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SCAPPATELLE | Vuol far pace con l’Azerbaigian e guarda all’Europa mentre esce con la Cina che tradisce con la Turchia. Un viaggio non basta per assaporare tutti i colori e le emozioni dell’Armenia

Questo in Armenia non è solo un viaggio turistico, ma un tentativo di capire, per quanto possibile, un Paese sospeso tra un passato glorioso e un presente incerto anche se pochi giorni certamente non bastano ad entrare nella vita di un popolo martoriato dalla storia recente e non. Il primo impatto è visivo, l’aereo sorvola un mare di montagne brulle e maestose, cime aguzze che si perdono all’orizzonte. Atterrare all’aeroporto di Zvartnots, battezzato con il nome di un’antica cattedrale, è il primo simbolico ingresso in un Paese che respira storia e resilienza.

Il viale principale di Yerevan, Northern Avenue, brulica di vita. Giovani seduti ai caffè, coppie che passeggiano, negozi luccicanti. Sembra la capitale di un qualsiasi Paese europeo. Ma basta alzare lo sguardo per vedere, in lontananza, la sagoma inesorabile del Monte Ararat, il simbolo nazionale che però si trova al di là del confine, in Turchia. È una presenza costante, un promemoria silenzioso di una perdita e di un conflitto irrisolto. Palazzi moderni si alternano ad austeri edifici di epoca sovietica, eleganza e modernità convivono con i segni di una arretratezza infrastrutturale evidente testimoniata dai fasci di cavi elettrici volanti che servono edifici e negozi talvolta anche eleganti.



Si cerca la vera anima di Yerevan nel Vernissage, un enorme mercato all’aperto nel cuore della città. Qui la cultura popolare prende forma e colore. Al di là delle inevitabili cineserie esposte si trova ancora qualche artigiano intagliatore che modella il legno di noce creando khatchkar, le croci di pietra traforate testimoni di una fede ancora ben percepibile nella popolazione. Donne anziane vendono merletti e tso-tsos, bambole di stoffa dai vestiti tradizionali. La cultura popolare armena è un atto di resistenza, un tentativo di tenere viva una storia millenaria.

Il monumentale complesso di Cascade, è una positiva sorpresa. Ci si aspetta un edificio di retorica nazionalista e invece si ha la sensazione di ascendere verso il futuro. Al suo interno, infatti, lungo le scale mobili, che salvano i meno atletici dall’uso della infinita scalinata all’aperto sotto il sole impietoso di agosto, si trovano opere d’arte moderna e sale con esposizioni e installazioni artistiche, una vera meraviglia. La piazza antistante ospita anche un memoriale improvvisato con le foto di giovani soldati sorridenti, fiori appassiti e bandiere. È il tributo ai caduti della Guerra dei 44 Giorni del 2020 in Nagorno-Karabakh. Ne incontreremo molti anche nei villaggi sperduti tra i monti.

Schiacciati tra interessi che vanno molto al di là di una contesa territoriale, abbandonati anche da chi li avrebbe dovuti difendere, gli armeni sanno che devono contare solo su loro stessi, sviluppare l’economia e colmare l’evidente gap tecnologico ed infrastrutturale. La partnership con la Comunità europea può essere di grande aiuto.



Fuori da Yerevan, le strade si inerpicano tra gole profonde e un saliscendi continuo lungo brulle colline. Immancabile la visita dei tanti monasteri, il Tempio Ellenistico di Garni, unico nel suo genere, testimonia un’epoca di sincretismo culturale con cenni di culture diverse dal cristianesimo della Chiesa apostolica armena che qui ha visto il suo riconoscimento come religione di stato fin dal 301 d.C. Tutto intorno le Symphony of Stones, formazioni basaltiche nella gola del fiume Azat. Qui l’odore della terra si mescola a quello del cibo, subito fuori dell’area archeologica bancarelle offrono lavash, il pane sottile nazionale, appena sfornato e dolci secchi imbevuti di miele. Poco distante, il monastero rupestre di Geghard, patrimonio UNESCO, dove il canto di un prete riecheggia tra le mura scavate nella roccia. E poi Echmiadzin, una cattedrale del IV secolo, sede della Chiesa Apostolica Armena e le rovine di Zvartnots, un tempio circolare del VII secolo.

Arrampicarsi sulla collina dove sorge il monastero di Khor Virap regala anche la vista mozzafiato sul Monte Ararat, simbolo dell’Armenia. Dall’alto si vedono le recinzioni che delineano il confine tra i due stati e le torrette di avvistamento dell’esercito turco, una ferita insanabile per il popolo armeno.

La terra arida delle montagne del Caucaso viene puntinata da aree coltivate, il verde delle piantagioni interrompe la lunga litania di colline e montagne. Fuori da Yerevan gli insediamenti urbani sono rari e di piccole dimensioni. L’Armenia tutta ha una popolazione di tre milioni di abitanti su un territorio che è un terzo di quello italiano. La natalità è tra le più basse al mondo aggravando la ormai evidente crisi demografica. Colpisce, infatti, il basso numero di bambini e adolescenti che incontrano anche nella capitale.



Il lago Sevan a 1.900 mt di altezza, denominato la “gemma armena” si apprezza salendo sulla collina che ospita Sevanavank il monastero del IX secolo che regala una splendida vista sul bacino lacustre.  Da qui in avanti la strada si inerpica ed entra in una folta vegetazione dove sorge la cittadina di Dilijan chiamata proprio per il verde rigoglioso la “Piccola Svizzera”.

Imperdibile la visita al Noravank Monastery del XIII secolo, che domina la gola rossa di Amaghu. Al tramonto il sole trasforma in ocra l’arido panorama, il rosso delle rocce prende fuoco, il cielo da azzurro vira verso il blu, ricordando i tre colori della bandiera armena. Altrettanto imperdibile una degustazione di vini in una delle Areni Wine Factory, l’Areni Noir barricato è una gioia per il palato. In una di queste cantine incontriamo tre italiani con i quali ci confrontiamo sull’apparente durezza delle persone, anche loro, come noi, hanno la sensazione che sia una caratteristica solo apparente che cela un animo ben più aperto e ospitale. Ci vorrà un altro viaggio per comprendere meglio la natura di questo popolo. Questo breve viaggio in Armenia, infatti, rivela un dualismo potente. Da un lato, una società vibrante, europeista, desiderosa di normalità e progresso, che guarda all’Occidente con speranza. Dall’altro, una ferita aperta, un senso di accerchiamento e di abbandono da parte della comunità internazionale.



La perdita del Nagorno-Karabakh è un trauma collettivo, una cicatrice che non si rimarginerà facilmente. La sensazione è di essere una pedina in un gioco più grande e di non avere veri alleati. La convinzione che la sopravvivenza dipenda dalla coesione interna, dalla forza derivante dalla ferita inferta loro dalla diaspora seguita al sistematico sterminio della popolazione armena all’epoca dell’Impero ottomano tra il 1915 e il 1923, orchestrato dal governo dei Giovani Turchi e perpetuato attraverso deportazioni, massacri e marce della morte e dalla preservazione della loro cultura unica.

L’Armenia non chiede pietà per quello che è stato il primo genocidio del ventesimo secolo, chiede giustizia e riconoscimento che la moderna Turchia rimane ancora restia a concedere. La sua cultura popolare, dalla lavorazione della pietra al suono del duduk, sembrano essere i veicoli di questo messaggio. Un popolo antico che, nonostante tutto, continua a resistere e a costruire il proprio presente ed il futuro dei suoi figli, con lo sguardo sempre rivolto alla sua montagna simbolo, anche se irraggiungibile. È un paese che non si può visitare solo con gli occhi, ma che va ascoltato con il cuore, per cogliere il peso della sua storia e la tenace speranza per il futuro.




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