Il New Mexico voterà tra i primi nelle primarie democratiche del 2028 e i nativi americani potrebbero diventare decisivi. Dopo secoli di terre sottratte, assimilazione forzata e promesse federali, i candidati scoprono un elettorato che non possono più ignorare. Ma nell’America di oggi tra i nativi una famiglia su cinque è povera, la disoccupazione resta molto più alta della media e migliaia di case non hanno ancora servizi idrici e sanitari adeguati.
Per arrivare alla Casa Bianca nel 2028 potrebbe essere necessario passare anche da una riserva indiana. Non per farsi fotografare con un copricapo cerimoniale, possibilmente. Per ascoltare.
Il Partito democratico ha cambiato il calendario delle proprie primarie presidenziali e ha portato il New Mexico al 15 febbraio 2028, dopo South Carolina, Nevada e New Hampshire e prima di Michigan e Virginia. Una modifica apparentemente tecnica che può produrre una conseguenza politica importante: quando arriverà il momento di votare nel New Mexico, la corsa democratica potrebbe essersi già ridotta a pochi candidati e il voto dei nativi americani diventare determinante.
Nello Stato vivono circa 264 mila cittadini nativi americani, poco più del dodici per cento della popolazione secondo i dati censuari utilizzati dall’Indian Affairs Department del New Mexico. Ci sono Navajo, Apache e diciannove Pueblo: comunità differenti per storia, lingua, cultura e interessi politici, ciascuna con un proprio governo e una propria relazione con le istituzioni statali e federali. Parlare di un unico «voto indiano» sarebbe quindi già il primo errore.
La novità è che adesso quel voto bisogna conquistarlo.
«Chiunque voglia vincere il New Mexico dovrà ascoltare le tribù», ha detto ad Axios Deb Haaland, già segretaria agli Interni nell’amministrazione Biden e prima nativa americana nella storia degli Stati Uniti a guidare un dipartimento federale. Haaland ritiene che le comunità indigene possano arrivare ad avere un ruolo nella scelta stessa del candidato democratico alla presidenza.
Qualcuno se n’è già accorto. Axios racconta che possibili candidati alla nomination del 2028, tra i quali JB Pritzker, Cory Booker e Pete Buttigieg, stanno cercando rapporti con dirigenti e organizzazioni native. Consulenti politici indigeni ricevono telefonate dalle campagne ancora prima che la corsa sia realmente cominciata. Fin qui la politica. Poi ci sono gli Stati Uniti nei quali queste persone vivono.
QUANDO IL VOTO VALE PIÙ DELLA VITA
Nel 2024 circa il ventuno per cento delle famiglie American Indian e Alaska Native viveva in povertà, contro circa il tredici per cento dell’insieme delle famiglie statunitensi. Il reddito familiare mediano era di 62.420 dollari contro 80.734 della media nazionale e la disoccupazione sfiorava l’otto per cento contro il cinque per cento complessivo.
Nel New Mexico il divario può diventare ancora più pesante. Un’analisi pubblicata nel 2026 dal Department of Workforce Solutions dello Stato calcola per le ventitré aree tribali considerate una partecipazione al mercato del lavoro del 47,7 per cento, oltre nove punti sotto la media statale, e una disoccupazione dell’11,7 per cento, quasi doppia rispetto al sei per cento del New Mexico. Nella Laguna Pueblo arrivava al venti per cento e nella Navajo Nation al 14,7 per cento.
Poi c’è la salute.
Nel 2024 quasi un adulto nativo su quattro dichiarava condizioni di salute mediocri o cattive, la percentuale più alta tra i gruppi razziali considerati dalle statistiche federali. Tra gli adulti tra diciotto e sessantaquattro anni, il 29 per cento risultava privo di assicurazione sanitaria al momento dell’intervista.
L’aspettativa di vita racconta la stessa distanza con ancora maggiore brutalità. Nel 2023 per gli American Indian e Alaska Native non ispanici era stimata in 70,1 anni, contro 78,4 per l’intera popolazione americana. Nel 2024 è aumentata di un anno, il recupero maggiore registrato tra i diversi gruppi, ma è rimasta ancora sotto il livello del 2019.
E c’è un altro numero che difficilmente entra nei discorsi sulla più grande democrazia occidentale: nel 2024 gli American Indian e Alaska Native non ispanici sono stati ancora il gruppo con il più alto tasso di suicidio negli Stati Uniti.
L’ACQUA NELL’AMERICA DELLE NAVICELLE SPAZIALI
C’è poi qualcosa di ancora più elementare della sanità: aprire un rubinetto. L’Indian Health Service calcola che circa 41 mila abitazioni di nativi americani e dell’Alaska, l’undici per cento di quelle considerate, non dispongano di strutture igienico-sanitarie adeguate. Circa 5.200 non hanno accesso a una fornitura sicura di acqua e/o a sistemi adeguati per lo smaltimento dei reflui. Nella popolazione americana generale la quota è inferiore all’uno per cento.
Il problema è talmente attuale che nell’aprile 2026 il governo federale ha destinato altri 700 milioni di dollari a infrastrutture idriche e sanitarie nei territori tribali. Dal 2022 al 2026 il programma federale ha previsto complessivamente 3,5 miliardi e dovrebbe raggiungere oltre 109 mila famiglie.
Anche il New Mexico riconosce ufficialmente che molte comunità tribali sono ancora prive di infrastrutture fondamentali: acqua, fognature, strade, linee elettriche. Per questo esiste uno specifico Tribal Infrastructure Fund. Non stiamo parlando dell’America di Balla coi lupi. Stiamo parlando del 2026.
LE DONNE CHE SCOMPAIONO
Essere donna aggiunge un’altra storia alla storia. Il Bureau of Indian Affairs definisce quella delle persone indigene scomparse e assassinate una vera crisi nazionale. I dati federali disponibili indicano che più di quattro donne American Indian e Alaska Native su cinque hanno subito almeno una forma di violenza durante la propria vita e oltre la metà violenza sessuale. Il dato deriva da una ricerca del National Institute of Justice del 2016, ma il governo continua a utilizzarlo perché persino stabilire quanti siano oggi i casi è difficile. Le vittime vengono talvolta classificate con un’altra appartenenza etnica e molti casi non entrano correttamente nelle banche dati.
Il Bureau of Indian Affairs stima in circa 4.200 i casi irrisolti di persone indigene scomparse o assassinate riconducibili ai dati federali disponibili. Dietro l’emergenza ci sono scarsità di investigatori, territori enormi, sovrapposizioni di competenze tra autorità federali, statali e tribali e una storia nella quale la violenza contro i nativi è stata troppo spesso considerata un problema dei nativi.
I BAMBINI DA TRASFORMARE IN AMERICANI
E poi c’è la memoria. Per oltre un secolo il governo degli Stati Uniti sostenne un sistema di collegi destinati ai bambini indigeni con l’obiettivo esplicito dell’assimilazione. Venivano allontanati dalle famiglie, separati dalle proprie comunità, educati a rinunciare alla lingua e alla cultura dalle quali provenivano.
L’inchiesta ufficiale del Department of the Interior ha censito 417 scuole in trentasette Stati o territori e documentato la morte di almeno 973 bambini American Indian, Alaska Native e Native Hawaiian. Sono stati individuati almeno settantaquattro siti di sepoltura, segnati e non segnati, presso sessantacinque istituti. Il governo federale, tra il 1871 e il 1969, mise a disposizione per quel sistema e per analoghe politiche di assimilazione l’equivalente di oltre 23 miliardi di dollari attuali.
A guidare la prima grande ricognizione federale di quella storia è stata proprio Deb Haaland. Adesso i candidati democratici bussano alla sua porta.
Non è una contraddizione da liquidare con una battuta. È politica. Ed è persino una buona notizia se un cambiamento del calendario elettorale costringerà chi vuole governare gli Stati Uniti a sedersi davanti ai rappresentanti di comunità che troppo spesso Washington ha ascoltato soltanto quando aveva bisogno di qualcosa.
Ma il voto non cancella la storia e soprattutto non sostituisce i diritti. Il 15 febbraio 2028 una scheda depositata in un’urna del New Mexico potrà pesare molto più di quanto pesasse nelle precedenti primarie democratiche. La questione è capire che cosa accadrà il 16 febbraio, quando saranno stati contati i voti. Perché dopo aver scoperto quanto vale politicamente un cittadino nativo americano, resterà da dimostrare quanto valgano la sua acqua, la sua salute, la sua terra e la sua vita.
Con un particolare che la storia americana riesce spesso a mettere ai margini persino del linguaggio: quelli che chiamiamo nativi americani sono i popoli originari di quella terra. Gli americani prima dell’America. Quasi tutti gli altri sono arrivati dopo, immigrati o discendenti di immigrati; altri ancora, milioni di africani, furono deportati e ridotti in schiavitù.
Forse è anche per questo che c’è qualcosa di paradossale nel vedere oggi i candidati alla presidenza degli Stati Uniti mettersi in fila per conquistare il voto dei «nativi». Loro erano già lì. Gli altri sono arrivati dopo.
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