Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, centinaia di migliaia di giovani da tutto il mondo si recavano in India alla ricerca di una non meglio definita spiritualità anche al seguito di maestri come Sri Swami Satchidananda che aprì il festival di Woodstock nel 1969 con una benedizione spirituale, Bhaktivedanta Swami Prabhupada, un maestro spirituale indiano della tradizione bhakti che fondò a New York nel 1966 il movimento Hare Krishna o il più celebre di loro Bhagwan Shree Rajneesh (Osho).
I tempi della ricerca di una dimensione che andasse oltre la materialità del consumismo sono lontani, oggi l’India rappresenta per l’opinione pubblica mondiale da una parte un’attrazione e dall’altra un’incognita per le sue grandi potenzialità accompagnate da una fragilità endemica legata a fattori storici, religiosi e culturali che ne hanno segnato il percorso.

Si arriva in India, ognuno con le proprie aspettative, le curiosità e il desiderio di confrontarsi con una realtà lontana e affascinante. Il mio pensiero, arrivando nel Rajasthan, va a quelle persone che come fantasmi ci scivolano accanto nelle nostre città. Ho il desiderio di ridare la vivacità e la dignità che meritano, tolta loro dalle penose condizioni di vita alla quale vengono relegati dalla nostra poca sensibilità, ai colori dei loro safa, delle lehengaio delle donne o gli angarkha degli uomini. Ho il desiderio di ritrovare nella vita delle convulse strade delle città indiane, nei volti delle persone tracce del Mahatma Gandhi, delle sue battaglie non violente contro il becero e predatorio dominio coloniale britannico.
L’India oggi è un gigante demografico ed economico, ma deve bilanciare sviluppo, democrazia e diversità. Il rapporto tra l’induismo (maggioritario in India, circa l’80 per cento della popolazione) e le altre confessioni (islam, cristianesimo, sikhismo, buddismo, giainismo, ecc.) è complesso e segnato da periodi di convivenza pacifica ma anche da tensioni e conflitti. Negli ultimi cento anni (1924-2024) questo popoloso Paese ha vissuto trasformazioni radicali, dalla lotta per l’indipendenza alla crescita come potenza globale. Il 15 agosto 1947 l’India arriva all’indipendenza dall’Impero Britannico, ma con la Partizione con il Pakistan iniziano violenze tra indù e musulmani che porteranno ad oltre un milione di morti.

La notte di Delhi ci accoglie con il suo abbraccio afoso e umido. C’è un traffico, nonostante l’ora tarda, che nulla ha da invidiare alle nostre ore di punta. La notte lascia il posto a un’alba già frenetica. Sono le 6,30 e dalla stanza dell’albergo notiamo giovani studenti correre o giocare a cricket con le loro divise scolastiche, evidentemente, prima dell’inizio delle lezioni. Nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi come direbbe il Faber, una variegata umanità dolente recita la sua parte in questa sorta di teatro dell’assurdo che è la vita nei congestionati vicoli proponendo una quantità ottimistica di varia mercanzia e dove il codice della strada ha lasciato definitivamente il posto alla libera interpretazione di ognuno. Il Rajasthan è lontano dall’oceano, ma sarà la plastica durante tutto il viaggio a ricordarci il mare.
Facciamo un primo approccio al mondo delle varie confessioni religiose di questo Paese. Prima il complesso islamico del Qutub Minar con la sua splendida moschea e poi il più importante luogo di culto dei Sikh a Delhi. Avvicinarsi a questi luoghi di culto, sarà così anche per gli altri che visiteremo in seguito, fornisce spunti di riflessione molteplici a cominciare dalle caratteristiche comuni a tutte le confessioni come l’esorcizzazione della morte con la promessa di una vita ultraterrena raggiungibile attraverso discipline etiche, filosofiche e devozionali. Una comune misoginia con ferree divisioni tra i sessi sia nel privato che nella posizione sociale attraverso la patrilinearità, un sistema di discendenza in cui l’appartenenza a un gruppo familiare o clan viene trasmessa esclusivamente attraverso la linea maschile. Non ultime una serie di regole che coniugano esigenze di controllo con pratiche di igiene sanitaria (nell’islam, per esempio, il divieto di consumare il maiale si è resa necessaria anche a causa di rischi per la salute, come parassiti e malattie, soprattutto in contesti con scarse condizioni di cottura e conservazione. Il divieto è quindi visto anche come una misura precauzionale).

La visita al mausoleo dedicato al Mahatma Gandhi è un momento emozionante. Un quadrato di marmo nero al centro di un prato verde, la semplicità in ricordo di una personalità complessa, capace di generare energie immense. Torna alla mente la marcia del sale del 1930 la protesta contro il monopolio britannico sul sale durante la quale Gandhi marciò per 380 km fino al mare per “produrre” simbolicamente il proprio sale, praticando Satyagraha la resistenza passiva in nome della quale migliaia di seguaci dopo di lui si fecero arrestare dopo aver subito senza reagire i violenti colpi di manganello della polizia britannica. Una riflessione però è doverosa. Il successo sull’Impero britannico è senz’altro dovuto alla sua battaglia non violenta ma anche, se non principalmente, al momento storico. La Gran Bretagna è uscita dalla guerra notevolmente indebolita, le difficoltà di mantenere l’ormai anacronistico sistema coloniale avevano già avviato nella corte e nella politica di oltremànica quelle riflessioni che portarono in breve alla fine del colonialismo. Lo dobbiamo alle centinaia di migliaia di persone che in altre parti del mondo hanno dovuto sacrificare la propria vita per raggiungere lo stesso risultato.
Il Rajasthan è una terra di contrasti, dove l’antico e il moderno si intrecciano in modo affascinante così come tutta l’India. Man mano che ci confrontiamo con questo mondo così lontano dagli standard occidentale sono sempre più le domande e i dubbi che emergono. Ne parlo con Abhishel Jain (Abi per noi), una guida indiana molto preparata con studi, tra l’altro, presso l’Università per stranieri di Perugia.

Inizio con una riflessione sull’attività di governo di Narendra Modi, Primo Ministro dell’India dal 2014. La sua politica è caratterizzata da una forte “induizzazione” della società e della politica anche attraverso iniziative controverse come l’abrogazione nel 2019 dello status speciale degli stati del Jamou e del Kashmir o come una nuova legge sulla cittadinanza, sempre del 2019, per favorire le migrazioni non musulmane dal Pakistan, Bangladesh e Afghanistan.
Non pensi che questa politica possa essere una forzatura che in prospettiva porti ad esacerbare i contrasti tra le varie componenti della società indiana?
Mister Modi è stato negli ultimi dieci anni una rivoluzione per la pace dell’India. Già subito dopo l’indipendenza altri politici che erano al governo cercarono di risolvere il problema della violenza senza però riuscirci. Dieci anni fa, quando è diventato Primo Ministro, aveva promesso al popolo indiano che avrebbe cercato di raggiungere questo risultato. Per quanto riguarda i problemi del Kashmir, sappiamo che dopo l’indipendenza abbiamo avuto un periodo molto difficile. Il terrorismo era uno dei problemi più gravi che nessun governo indiano era riuscito a risolvere. Mister Modi, come ci aveva promesso, ce l’ha fatta. La situazione per il momento è sotto controllo, però il problema potrebbe diventare più grave dopo di lui. Modi è un politico unico che mette nella politica passione per far crescere l’India. Noi abitiamo in un Paese dove tutte le regioni vivono in pace quindi Modi non è contro l’islamismo, ma è contro gli estremisti che hanno già fatto male a questo Paese distruggendo alcuni templi e altri luoghi di culto. Il dopo Modi potrebbe in qualche maniera cambiare la situazione, nel senso che le cose iniziate da lui potrebbero essere modificate. Il problema è che tutto quello che ha fatto negli ultimi dieci anni, potrebbe subire un passo indietro. Non c’è nessuno, nemmeno nel suo partito, che abbia il suo carisma.

Questa conversazione si è svolta il 20 aprile, nel pomeriggio del 22 aprile la valle di Baisaran nella regione del Kashmir è stata teatro di un attacco terroristico che ha provocato almeno 26 vittime.
C’è un’idea un po’ contraddittoria della posizione internazionale dell’India, perché da una parte è un membro importante dei Brics, ma all’interno di questa organizzazione c’è anche la Cina. Quindi stiamo parlando di un rapporto che dovrebbe maturare e progredire. Dall’altra c’è una rivalità fortissima proprio con la Cina sul piano commerciale e non solo. Non c’è contraddizione? In qualche maniera, da una parte collaborate, siete alleati sul piano strategico e dall’altra invece vi fate la guerra commerciale.
Allora prima di tutto Modi sta portando avanti un programma che si chiama “Make in India” che favorisce gli investimenti dall’estero qui in India anche per aumentare l’occupazione nel paese più popoloso al mondo. Il governo indiano non è contro la Cina per i suoi prodotti che vengono importati in India però sta lanciando dei programmi a favore dell’occupazione. In passato abbiamo avuto problemi con la Cina anche per questioni territoriali ma adesso assolutamente no.

Quindi tu credi che continuerà la collaborazione all’interno dei Brics? Ci credi a questo progetto?
Assolutamente sì, stiamo cercando di creare un’alleanza pacifica che prima o poi aiuterà il resto del mondo.
Ok, un’ultima cosa. Se guardiamo all’Indice di povertà multidimensionale (MPI) delle Nazioni Unite che tiene in osservazione le condizioni di vita in relazione a nutrizione, acqua, servizi igienici, scolarizzazione e alloggio, l’India presenta sacche importanti di povertà. Secondo te come mai non c’è una reazione a tutto questo da parte della popolazione, in tante altre parti del mondo dove c’è un dislivello economico così alto tra una parte della popolazione e l’altra, si creano dei disordini, si avanzano delle rivendicazioni mentre l’India sembra essere abbastanza tranquilla da questo punto di vista. E’ un fatto culturale, l’influenza del forte sentire religioso o dipende dal retaggio culturale del sistema delle caste, per cui viene dato per scontato che ci siano differenze tra varie componenti della società?
Prima di tutto, come hai detto giustamente è una questione culturale. Gli indiani sono molto tranquilli, cercano di adattarsi in tutte le circostanze, in tutte le condizioni. E questa è una prima risposta poi per le cose a cui hai accennato, hai ragione, sono le sfide che già da anni il governo indiano sta cercando di risolvere. E’ un problema veramente grosso. Le due sfide che noi dobbiamo affrontare sono la popolazione così alta e anche il suo livello di alfabetizzazione. Ecco perché il governo indiano sta lanciando dei programmi seri per migliorare la situazione dell’istruzione della popolazione oltre alla riduzione delle nascite. Ormai, specialmente nelle grandi città la gente capisce che avere due figli, tre figli, è un problema.

Parliamo di un’arma a doppio taglio. La Cina ha fatto una politica del figlio unico per tanti anni e adesso si ritrova un numero di giovani troppo basso in relazione al numero degli anziani.
Dobbiamo risolvere il problema dell’istruzione, questa sarà la nostra sforza, nel senso che quando riusciremo a far crescere il tasso di alfabetizzazione, automaticamente tutti quanti avranno un lavoro, quindi il problema “popolazione” non ci sarà più, ora possiamo dire che è un problema momentaneo.
C’è un’altra contraddizione. L’India è uno dei paesi che ha il più alto numero di università, ce ne sono circa mille. un numero elevatissimo ed è un po’ quello che si riscontra negli Stati Uniti dove la qualità dell’istruzione fino al liceo è molto bassa, poi ci sono delle università che sono il top mondiale da dove escono fuori i premi Nobel, è un po’ la stessa cosa in India?
Sì è esatto, secondo i dati che recentemente sono usciti l’India ha un numero di iscrizioni nelle scuole primarie pari al 74 per cento, la sfida per noi è proprio dalla scuola superiore in poi. Portare sempre più studenti a poter frequentare queste università e aumentare il numero di ragazzi che completa il ciclo scolastico.
Ti vorrei chiedere un’ultima cosa, c’è una domanda che avrei dovuto farti e non ti ho fatto? C’è una cosa che vuoi che si sappia dell’India?
Che l’India è un Paese davvero diverso dal resto del mondo. E che c’è il rischio di perdere questa diversità a causa della globalizzazione, un processo di trasformazione troppo forte, troppo rapido.
Per globalizzazione intendi dire l’omologazione dei costumi e delle culture perché la globalizzazione dal punto di vista politico, in questo momento, con Trump è messa in grandissima crisi.
Sì, il rischio che vedo è che i giovani vogliono copiare il modello occidentale, perdendosi i nostri valori. La cosa che sto notando, però, è che negli ultimi tempi c’è una reciprocità in questi comportamenti. Il mondo occidentale si sta sempre più interessando dell’India, la cosa meravigliosa che vedo è che l’Europa sta cercando di copiare le nostre tradizioni attraverso pratiche come lo yoga, l’ayurveda. Lo stile di vita europeo è arrivato a livelli tali di stress e di cattiva qualità della vita per cui si vanno a ricercare cose meravigliose del nostro mondo.

Il viaggio continua attraverso i luoghi della storia e della cultura di questa regione. Il Rajasthan è una terra di contrasti, dove l’antico e il moderno si intrecciano in modo affascinante. La sua cultura vibrante, la società complessa e le opportunità emergenti lo rendono uno degli stati più dinamici dell’India. La sfida è quella di riuscire a coniugare un modello di sviluppo sostenibile, bilanciando crescita economica, preservazione culturale e protezione ambientale. Con il giusto mix di tradizione e innovazione, il “Paese dei Re” potrà continuare a brillare come una gemma preziosa nel mosaico indiano.
L’ultima visita è al Taj Mahal, siamo sconfinati nell’Uttar Pradesh. Compreso dal 9 dicembre 1983 nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO e inserito nel 2007 fra le nuove sette meraviglie del mondo, è da sempre considerato una delle più notevoli bellezze dell’architettura musulmana in India. L’impatto visivo è imponente, coinvolge tutti i sensi, emoziona, sembra accogliere il visitatore in un abbraccio. E’ davvero paradossale che il simbolo dell’India induista debba essere un monumento islamico. Ma forse è proprio questo il fascino di questo Paese. La storia ha tracciato per l’India sentieri inestricabili imponendoci di evitare di dare risposte semplici a questioni complesse, è una lezione che dovremmo imparare tutti specialmente in un momento come questo dove stanno venendo al pettine nodi che sembrano inestricabili. Una cosa è certa, la conoscenza dell’India è appena cominciata, altri viaggi, altri incontri dovranno avvenire prima che si possa anche solo iniziare a capire la natura più profonda di questo magnifico Paese.
Ringrazio Chiara Conti di Lanuvium Viaggi di Genzano per l’ottima organizzazione.




