.
Egli non ha minimamente accennato al fatto che il territorio in questione è palestinese. Dal canto suo, Smotrich ha giustificato l’approvazione degli insediamenti sostenendo che “stiamo bloccando la creazione di uno stato terroristico palestinese”.
E’ dunque evidente l’intento annessionista del governo Netanyahu. Definendo i palestinesi invariabilmente come terroristi, esso intende negare loro il diritto alla terra sulla quale vivevano da prima della nascita dello stato ebraico.
Di fronte a una violazione così palese del diritto internazionale, l’Occidente tace.
Roberto Iannuzzi


