Salute

SENZA CONFINI | La malattia mentale cambia continente, la solitudine resta la stessa

La malattia mentale non ha passaporto. E neppure la mancanza di psichiatri, posti letto, servizi territoriali e denaro per curarsi sembra conoscere confini. Basta entrare idealmente nel reparto psichiatrico del Jos University Teaching Hospital, nella Nigeria centrale, e ascoltare quello che raccontano medici, infermieri e familiari. Poi tornare in Italia. Le distanze restano enormi, naturalmente. I problemi, molto meno.

Un’inchiesta pubblicata da Premium Times racconta un ospedale pubblico che deve affrontare una domanda crescente di assistenza psichiatrica con trentacinque posti letto: venti destinati agli uomini e quindici alle donne. Quando sono tutti occupati, i nuovi pazienti possono rimanere nell’area di emergenza in attesa che se ne liberi uno. Una famiglia racconta di avere aspettato tre giorni. I medici sono costretti a valutare continuamente chi può essere dimesso e chi invece ha ancora bisogno del ricovero. Non perché sia improvvisamente guarito, ma perché fuori dalla porta c’è qualcuno che sta peggio.

È la contabilità della scarsità applicata alla sofferenza mentale.

Il problema, però, non comincia e non finisce nei trentacinque letti di Jos. Secondo il ministero federale della Salute, solo circa un nigeriano su cinque tra quelli che vivono con una grave malattia mentale riceve un trattamento appropriato: il divario di cura è stimato attorno all’ottanta per cento. Nel Paese lavorano meno di trecento psichiatri per una popolazione superiore ai duecento milioni di abitanti, concentrati soprattutto nei grandi centri urbani. Sotto pressione finiscono così gli ospedali di riferimento, mentre sulle famiglie ricade una parte enorme dell’assistenza.

Non bisogna però raccontare la Nigeria come un Paese immobile, incapace di vedere il problema. Il National Mental Health Act ha sostituito una legislazione vecchia di decenni e punta a rafforzare i servizi, la cura di comunità e la tutela dei diritti delle persone con disturbi mentali. Il punto è proprio lo scarto fra ciò che viene scritto nelle leggi e ciò che una persona trova quando ha bisogno di aiuto. Una norma può riconoscere un diritto; perché quel diritto esista davvero servono medici, infermieri, psicologi, strutture, farmaci, servizi territoriali e denaro.

Ed è qui che Jos smette di essere soltanto Jos.

Gli operatori intervistati attribuiscono l’aumento della pressione sui servizi soprattutto all’abuso di sostanze, al peggioramento delle condizioni economiche e all’insicurezza, insieme a un elemento finalmente positivo: una maggiore consapevolezza della salute mentale porta più persone e più famiglie a chiedere aiuto.

Non significa che la povertà produca automaticamente malattia mentale, né che disoccupazione, guerra, migrazione, droga o isolamento sociale possano spiegare da soli disturbi complessi che hanno storie e origini differenti. Significa qualcosa di più semplice: la sofferenza psichica non vive in laboratorio. Vive dentro una casa, un quartiere, una famiglia, un lavoro oppure nella sua perdita. Vive nelle guerre e nelle migrazioni, nelle carceri, nelle dipendenze, nell’isolamento. E incontra – oppure non incontra – un sistema capace di riconoscerla e curarla.

È qui che il viaggio dalla Nigeria all’Italia diventa meno esotico di quanto vorremmo.

In Italia abbiamo un Servizio sanitario nazionale, una storia della psichiatria radicalmente diversa e risorse incomparabili con quelle nigeriane. Sarebbe scorretto sovrapporre le due realtà. Ma anche da noi il disagio mentale può arrivare al pronto soccorso quando tutto il resto ha già ceduto: la famiglia, il territorio, l’assistenza continuativa, talvolta il lavoro e la casa. E troppo spesso la politica scopre la malattia mentale soltanto quando diventa un problema di ordine pubblico.

È il momento nel quale una persona urla per strada, aggredisce qualcuno, entra ed esce da un pronto soccorso, finisce in carcere oppure compare per qualche ora nelle pagine di cronaca. Allora chiediamo più sicurezza, più controlli, qualche volta pene più severe. Molto più raramente ricostruiamo ciò che è accaduto nei mesi o negli anni precedenti.

Quante volte quella persona aveva chiesto aiuto? Quante ne aveva chiesto la famiglia? C’era qualcuno che poteva seguirla? Quanto bisognava aspettare per una visita? Esisteva un servizio territoriale raggiungibile? E soprattutto: chi se ne occupava quando non era abbastanza grave per essere ricoverata ma stava già troppo male per essere lasciata sola? Sono domande che valgono a Jos come a Roma, pur dentro sistemi sanitari e condizioni economiche profondamente differenti.

Poi ci sono i soldi. Perché persino nel ricco Occidente la sanità pubblica non vive di dichiarazioni di principio. La Fondazione Gimbe ha calcolato che nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è fermata al 6,2 per cento del Pil, contro il 7,1 per cento della media dei Paesi Ocse e della media europea. Per spesa pubblica pro capite siamo quindicesimi tra i ventisette Paesi europei dell’area Ocse e ultimi nel G7. Il divario con la media europea vale circa 36,1 miliardi di euro. La Germania spende, a parità di potere d’acquisto, più del doppio dell’Italia: 8.726 dollari pro capite contro 3.952.

Il dato forse più importante, però, non sta nelle classifiche. Nel 2024 5,8 milioni di persone in Italia, quasi una su dieci, hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici. Liste d’attesa, difficoltà economiche, ricorso crescente alla spesa privata: Gimbe descrive un Servizio sanitario nazionale nel quale il diritto alla cura rischia di dipendere sempre più dal reddito e dal luogo in cui si vive.

Nigeria e Italia non sono la stessa cosa e sarebbe assurdo sostenere il contrario. Ma la storia dell’ospedale di Jos ricorda qualcosa che riguarda anche noi: la salute mentale ha bisogno di servizi accessibili, personale sufficiente, continuità nell’assistenza e risorse pubbliche. Quando tutto questo manca o arriva troppo tardi, una parte sempre maggiore della cura viene scaricata sulle famiglie, sui pronto soccorso e, nei casi più drammatici, sulle forze dell’ordine e sulle carceri.

È quello che accade in Nigeria, con dimensioni enormemente più gravi. Ed è quello che i numeri sulla sanità italiana suggeriscono di non considerare un problema lontano.


FONTI

Premium Times, 5 settembre 2026 – “Jos University Teaching Hospital’s psychiatric facility stretched as mental health cases rise”
https://www.premiumtimesng.com/health/health-features/907568-jos-university-teaching-hospitals-psychiatric-facility-stretched-as-mental-health-cases-rise.html

Fondazione Gimbe, 2 settembre 2026 – comunicato sulla spesa sanitaria pubblica italiana
https://press.gimbe.org/press/comunicato.it-IT.html?id=499



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